Gli Stati Uniti sono ancora lontani dalla maturità civica

Le sparatorie del 3-4 agosto a El Paso, in Texas, e a Dayton, in Ohio, hanno riposto l’accento sulle principali contraddizioni della società statunitense. Dalle storiche questioni della pena di morte e della vendita di armi, all’odio razziale fomentato dal linguaggio dei media conservatori e di Trump stesso.

Armi in vendita in un centro commerciale Walmart. Credits: Newsmakers / Getty Images.

Oggi sto anche dando istruzioni al dipartimento di giustizia affinché proponga una legislazione che assicuri che coloro che commettono crimini razziali e omicidi di massa, vadano incontro alla pena di morte. E che questa pena capitale venga eseguita rapidamente, con fermezza e senza anni di inutile ritardo.

Così il presidente Trump nel discorso alla nazione del 5 agosto scorso dopo le stragi di El Paso, in Texas, e di Dayton, in Ohio, le ultime di una lunga lista che prosegue da decenni.
Trump persiste ancora una volta nell’uso della pena capitale, peraltro abolita da 21 stati, come se ciò possa servire da esempio agli americani tutti. E soprattutto come se replicare quel terribile gesto che è il togliere la vita ad un altro essere umano si riveli un deterrente efficace in futuro.

Il discorso alla nazione del 5 Agosto del presidente Donald Trump, in seguito alle stragi di El Paso e Dayton. Credits: Washington Post.

Infatti, che la condanna a morte non sia in alcun modo scoraggiante verso altri omicidi e stragi lo dimostrano numerosi studi, uno su tutti la ricerca del 2013 condotta dal professore e criminologo statunitense Daniel S. Nagin. Basandosi su numerose indagini statistiche, egli punta il dito sia sul lungo lasso temporale spesso intercorso fra la data del verdetto e l’esecuzione, sia sulla mai verificatasi connessione fra la condanna a morte e una diminuzione dei crimini.
Nagin osserva invece l’importanza fondamentale ricoperta dal ruolo di prevenzione e dissuasione precedente al delitto, effettuato dalle forze dell’ordine. Oltre a ciò, a scoraggiare potenziali crimini è la certezza della pena, afferma ancora Nagin, riprendendo il pensiero di Beccaria e Bentham.

Amnesty International, fra le tesi di opposizione a tale pratica, cita la violazione del diritto alla vita, il cardine dei diritti civili ed umani. L’attuale governo statunitense invece, oltre ad aver reintrodotto, 16 anni dopo, la pena di morte nei tribunali federali, incentiva, tramite le parole dell’attuale presidente e dei suoi ministri, la plausibilità e la sostenibilità etica del suo utilizzo.

Tuttavia, che lo si voglia credere o no, uccidere Crusius, il terrorista di El Paso, non è la soluzione e svilisce la credibilità dello stato di diritto statunitense. Perché ciò significa ammettere che lo Stato americano non è in grado di farsi deterrente nei confronti della criminalità, ma soltanto eguale assassino. Che non potendo arginare il problema o affrontarlo alla radice per prevenirlo, risponde colpo su colpo, abbassandosi all’infimo livello di chi ha sparato per primo.

Condanne a morte eseguite dal 1 Gennaio al 4 Giugno 2019. Dati Amnesty International.

Dati i 393 milioni di armi in possesso dei circa 326 milioni di cittadini statunitensi e le oltre 14 mila persone uccise da armi da fuoco negli stessi USA lo scorso anno, ecco che un’efficace prevenzione di stragi e omicidi passa invece da una drastica restrizione legislativa sulla vendita e detenzione delle armi stesse.
Nel citato discorso del 5 Agosto, Trump ha enfatizzato l’urgenza di una soluzione bipartisan alla questione: estendere a livello federale le cosiddette red flag laws, ovvero quelle leggi che permettono la confisca di armi da fuoco in possesso di persone ritenute pericolose per gli altri e per se stesse. Nella maggior parte dei casi, sia le famiglie sia le forze dell’ordine sono autorizzate a rivolgersi al tribunale per ottenere il sequestro.

Se è vero che 17 stati hanno già adottato leggi simili nei loro ordinamenti, è altrettanto chiaro che per il presidente intraprendere una simile battaglia sarebbe difficile e controproducente a livello elettorale.
Nel febbraio scorso, la camera a maggioranza democratica ha approvato il Bipartisan Background Checks Act of 2019. Questa proposta di legge, ferma al senato a prevalenza repubblicana, molto assomiglia alla richiesta di Trump di applicare norme più restrittive al possesso delle armi. Nonostante ciò, il presidente non l’ha mai specificatamente nominata nel discorso del 5 Agosto, preferendo riferirsi più genericamente al termine red flag laws.

Credits: LaPresse/PA.

