Unione Europea, che succede?

Il caos delle nomine per le istituzioni UE mette in luce ancora una volta tutte le incoerenze della politica, europea e italiana.

Parlamento europeo, immagine da TPI.

Poteva essere la volta buona per un cambiamento storico dell’Europa, qualcuno ha preferito la poltrona.
La nostra coerenza non è in vendita, come non lo sono gli interessi degli italiani.
Chi parla sempre di democrazia e trasparenza dovrebbe avere anche dignità: ma come si fa a votare con Renzi, Merkel e Macron per qualche poltrona in Europa? Io non cambio idea, #primagliItaliani.

Così Matteo Salvini, qualche giorno fa, inaugurava la polemica con il Movimento 5 stelle sull’elezione del presidente della Commissione europea. Tra il rimpallo di accuse di tradimento tra grillini e Lega, il voto dei 14 eurodeputati 5 stelle a favore di Ursula von der Leyen è risultato determinante. Malgrado i 29 scrutini contrari della compagine leghista, l’ex ministra della difesa del governo Merkel è stata eletta con 383 voti favorevoli, solamente 9 in più della maggioranza assoluta richiesta.

La neo-presidente della Commissione è tuttavia il vertice di un sistema, quello europeo, che in seguito alle elezioni del Parlamento comunitario ha visto il rinnovamento di tutte le sue istituzioni. La presidenza della Commissione è ritenuta come l’incarico più ambito e prestigioso da ricoprire e proprio per questo genera, nel processo della sua elezione, scontri politici e strategici, prima tra i governi dei 28 (ancora per poco), e poi tra i parlamentari dell’Assemblea di Bruxelles. L’elezione di von der Leyen ha dovuto infatti ottenere in primo luogo l’approvazione, tramite compromesso, dei governi nazionali e solo successivamente è stata ratificata dall’Europarlamento con il voto a maggioranza assoluta.

I risultati del voto in aula che premiano von der Leyen come presidente della Commissione. Video di Repubblica.

La prima donna a ricoprire il ruolo di guida esecutiva dell’Unione Europea non è l’unica novità degna di nota del rinnovo delle istituzioni comunitarie. Partendo dalla presidenza dell’organo più rappresentativo e per questo più vicino ai malumori dell’elettorato, il Parlamento europeo, troviamo David Sassoli, un italiano (l’unico a ricoprire un ruolo significativo) in quota Partito Democratico. Alla presidenza BCE pare certa la scelta di Christine Lagarde, che secondo quanto riportato dal Corriere avrebbe già presentato le dimissioni dalla guida del Fondo Monetario Internazionale. Congedo che sarà effettivo dal prossimo 12 settembre.

Per quanto riguarda invece gli altri due ruoli rilevanti, Alto rappresentante dell’Unione Europea e Presidente del Consiglio europeo (da non confondere con il Consiglio dell’Unione Europea), vi è più prudenza e ad oggi le nomine non sono certe. Per l’Alto rappresentante sembra in pole position Frans Timmermans, già spitzenkandidat dei Socialisti, silurato dai Popolari all’elezione di guida della Commissione e che, proprio per non scontentare ulteriormente i Socialisti, viene dirottato al ruolo di successore di Federica Mogherini. Infine la scelta per la presidenza del Consiglio europeo, l’organo di indirizzo politico in mano dal 2014 a Donald Tusk, resta ancora incerta.

Il susseguirsi di nomine, compromessi, votazioni e polemiche ha fatto emergere una coltre di contraddizioni dalle acque dell’Unione. In primis quasi tutte le figure politiche, da un orientamento all’altro, si sono trovate d’accordo nell’affossare il sistema degli spitzenkandidaten. Sono stati numerosi gli sforzi in questi anni per spingere verso una democratizzazione dell’Unione e in particolare delle nomine. Questa spinta, però, nata da una volontà popolare diffusa di voler assumere più importanza attraverso il voto, è stata accantonata. Come noto, nessuno degli spitzenkandidaten è stato eletto alla presidenza della Commissione, e solo uno di essi, Timmermans, compariva tra i papabili all’indomani del voto.

Frans Timmermans e Federica Mogherini in seduta al Parlamento europeo, giugno 2016. Immagine di Frederick Florin (AFP/Getty Images).

All’interno di questa contraddizione europea si cela un’ulteriore incoerenza, questa volta tutta italiana, creando quindi una matrioska di incongruenze. Il Movimento 5 stelle, che ha sempre fatto della democrazia diretta il suo mantra e di conseguenza si è spesso battuto per dare più potere al voto elettorale, in Italia come in Europa, ha finito con l’assecondare una corrente di pensiero del tutto estranea ai suoi valori. Il Movimento, come già ricordato, ha votato a favore di Ursula von der Leyen, una candidata non figurante tra gli spitzenkandidaten e mai proposta, alla vigilia del voto, da alcun partito in corsa. Una figura del tutto riconducibile alla “casta” o, in questo caso, ai burocrati europei.

Le prolungate riunioni del Consiglio europeo per la scelta delle nomine, non ancora ultimate, unite alla instabile situazione del governo italiano, scoppiata nelle ultime ore, hanno in comune un elevato tasso di strumentalizzazione a fini elettorali. Sebbene la maggior parte dei governi europei abbia tirato acqua al proprio mulino, quello italiano, come da tradizione, si è distinto notevolmente dagli altri. I ripetuti attacchi, velati e non, tra i compagni di governo e in particolare tra le due figure più esposte nel Parlamento dell’Unione, Fabio Massimo Castaldo per il M5S e Marco Zanni per la Lega, palesano che lo scontro politico non coinvolge solamente i due leader nostrani, ma si è propagato anche tra le fila degli attivisti e dei rappresentanti.

Questo intreccio tra politica interna e politica europea riconferma che Salvini e Di Maio, seppur da anni stiano portando avanti campagne euroscettiche, sono furbescamente consapevoli che le decisioni più importanti vengono prese nelle stanze delle istituzioni comunitarie. Per questo lo scontro si è acutizzato. Tra qualche mese il governo si troverà a dover redigere la legge di bilancio ed è risaputa la cornice che accompagna tale incarico. D’altronde, se i due leader rendiconteranno le risorse per le misure promesse si troveranno sicuramente in aperto scontro con la nuova Commissione, e per Salvini e Di Maio, nati sull’onda del sovranismo, sarà difficile accontentare il proprio elettorato senza incombere in sanzioni. La Commissione si è già dimostrata clemente verso l’aumento di deficit non previsto dal governo, ma di fronte ad una legge di bilancio sfrontata, come da promesse elettorali, non aspettiamoci rose e fiori.

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