Perché io no? I social network e l’invidia digitale

Uno dei dieci comandamenti recita «non desiderare la roba d’altri». Ma è davvero possibile non provare invidia nell’era dei social network, dove ci troviamo a scorrere bacheche piene di persone con vite in apparenza perfette?

Credits: John Holcroft

Secondo uno studio condotto nel 2016 da Mediakix (agenzia di marketing californiana che lavora con influencer, blogger e youtuber), ogni giorno trascorriamo in media ben due ore sui social, e nel corso della vita passiamo complessivamente più di cinque anni sulle piattaforme digitali. Questi dati ci confermano e ci aiutano a comprendere come ormai gli stessi social network siano diventati una parte fondamentale e rilevante della nostra quotidianità. Facebook, Instagram e Twitter sono solo alcuni dei social più famosi e utilizzati, che registrano giornalmente condivisioni, aggiornamenti e reazioni da parte di tutto il mondo.

Il caso su cui ci soffermeremo è quello di Instagram. Nato nel 2010, permette agli utenti di scattare foto con il cellulare, applicarvi filtri in alta definizione e postarle in rete. Che cosa vediamo su Instagram, quando “scrolliamo” il feed o scorriamo le stories? Sicuramente seguiamo sia personaggi famosi che persone comuni, come amici, conoscenti e parenti. In una posizione intermedia tra questi due poli troviamo la categoria degli influencer, ovvero persone che si sono guadagnate la fama attraverso i social network, postando immagini delle loro vite apparentemente impeccabili.

Questi utenti esercitano una notevole influenza su un’ampia platea di seguaci; il loro potere di persuasione non si limita ad orientare i comportamenti di acquisto dei propri followers (gli influencer traggono spesso profitti da sponsorizzazioni o pubblicizzazioni di prodotti), ma ne modifica la percezione di se stessi e del proprio ambiente. Al fine di promuovere un qualsivoglia prodotto commerciale o un’attività, il profilo di queste web star deve essere invitante e accattivante, avere buona visibilità e mostrare un’ottima immagine dei testimonial. Perciò essi pubblicano con scrupolosa regolarità foto esteticamente impeccabili, che spesso li vedono ritratti durante uno dei loro spettacolari viaggi, in pose apparentemente spontanee e naturali, prive di qualsiasi imperfezione.

Credits: José Luis Merino

Di conseguenza, questi contenuti suscitano negli spettatori un naturale sentimento di invidia. Non sorprende come guardare tali scatti generi un senso di inadeguatezza e disagio: le nostre esistenze ci sembrano insignificanti, lontane anni luce da quella vita senza difetti che gli influencer quotidianamente ci mostrano. Più stupefacente, invece, è che tali sensazioni possano essere provocate da utenti che non hanno raggiunto un grande successo sui social network, “comuni mortali” di nostra conoscenza.
Non solo i grossi influencer, infatti, partecipano con ardore alla corsa verso un’immagine impeccabile.

Instagram è in effetti il social della perfezione per eccellenza. Tutti curano il proprio profilo, ma parliamoci chiaro: anche un soggetto banale diventa fotogenico e interessante una volta che entra nel meccanismo di questa piattaforma. Ed è proprio la ricerca di questa perfezione a metà strada tra realtà e finzione, scrive Marta Musso su Repubblica, che ci costringe ad una corsa interminabile verso il raggiungimento di stili di vita ideali, esemplari, in un eterno confronto con gli altri che alimenta l’invidia e di conseguenza il senso di inadeguatezza e bassa autostima.

Ma la loro vita è davvero così come ce la presentano? Questa gelosia insita in ognuno di noi ha un fondamento o è il frutto di una percezione distorta della realtà? Adam Alter, docente universitario presso la NYU, spiega che le persone curano il loro feed in modo da mostrare solo quell’1% della loro vita che ritengono perfetto, così da dare l’impressione che se la passino decisamente meglio di quanto non facciano in realtà. Alter aggiunge che non si può dire lo stesso di altri social network come Facebook, Twitter e Snapchat, che vengono usati per più scopi e ammettono la possibilità di condividere contenuti diversi.

Instagram invece, sia per le sue modalità sia per l’uso che la maggior parte dei suoi iscritti ne fa, può essere paragonato ad un palcoscenico su cui noi dobbiamo o vogliamo esibirci, dove l’invidia regna incontrastata. Instagram, di fatto, è usato esclusivamente per la condivisione di istantanee, le quali possono essere modificate e migliorate per incontrare il gusto di chi le vuole condividere con il suo “pubblico”. Talvolta si giunge perfino a renderle “false”, mutilate di quella genuinità che una fotografia può cogliere.

