Aborto legale: in Argentina, in Italia, ovunque

Un anno fa il Senato argentino bocciava la legge per la legalizzazione dell’aborto. Nel Paese di Ni Una Menos come in Italia, ecco perché la lotta per i diritti delle donne non deve fermarsi.

Manifestazione per l aborto legale

Educación sexual para decidir, anticonceptivos para no abortar, aborto legal para no morir
(Educazione sessuale per decidere, anticoncezionali per non abortire, aborto legale per non morire)

Questo è lo slogan della campagna nazionale per il diritto all’aborto legale, sicuro e gratuito, nata in Argentina nel 2005. È anche la frase che campeggia sul fazzoletto verde (pañuelo) che ormai da mesi porto annodato allo zaino, come fanno milioni di ragazze e ragazzi argentini/e. Ma andiamo con ordine.

Un anno fa, l’8 agosto 2018, il Senato della Repubblica argentina respingeva con uno scarto di 7 voti il disegno di legge per rendere legale l’interruzione di gravidanza nel Paese sudamericano. Un progetto legislativo di iniziativa popolare che, dopo anni di lotte da parte di movimenti femministi, associazioni per i diritti umani e moltissimi/e semplici cittadini/e, era finalmente riuscito ad approdare tra gli scranni del Parlamento di Buenos Aires, salvo arenarsi proprio all’ultima curva.

Quel giorno, mentre dentro il palazzo 71 senatori discutevano del futuro e dei diritti di 20 milioni di donne, nel centro della capitale si dispiegava uno spettacolo inusuale. Sotto la pioggia battente, una marea colorata inondava le strade circostanti l’edificio del Congresso, chiedendo a gran voce l’approvazione di quella legge al grido di «Aborto legal, en el hospital!»: aborto legale, in ospedale. Non ho mai visto una tale massa di persone marciare, cantare e ballare in sostegno di un’idea o un principio.

Cori sotto la pioggia alla manifestazione per l’aborto dell’8 agosto 2018 (video: Carlo Romeo).

Ovunque si volgesse lo sguardo era impossibile non incrociare una chiazza di verde, il colore scelto dalle ideatrici della campagna per l’aborto legale. Un colore di speranza, che contraddistingue i fazzoletti simbolo della causa: dei triangoli di tessuto che riprendono i celebri pañuelos delle madri (e nonne) di Plaza de mayo, che durante l’ultima dittatura (1976-83) denunciarono la sparizione di figli e nipoti, i tristemente famosi desaparecidos, per mano del regime militare.

Proprio quest’associazione – che prende il nome dalla piazza principale di Buenos Aires, dove le madri si riunivano – è stata il punto di partenza di diversi movimenti per i diritti che operano oggi nel Paese. Tra questi anche quelli per l’aborto, che da anni lottano per cambiare una legislazione ferma al codice penale del 1921, secondo cui l’interruzione volontaria di gravidanza è un reato, con pene da 1 a 4 anni sia per le donne che per i medici. Uniche eccezioni, i casi di stupro o di grave pericolo per la vita della madre.

Durante i giorni antecedenti al voto in Senato, io e i miei amici europei ci chiedevamo sgomenti: chi mai potrebbe opporsi, oggi, al diritto di una donna a scegliere liberamente cosa fare con il suo corpo? Sottovalutavamo, ingenuamente, l’immenso potere di cui godono la Chiesa cattolica e altre forze tradizionaliste della società argentina, molto meno secolarizzata della nostra. E infatti, l’8 agosto non c’erano solo i pañuelos verdes a manifestare, ma anche quelli celesti dei “pro-vita”, mantenuti a debita distanza da un’invalicabile barriera di sicurezza.

Manifestanti contro l aborto

Seguaci del principio cattolico della tutela della vita fin dal concepimento e con alle spalle una ben oliata macchina di finanziamenti, gli antiabortisti sono riusciti a risultare maggioritari in Parlamento, pur essendo minoranza nelle piazze. Il loro slogan era «Salvemos las dos vidas» (salviamo entrambe le vite), frase accattivante ma di scarso significato sul piano sostanziale. I “celesti”, infatti, si limitavano a opporsi al progetto in discussione, senza proporre soluzioni alternative per scoraggiare la terribile piaga dell’aborto clandestino, che a causa delle scarse condizioni igienico-sanitarie negli ultimi 35 anni ha ucciso più di 3.000 donne.

Una pratica alquanto rischiosa, i cui effetti nefasti vanno a colpire sproporzionatamente la parte più povera della popolazione, cui mancano i mezzi per recarsi nelle costosissime cliniche private (dove si può abortire in tutta sicurezza dietro pagamento di laute mazzette) o nel vicino Uruguay, dove l’aborto è legale dal 2012. Poco importa però alla destra conservatrice argentina o alla Chiesa cattolica: nel giugno 2018 anche Papa Francesco si schierò contro i fazzoletti verdi, paragonandoli a «nazisti con i guanti bianchi». Una dichiarazione pesantissima, passata sottotraccia in Italia ma che ebbe grande eco nell’Argentina di Bergoglio, contribuendo a influenzare il dibattito pubblico sul tema.

