18 anni fa la mattanza della Diaz: perché è ancora attuale e cosa può insegnarci

L’anniversario della carneficina del 2001 rievoca un precedente preoccupante, portandoci a riflettere sul ruolo e sui poteri delle forze dell’ordine in Italia.

Scuola Diaz di Genova

Sono passati ormai 18 anni da quando nel 2001 a Genova si tenne il tristemente famoso vertice del G8. L’evento è ricordato soprattutto per le proteste e i disordini che lo accompagnarono, che ebbero luogo principalmente dal 19 al 22 luglio e sconcertarono il mondo per la brutalità con cui furono gestiti dalle forze dell’ordine: Amnesty International definì l’accaduto come «una violazione dei diritti umani di dimensioni mai viste nella recente storia europea». Mentre gli eventi che portarono alla morte del ventitreenne manifestante no-global Carlo Giuliani non sono ancora del tutto chiari, ciò che accadde nella scuola superiore Armando Diaz durante la notte di sabato 21 luglio è ben documentato.

I fatti sono noti: poco prima della mezzanotte più di 300 agenti dei reparti mobili della Polizia fecero irruzione nell’edificio, che era legalmente in uso al Genoa Social Forum, un congiunto di movimenti e associazioni tra i principali organizzatori delle manifestazioni di protesta. Il clima era teso: si veniva da giorni di scontri, Giuliani era stato ucciso il giorno prima, e molti dei poliziotti erano vicini a perdere il controllo.

E fu proprio ciò che avvenne. Le persone presenti nell’istituto – alcune già dormivano – furono prese d’assalto e colpite con calci, pugni e manganellate. Una delle prime vittime fu il giornalista inglese Mark Covell, che subì tra le altre cose lesioni alle costole, a un polmone e alla spina dorsale. Restò in coma per quattordici ore, e l’esperienza gli ha lasciato profondi traumi fisici e psicologici. Il reporter non fu l’unico a essere oggetto del pestaggio dei celerini: il blitz fu così cruento da essere in seguito paragonato a una «macelleria messicana» da un poliziotto che era presente. Scrive Nick Davies del Guardian:

Secondo molte vittime c’era quasi del metodo nella loro violenza: gli agenti pestavano chiunque gli capitasse a tiro, poi passavano alla vittima successiva lasciando a un collega il compito di continuare a picchiare la prima. Sembrava importante che tutti fossero pestati a sangue.

Al termine dell’irruzione i feriti erano 82, sul totale delle 93 persone che si trovavano nell’edificio. Oltre a Covell altri tre versavano in condizioni critiche e molti vennero portati in ospedale, tra cui un altro giornalista, Lorenzo Guadagnucci. I feriti più lievi furono invece condotti alla caserma di Bolzaneto, a circa 8 km dalla Diaz, dove le violenze continuarono per tutta la notte: i prigionieri vennero percossi nuovamente, minacciati e umiliati in diversi modi.

Sangue sui pavimenti della scuola Armando Diaz di Genova, luglio 2001.
Sangue sui pavimenti della scuola Armando Diaz di Genova, luglio 2001.

Nei giorni seguenti, resoconti più o meno veritieri di ciò che era accaduto alla Diaz cominciarono a guadagnare sempre più spazio in giornali e notiziari, sia italiani che esteri. Prevedendo l’attenzione mediatica, però, la Polizia aveva cautamente provveduto a tutelarsi, fornendo una giustificazione plausibile per le proprie azioni. Vale a dire, alcuni agenti avevano collocato delle prove false all’interno dell’istituto: spranghe, martelli, coltelli e due Molotov – tutto rinvenuto in altre parti della città – che furono presentati come segno certo che l’edificio dava rifugio a pericolosi estremisti, per di più armati, e l’irruzione della mobile era quindi doverosa. Un alibi perfetto.

A ogni modo, il capo della Polizia Gianni De Gennaro presentò le proprie dimissioni al ministro dell’Interno Claudio Scajola, che però le respinse. Scajola, che ha più volte negato ogni responsabilità nei fatti della Diaz, era membro del secondo governo Berlusconi, insediatosi quaranta giorni prima del G8 e che sarebbe poi diventato l’esecutivo più longevo nella storia dell’Italia repubblicana. Quel governo non rispose mai degli eventi di quei giorni: all’opposizione fu negata la possibilità di istituire una commissione parlamentare d’inchiesta e il Senato respinse la mozione di sfiducia contro Scajola, mentre il Presidente del Consiglio Berlusconi affermò che il suo governo aveva svolto «un buon lavoro» risparmiando «una figuraccia al Paese», e incolpò la precedente amministrazione per la cattiva organizzazione del summit.