Credits: tabsite.com

Questa considerazione può essere recepita in maniera più efficace rispondendo ad una semplice domanda: quante foto sono state scattate ed eliminate prima di ottenere quella “giusta” per il post? Camilla Tombetti, in un articolo per The Millennial, ipotizza che per ogni singola immagine caricata almeno altre dieci siano state precedentemente eliminate, poiché non risultano belle da vedere o non rispettano certi canoni. E alla fine del procedimento, la foto caricata è il prodotto di una attenta e accurata modifica per rendere ancora più fatato quel pezzo di realtà.

Quella che ci presentano le persone che seguiamo su Instagram è sicuramente una versione molto edulcorata della loro vita e della realtà. Bei selfie appena svegli, piatti prelibati ordinati in modo maniacale, foto di coppia che ritraggono relazioni da favola, outfit adatti per ogni occasione. Osservando tutto questo ci sentiamo come se solo la nostra quotidianità avesse delle sbavature; la nostra esistenza non sembra farci emozionare, non ci appaga.

A partire dalle reazioni di chi “sta a guardare” si innesca un circolo vizioso per il quale, provando invidia per la vita degli altri, gli utenti sono spinti a mostrarsi in maniera altrettanto invidiabile. In questo modo, tutti cercano di farsi vedere più felici di quanto non siano e di far sembrare la propria vita esemplare e desiderabile, appesantiti però da una costante preoccupazione per il giudizio degli altri.

Tutto ciò è reso chiaro da Sanctus, una startup londinese che si occupa di diffondere messaggi positivi sulla terapia psicologica e il coaching. Essi hanno creato un sito ad hoc durante una campagna di sensibilizzazione sul rapporto tra i social network e la salute mentale: Lifefaker. È un servizio online per l’acquisto di immagini da usare sui social, spacciandole come proprie. Lo scopo è dare a chi ci segue l’impressione che la nostra vita sia fantastica e inarrivabile anche se siamo depressi, complessati o infelici. Il motto del sito è: «La vita non è perfetta, ma il tuo profilo dovrebbe esserlo».

Lifefaker è ovviamente fittizio e provocatorio: l’obiettivo è proprio mettere in luce che i social network, con le continue notifiche e le immagini delle incantevoli vite degli altri, possono essere una fonte d’ansia. Nei casi più gravi, se il soggetto è predisposto o debole, possono favorire un calo dell’autostima e addirittura causare o aggravare una depressione. Con la piattaforma Lifefaker, spiega Andrea Nepori su La Stampa, gli ideatori hanno voluto evidenziare in maniera caricaturale questi meccanismi, per portare alla luce quel disagio da social network che spesso rimane nascosto, percepito ma non esplicitato, rischiando di trasformarsi in qualcosa di più serio se non affrontato correttamente.
Risulta chiaro, secondo gli autori, che i social media possono essere usati per presentare una falsa immagine di noi, un modo per raccogliere likes e farci sentire meglio, dando una spinta alla percezione di quanto valiamo. Dall’altra parte, però, possono essere usati per giudicare noi stessi e le nostre vite, confrontandoci con gli altri e abbassando la nostra autostima.

Ma come evitare tutto questo? Il primo, fondamentale, passo per liberarsi dall’ansia di apparire perfetti quando ci presentiamo sui social, in particolare su Instagram: smettere di paragonarsi costantemente agli altri e di considerare determinante il giudizio altrui. In secondo luogo potremmo modificare le nostre abitudini di utilizzo dei social media, per cercare in prima persona di sfuggire a questo meccanismo angosciante. Ad esempio, provare a postare delle foto senza filtri potrebbe essere un cambiamento importante, così come smettere di preoccuparci di quanti “mi piace” ricevono le nostre foto.

Queste riflessioni e suggerimenti possono mitigare la questione dell’invidia che caratterizza i social media, ma non rimuovere il problema alla radice: la dipendenza dai social e dagli smartphone che caratterizza la società odierna, tanto che oggi si parla di digital addiction e, per liberarsene, di digital detox. Troppe volte nell’arco della giornata controlliamo notifiche, aggiornamenti e bacheche, gesti che rendono il rapporto con il cellulare sempre più paragonabile ad una dipendenza, con conseguenze anche gravi per la salute. Ma non solo, sono a rischio anche i rapporti umani, le relazioni sociali e affettive, poiché rischiano di essere eclissate dallo smartphone.

I dispositivi digitali e i social network sono parte integrante della nostra società, la tecnologia ci aiuta in molte cose e non è pensabile tornare indietro e smettere di utilizzarla. Tuttavia, dobbiamo imparare a gestire quest’infinità di mezzi che abbiamo a disposizione nei tempi e nei modi corretti, per evitare che si impossessino totalmente della percezione di noi stessi e degli altri, condizionando ogni aspetto della nostra vita quotidiana.

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