Dov’è finito il cittadino ben informato?

La desolante deriva verso cui è scivolato il dibattito pubblico italiano oggigiorno è argomento noto e largamente trattato. Coglierne le motivazioni non è però altrettanto semplice. Ecco perché può risultare utile cercare di offrire una chiave di lettura originale della questione.

In un recente editoriale sul Messaggero, Luca Ricolfi, sociologo e professore all’Università degli Studi di Torino, ragiona su come la politica italiana degli ultimi vent’anni, dalla rivoluzione comunicativa del berlusconismo all’attuale legislatura gialloverde, abbia puntato a far collimare le principali istanze governative con quelle che sono le priorità percepite dall’uomo della strada.

Il sociologo austriaco Alfred Schütz (1899-1959).

Ma chi è realmente l’uomo della strada e quali sono gli antidoti a un tale semplicismo? L’espressione risale ad un saggio del sociologo austriaco Alfred Schütz, in Italia uscito postumo negli anni ’70 e intitolato “Il cittadino ben informato“, il quale tratta di come la conoscenza si distribuisca nel sociale. Classificando il cittadino contemporaneo secondo tre idealtipi, Schütz distingue:

  • L’uomo della strada, colui che ha una conoscenza pratica e di “ricette” da adattare al fine da raggiungere.
  • L’esperto, in possesso di una vasta conoscenza strettamente attinente alla propria professione.
  • Il cittadino ben informato, o meglio che ambisce ad essere tale: cioè che giunge ad opinioni fondate ragionevolmente nei campi che egli sa essere almeno di medio interesse per lui, nonostante essi non abbiano attinenza con il suo fine da raggiungere o con la sua professione.

Per il cittadino ben informato non esistono linee di confine certe nei propri schemi di riferimento e di conoscenza: egli è pronto a variare le proprie opinioni sulla base di un pensiero critico, consapevole che ciò che oggi si ritiene irrilevante, un domani può divenire fondamentale.

Credits: skillonpage.com

In Italia, fino alla fine della Prima Repubblica la presenza dei grandi partiti di massa assicurava una viziata ma rilevante funzione pedagogica alla cittadinanza. I giganti della politica nostrana, la DC e soprattutto il PCI – seppur in modo fortemente ideologico e tutt’altro che disinteressato – si rivelarono educatori nei confronti dei propri iscritti e militanti, concorrendo non di rado a formare in loro un’opinione sociale e culturale ben orientata. Comunque lontano dall’adempiere a pieno alle caratteristiche del cittadino ben informato, il ruolo dei partiti garantiva se non altro la partecipazione attiva al dibattito pubblico ed alla discussione delle proposte governative di una maggioranza della popolazione.

I partiti di massa sono ormai storia e nel discorso sociopolitico corrente la situazione è drasticamente diversa: risulta oggi fondamentale riuscire innanzitutto a recuperare una coscienza pubblica critica ed aperta al confronto. Una coscienza che sia anche in grado di riconoscere, almeno in parte, se la classe politica stia cercando o meno soluzioni efficaci ed efficienti. Facile a dirsi, molto meno a farsi.

L’ostacolo alla sopravvivenza e alla proliferazione del cittadino ben informato, deriva anche dal rovesciamento del modo di proporre i temi sociali ed economici quotidianamente posti in primo piano dalla classe politica. Quest’ultima si muove insomma sullo stesso piano e propone soluzioni simili a quelle dell’ormai celebre uomo della strada.

L’attuale governo gialloverde ha più che mai adattato la propria agenda politica a queste esigenze, accettando di puntare sulle questioni più sentite e di forte impatto mediatico, talvolta attraverso atti dimostrativi rivelati sostanzialmente inconsistenti a livello politico e giuridico: si pensi al nulla di fatto in cui è sfociato il caso Sea Watch 3.

Il cavalcare il sentimento antieuropeista nella sua accezione più miope, oltre che la retorica della fantomatica «invasione» migratoria, sono attualmente alcuni degli esempi più evidenti di questo modus operandi. Che la questione migranti sia di vitale rilevanza per l’Italia e per l’Europa è fuor di dubbio. Tuttavia è altrettanto innegabile che l’approccio per migliorare la situazione del nostro Paese in tal senso è lontano da quello adottato dall’attuale esecutivo, con Salvini assente ingiustificato alla gran parte delle sedute europee sulla riforma del regolamento di Dublino.

Ezio Mauro: «L’opinione pubblica sostituita dal senso comune». Intervista rilasciata a Genova, ottobre 2017 (Credit video: Repubblica.it)

Per riprendere le parole di Ezio Mauro, l’opinione pubblica, il vero giudice dell’azione dei governi nei paesi democratici, sta lasciando il posto al senso comune, inteso come diffuso e nebbioso sentimento collettivo, di cui gli attori politici si fanno spesso interpreti, adottandone le supposte convinzioni. In un simile contesto, l’obiettivo principale per chi amministra la cosa pubblica è farsi promotore di una conoscenza che sia quanto più largamente accettata, subendo i pareri dell’elettorato e non più provando ad attuare politiche magari inizialmente impopolari, ma con potenziali effetti futuri positivi e più durevoli.

Le conseguenze di questo capovolgimento di fronte, in parte già insite nel problema, sono immediatamente evidenti e pericolose. L’agenda politica ristagna nel trattare le stesse tematiche proposte dalla maggioranza degli uomini della strada, spesso tralasciando problematiche obiettivamente più impellenti. Tra queste la crescente disuguaglianza sociale e l’elevato tasso di disoccupazione, la lotta senza frontiere alla criminalità organizzata, la già menzionata revisione del trattato di Dublino, la stagnazione economica e l’aumento del debito pubblico, solo per citarne alcune. Allo stesso tempo, la propensione allo spirito critico della società si assottiglia drasticamente.

Tasso di disoccupazione a maggio 2019 nei 28 Paesi UE: l’Italia ha il terzo tasso di disoccupazione più alto (Grafico Eurostat)

Da qui il bisogno, urgente oggi più che mai, di far emergere le voci più competenti della carta stampata e dei vari settori lavorativi e di studio, al fine di spingere il più ampio numero possibile di individui a confrontarsi con le tante personalità eccellenti di cui fortunatamente il nostro Paese dispone. In sostanza, ravvivare un dibattito pubblico di ritrovata dignità. Dibattito che, si è già detto, gli italiani hanno dimostrato più volte in passato di saper sostenere.

Un ruolo importante in questo compito lo hanno proprio i cittadini che più ambiscono ad essere ben informati e disposti ad apprendere nel miglior modo possibile. A farsi sempre più partecipi e a mettere in gioco le proprie idee, per migliorarsi e migliorare quelle altrui. Una condizione senz’altro difficile, in un momento storico in cui cercare e sostenere una soluzione più profonda spesso e volentieri è sufficiente per essere etichettati come radical chic.

Tuttavia, stimolare il più possibile la ripresa di un acceso ma proficuo confronto all’interno dell’opinione pubblica, potrebbe contribuire ad allontanare lo spettro della legittimazione sociale del senso comune più superficiale. E forse, a riportare la classe politica a confrontarsi con le responsabilità che le spettano.

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