Claudio Scajola, ministro dell'Interno all'epoca dei fatti della Diaz di Genova, con l'allora Presidente del Consiglio Berlusconi.
Claudio Scajola, ministro dell’Interno all’epoca dei fatti di Genova, con l’allora Presidente del Consiglio Berlusconi.

Per quanto riguarda le responsabilità delle forze dell’ordine, diverse indagini e processi presero il via nei mesi seguenti. La ricerca della giustizia si rivelò difficoltosa per giudici e accusa, soprattutto per l’omertà e i tentativi di depistaggio da parte di alcuni settori della forza pubblica. Anche l’arretrato sistema legale italiano era un ostacolo: ai poliziotti non era richiesto di portare un numero identificativo, rendendo impossibile il riconoscimento di molti degli agenti coinvolti; inoltre il codice penale italiano non prevedeva una legge contro il reato di tortura, per cui non si poté perseguire adeguatamente i responsabili delle violenze della Diaz e di Bolzaneto.

Ai poliziotti condannati vennero comminate pene comprese tra i due e i cinque anni, ma nessuno varcò mai la soglia di un carcere, anche perché alcuni dei reati contestati erano nel frattempo caduti in prescrizione. La maggior parte fu reintegrata al termine della sospensione, e alcuni ebbero addirittura un avanzamento di carriera: il caso più eclatante è quello di Gilberto Caldarozzi, condannato per falso, che nel 2017 è stato promosso a numero due della Direzione Investigativa Antimafia. La nomina di Caldarozzi sarebbe stata voluta dall’allora ministro dell’Interno del PD Marco Minniti, a riprova che minimizzare e cercare di far scivolare nel dimenticatoio i fatti di Genova è sempre stato un esercizio bipartisan.

D’altronde, anche i vari governi di centro-sinistra hanno fatto ben poco per evitare il ripetersi di violenze e abusi da parte dei corpi di ordine pubblico. Tuttora gli agenti italiani non portano numeri identificativi, che sono invece richiesti ai loro colleghi in quasi tutti i Paesi dell’Unione Europea, a eccezione del nostro e di Austria, Cipro, Lussemburgo e Olanda. Trattasi di una misura che se introdotta tutelerebbe non solo i cittadini “comuni”, ma anche tutti i poliziotti integerrimi, rendendo possibile l’accertamento delle responsabilità dei singoli violenti e giovando così alla reputazione dei corpi di appartenenza.

Diaz
Paesi dell’UE in cui sono previsti (o no) i codici identificativi per le forze di polizia. Fonte: Amnesty International.

Per quanto riguarda la tortura, una legge in materia è stata faticosamente approvata solo nel luglio 2017, dopo che l’Italia aveva ricevuto una condanna dalla Corte europea dei diritti dell’uomo per l’assenza di tale reato all’interno del suo codice penale. Legge che però presenta varie criticità, le quali ne circoscrivono fortemente l’applicazione minandone l’efficacia, come evidenziato da Amnesty International:

Il limitare la tortura ai soli comportamenti ripetuti nel tempo e a circoscrivere in modo inaccettabile l’ipotesi della tortura mentale è assurdo per chiunque abbia un minimo di conoscenza del fenomeno della tortura nel mondo contemporaneo, nonché distante e incompatibile con la Convenzione internazionale contro la tortura.

La morte di Giuliani e le violenze della Diaz non sono rimasti casi isolati: Marcello Lonzi, Federico Aldrovandi, Gabriele Sandri, Stefano Cucchi sono solo alcuni nomi di giovani morti per mano delle forze dell’ordine dopo il 2001, e in alcuni casi le loro famiglie sono ancora in attesa di verità e giustizia. La vicenda forse più conosciuta è quella legata alla morte di Cucchi, avvenuta nell’ottobre 2009 e raccontata dallo straziante film Sulla mia pelle, uscito nel settembre del 2018. Tutti gli indizi sembrano indicare un pesante coinvolgimento di alcuni agenti dei Carabinieri, i quali avrebbero abusato dei loro poteri sottoponendo il giovane detenuto a violenti pestaggi e infliggendogli gravi lesioni, che sarebbero state la causa del decesso. Dopo quasi dieci anni e i soliti tentativi di depistaggio, il muro di omertà attorno all’omicidio Cucchi comincia finalmente a sgretolarsi, grazie anche agli sforzi della famiglia, sopratutto della sorella Ilaria, per chiedere giustizia.