Oltre alla questione di salute pubblica e a quella “di classe”, non bisogna trascurare il significato culturale della lotta per l’aborto legale. La depenalizzazione, infatti, sarebbe un’importante svolta per lo status simbolico e sostanziale delle donne, in una società che dimostra di dover ancora fare dei passi importanti in tal senso. In Argentina i casi di violenza di genere sono all’ordine del giorno, con più di 500 donne uccise nel solo biennio 2017-18, una media di quasi 5 femicidi a settimana. Il 2019 non è iniziato meglio, anzi: nei primi 4 mesi dell’anno il numero degli omicidi di genere è 133, più di uno al giorno. I freddi numeri non bastano a dare conto della drammaticità del problema, tuttavia aiutano a inquadrare la questione in tutta la sua gravità.

Numero di omicidi di genere in Argentina dal 2008 al 2015 (dati: Casa del Encuentro / grafico: El País).

Per opporsi agli innumerevoli episodi di violenza e sensibilizzare l’opinione pubblica sul tema, nel 2015 è nato il collettivo Ni Una Menos, movimento femminista che in breve tempo ha travalicato i confini argentini, attecchendo in diversi Paesi latinoamericani. Ma non solo: l’eco dell’esperienza di Ni Una Menos è giunta anche in Italia, dove ha ispirato l’omonimo Non una di meno, che ha rilanciato a livello mediatico e sostanziale la lotta per i diritti delle donne nel nostro Paese.

Anche in Italia, infatti, le questioni relative al maschilismo e al sessismo sono ben lontane dal considerarsi risolte, nonostante la scarsa rilevanza attribuitagli da media e politica. L’oggettificazione della figura femminile, la disparità di trattamento in ambito lavorativo (a livello salariale e di tutele), le molestie non solo fisiche, fino alle violenze vere e proprie sono fenomeni sociali con cui le donne sono costrette a convivere ancora oggi nel nostro Paese.

Inserire in questo contesto la discussione sull’aborto potrebbe apparire fuori luogo, visto che sono passati più di 40 anni dalla legge 194 del 1978 che ne decretò la legalizzazione nella sua forma odierna. In realtà, come spesso succede in Italia, ai diritti sanciti dalla legge spesso non corrispondono le dovute conseguenze, come testimonia l’altissimo tasso di ginecologi obiettori di coscienza all’interno della sanità pubblica (oltre l’80% in svariate regioni italiane, soprattutto al Sud).

Bisogna inoltre segnalare come anche nel nostro Paese stiano tornando d’attualità le istanze dei movimenti “pro-vita”, che negli ultimi anni hanno ripreso forza trovando degli appoggi politici importanti. In Italia, la città-laboratorio in tal senso è Verona, la cui giunta a guida leghista ha accordato finanziamenti pubblici ad alcuni gruppi impegnati nella propaganda antiabortista. Proprio a Verona si è tenuta, nel marzo scorso, la tredicesima edizione del Congresso Mondiale delle Famiglie (WCF), convegno i cui partecipanti si pronunciavano contrari all’aborto e ai diritti LGBT.

Tra i tanti ospiti illustri intervenuti al WCF si contavano anche figure politiche di rilievo, in particolare Matteo Salvini, il ministro della famiglia Lorenzo Fontana (molto legato agli ambienti ultracattolici più intransigenti) e il senatore Simone Pillon, tutti appartenenti alla Lega. Quest’ultimo deve la sua fama al disegno di legge che porta il suo nome, e che a settembre tornerà in discussione in Parlamento dopo il rinvio di fine luglio. Secondo i critici, se approvato il ddl Pillon andrebbe a stravolgere l’attuale normativa su separazioni e divorzi, andando a svantaggio delle donne soprattutto per quanto riguarda affido dei figli e pagamento degli assegni di mantenimento familiare.

Curioso aneddoto a latere: l’anno scorso proprio Pillon si disse entusiasta della mancata legalizzazione dell’aborto in Argentina, indicandola come un modello da seguire e auspicando l’abolizione della legge 194. Ecco che il cerchio si chiude, rivelando come in Italia sia ancora presente, soprattutto per mano di determinate forze politiche, un «preoccupante clima di misoginia istituzionale», per usare le parole di Amnesty International. E se qualcuno è convinto che i diritti delle donne siano al sicuro perché una volta conquistati non si può tornare indietro, l’invito è a guardare all’America di Trump, dove quest’anno ben quattro Stati hanno reintrodotto leggi che vietano l’aborto.

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