Un’importante fetta dei sostenitori della campagna di Trump, costituita dai vertici di gruppi come la nota NRA e la GOA – Gun Owners of America, si è finora dimostrata ferma oppositrice di una simile riforma. Infatti, proprio queste associazioni negli scorsi mesi si sono battute, attraverso forti azioni di lobbying, contro l’approvazione del Bipartisan Background Checks Act.
Secondo alcuni dei loro membri si tratterebbe di una legge incostituzionale in violazione del secondo emendamento, che garantisce il diritto al possesso alle armi da fuoco. Poco importa se questo provvedimento fu varato nel 1791, quando avere un fucile era necessario per difendersi dalle rappresaglie delle truppe inglesi e spagnole.
Tuttavia, finalmente oggigiorno all’interno dell’opinione pubblica americana, anche fra i repubblicani, più di qualcosa sembra muoversi: il fronte favorevole ad una maggiore regolamentazione nel possesso delle armi ormai conta su una larga porzione della popolazione

Il maggiore ostacolo all’approvazione di una più ferrea legislazione in materia resta quindi legato ai voti in senato, ossia ai rappresentanti del Grand Old Party ed in particolare al leader della maggioranza Mitch McConnell, almeno nell’immediato. McConnell ha infatti dichiarato l’intenzione di discutere a tale riguardo solo in autunno, previa approvazione del presidente.
Sarà perciò nei prossimi mesi che si potrà vedere se le intenzioni di Trump si trasformeranno in realtà o resteranno vane proposte. Parole al vento figlie di un momento politico che ha obbligato quantomeno il sollevamento di una discussione in merito e considerabili, in fin dei conti, puramente ipocrite.

Il leader della maggioranza al senato, Mitch McConnell, insieme al presidente Donald Trump. Credits: Getty Images.

Quella stessa ipocrisia facilmente riscontrabile nel più volte citato discorso del presidente alla nazione, datato 5 agosto. Ci si riferisce questa volta alle frasi spese in condanna al razzismo ed al suprematismo bianco.
Ma quale ipocrisia, si dirà, nel condannare fermamente l’insulsa ideologia di un folle stragista che, secondo quanto riportato dalla polizia, ha aperto il fuoco contro delle persone di origine messicana per contrastare l’invasione ispanica in Texas?

Innanzitutto, l’ipocrisia di un presidente che, su Twitter, ha utilizzato il termine invasione più di 2000 volte da gennaio ad oggi, per descrivere l’immigrazione messicana negli Stati Uniti, facendo eco al linguaggio di molti media conservatori statunitensi. Sull’account ormai chiuso di Patrick Crusius comparivano numerosi retweet di Trump inerenti alla questione dei migranti al confine con il Messico, segno di come i toni da guerriglia dello stesso leader repubblicano avessero fatto particolarmente presa nella mente dell’invasato omicida.

L’ipocrisia di un presidente che dichiara che i democratici si preoccupano più degli immigrati illegali rispetto ai cittadini americani − per carità, in compagnia di tanti altri, in primis il nostro ormai ex ministro dell’interno.

Infine, l’ipocrisia di un presidente che si sta adoperando per realizzare un notevole restringimento delle norme per i richiedenti asilo che cercano di entrare negli Stati Uniti. E lo sta facendo attraverso programmi come il Remain in Mexico Program o il deleterio Safe Third Country Agreement, che sfidano i trattati internazionali sui diritti civili e rischiano di mettere a repentaglio la vita di migliaia di persone in fuga da miseria e violenza.

Il Safe Third Country Agreement, in particolare, obbliga chi parte da Paesi centroamericani come El Salvador o l’Honduras a presentare la richiesta d’asilo nel primo Stato che attraversano. In questo caso il Guatemala, considerato contro ogni raziocinio una nazione sicura, nonostante l’elevata povertà ed i numerosi disagi sociali. Assieme al programma Remain in Mexico, dal funzionamento non troppo distante da quello appena descritto, questo accordo mira a limitare il più possibile le entrate di persone spesso ridotte allo stremo negli Stati Uniti.

Migranti provenienti da Honduras ed El Salvador fermi, in attesa, al confine fra Guatemala e Messico. Credits: Moises Castillo/AP Photo.

A tutto ciò si aggiunge la sempre impopolare smentita dei dati: le statistiche evidenziano l’infondatezza della retorica dell’associazione migrante-criminale tanto cara al presidente ed a molti parlamentari repubblicani. In particolare, un’interessante ricerca del Cato Institute mostra come il tasso di condanne per omicidi, furti e crimini di matrice sessuale in Texas sia ben più alto fra i cittadini statunitensi che non fra gli immigrati, regolari o irregolari.
Che piaccia o no, Trump mente sapendo di farlo, cavalcando l’onda di un populismo che ormai rasenta la credibilità e la dignità di una barzelletta che, ahinoi, fa tutt’altro che ridere.

In sostanza, la pena di morte, la smodata diffusione delle armi e l’infondata retorica anti-migratoria cavalcata dalle classi dirigenti repubblicane, prima ancora che dal loro elettorato, mettono in luce delle arretratezze innegabili nella società americana. Anche tralasciando altri fondamentali temi − uno su tutti il funzionamento del sistema sanitario − le questioni emerse una volta in più in seguito ai recenti avvenimenti, qui brevemente trattate, confermano quanta strada gli Stati Uniti debbano ancora percorrere in direzione di traguardi sociali non più procrastinabili.

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