Proprio Ilaria Cucchi, in passato, è stata aspramente criticata dall’attuale vicepremier Matteo Salvini, che nel 2016 dichiarò «la sorella di Cucchi si dovrebbe vergognare, per quanto mi riguarda», aggiungendo «io sto sempre e comunque con Polizia e Carabinieri». E in effetti il segretario della Lega ha sempre mostrato il suo appoggio alle forze dell’ordine italiane, anche indossando la divisa da poliziotto in più di un’occasione durante i suoi comizi, oltre a impegnarsi a dare «mano libera agli uomini e alle donne delle forze dell’ordine, per poterci difendere e riportare sicurezza, onestà e pulizia nelle nostre città».

Diaz
Matteo Salvini attorniato da agenti delle forze dell’ordine poco dopo la nomina a ministro, giugno 2018.

Salvini è nel frattempo divenuto, oltre che vicepremier, ministro dell’Interno, e in quanto tale responsabile del coordinamento delle forze di polizia: ha dunque importanti poteri decisionali in merito. Un anno fa, nella prima stesura di questo articolo (a meno di due mesi dalla nascita del governo Conte) scrivevo:

Quel che è certo è che lasciare “mano libera” a chi negli anni è stato responsabile di tanti casi di abuso di potere equivale a consegnare un lasciapassare ai violenti, vagheggiando un clima di impunità generale che avrebbe l’effetto contrario alla sicurezza e onestà auspicate. Se a ciò si aggiunge l’ulteriore militarizzazione delle città italiane voluta da Salvini e l’opposizione ferrea del segretario leghista alla legge sul reato di tortura – «le forze di polizia devono avere libertà assoluta di azione, se un delinquente si sbuccia il ginocchio o si rompe una gamba sono cazzi suoi» – si capisce come difficilmente il governo giallo-verde perderà il sonno di fronte a eventuali abusi delle forze dell’ordine, ma anzi rischia di incoraggiarli.

Duole constatare che non mi sbagliavo di molto, e a riprova di ciò basta ripercorrere alcuni episodi verificatisi nel corso dell’ultimo anno. Dal punto di vista normativo, il ministro Salvini ha cominciato a mantenere le promesse con due dei fiori all’occhiello leghista di questo inizio di legislatura: il Decreto Sicurezza e il Decreto Sicurezza bis. Sebbene siano stati “venduti” all’opinione pubblica come misure prettamente inerenti all’immigrazione – materia che in effetti ne occupa le parti più sostanziose – tali provvedimenti includono anche disposizioni volte ad aumentare poteri e discrezionalità delle forze dell’ordine e a «criminalizzare il dissenso», soprattutto in contesti di manifestazione pubblica.

Il primo decreto, tra le altre cose, comporta un inasprimento delle pene per le azioni di protesta, reintroducendo il reato di blocco stradale (art. 23) – che era stato depenalizzato nel 1999 – e ampliando l’applicazione del cosiddetto ‘DASPO urbano‘ (artt. 20 e 21), introdotto da Minniti nel 2017. In poche parole: dei manifestanti che «ostruiscono o ingombrano», anche pacificamente, la via pubblica saranno punibili «con la reclusione da uno a sei anni», e in attesa del processo potrà essere loro impedito di accedere a determinate aree della città, a discrezione del sindaco e/o prefetto di turno.

Viene inoltre estesa un’altra misura voluta da Minniti, quella relativa all’utilizzo del taser da parte delle forze dell’ordine (art. 19), strumento che Salvini ha dato in dotazione pure alla Polizia locale. Le pistole «a impulsi elettrici» sono classificate come armi «meno che letali», ma in realtà – complice anche la scarsa formazione degli agenti che le usano – possono portare a conseguenze ben più gravi di quelle preventivate, soprattutto se utilizzate contro individui con problemi cardiaci. In USA e Canada, dove il taser è in uso da anni, dal 2001 a oggi esso ha causato direttamente o indirettamente più di mille morti, secondo Amnesty International.

Diaz
Il ministro Salvini sorride soddisfatto alla presentazione del Decreto Sicurezza insieme al Presidente del Consiglio Conte, settembre 2018 (foto Ansa).

Il Decreto Sicurezza bis del giugno 2019 segue la scia del suo precursore, inasprendo ulteriormente le già rigide sanzioni previste per chi si rende protagonista di disordini di piazza (artt. 5, 6 e 7). Fatto che di per sé è difficilmente contestabile, ma che assume profili critici se messo a raffronto con i principi costituzionali di offensività e proporzionalità della pena, oltre che per il considerare come aggravante l’aver commesso il crimine in contesto di manifestazione pubblica, andando di fatto a limitare il diritto di protesta dei cittadini. Inoltre, ironia vuole che uno dei reati stigmatizzati dal decreto sia l’uso «di caschi protettivi o (…) di qualunque mezzo atto a rendere difficoltoso il riconoscimento della persona». Un agente in tenuta antisommossa può dunque essere, come abbiamo visto, totalmente irriconoscibile, ma se ciò avviene per un manifestante questi rischia tra i 2 e i 3 anni di carcere.

Sviscerati gli aspetti normativi, passiamo al piano della pratica. Anche qui si può notare come nell’ultimo anno le forze di polizia italiane siano state protagoniste di nuovi, spiacevoli “incidenti”. Aldilà degli episodi di fermo ai contestatori del ministro e di rimozione degli ormai celebri “striscioni”, ciò che preoccupa maggiormente – e rievoca tristemente i fatti del 2001 – è la gestione di alcuni disordini di piazza, in particolare tre casi avvenuti in rapida successione nel maggio scorso: il giorno 19 a Firenze, il 20 a Bologna e il 23 a Genova. La dinamica è sempre la stessa: comizio di un partito di destra (rispettivamente Lega, Forza Nuova e CasaPound), contromanifestazione (a volte provocatoria) degli antifascisti, carica della Polizia contro gli antifascisti.

Il capoluogo ligure, stesso scenario delle violenze del G8, è stato teatro del più cruento tra gli scontri, e ci è andato di mezzo anche il giornalista di Repubblica Stefano Origone, erede suo malgrado dei Covell e dei Guadagnucci che furono. Origone è stato gettato a terra e preso a calci e manganellate da alcuni agenti del VI reparto mobile di Genova Bolzaneto, che prima di essere fermati dal vice questore che li comandava gli hanno lasciato come ricordo una costola rotta, due dita «frantumate» e lividi sparsi per tutto il corpo.

Ricoverato in ospedale, ha ricevuto scuse e auguri di pronta guarigione da sindaci, governatori, ufficiali di Polizia, persino dal Presidente della Repubblica Mattarella. Ma dal governo o dal Viminale, nulla. Per aggiungere al danno la beffa, l’indagine per risalire agli agenti responsabili del pestaggio è stata affidata alla stessa squadra mobile cui essi stessi appartengono, gestione ovviamente inortodossa e potenzialmente irregolare, come rimarcato dal pm Zucca, lo stesso che curò l’istruttoria per i fatti della Diaz.

Abbiamo rievocato questi eventi come pegno dell’accresciuta deriva securitaria e dell’inasprimento dei metodi della forza pubblica impressi dall’attuale governo, ma non si tratta di casi isolati, come una rapida ricerca nella cronaca locale e nazionale dell’ultimo anno può ampiamente dimostrare. Lungi da chi scrive voler addossare o imputare tali fatti a tutti i poliziotti e carabinieri italiani, la cui stragrande maggioranza – ne siamo sicuri – svolge quotidianamente un lavoro nobile, necessario e spesso sottoretribuito.

Vorremmo, proprio a tutela di questa maggioranza, poter fare nomi e cognomi di chi si è macchiato degli abusi raccontati, ma in troppi casi ciò è impedito da regole carenti, atteggiamenti omertosi e dalla pressoché totale mancanza di volontà politica in tal senso. Auspicando una presa di coscienza collettiva che porti a una richiesta di maggior trasparenza in merito da parte delle istituzioni, ricordiamo oggi i fatti della Diaz non come un mero fatto storico, ma come un monito di cosa può accadere quando lo Stato non vigila a dovere sull’operato dei tutori dell’ordine.

1 Comment

Commenta