Il legale di Traini in esclusiva a multiTasca: “Luca ha scritto un libro”

Ieri multiTasca ha intervistato Giancarlo Giulianelli, avvocato penalista e difensore di Luca Traini. Traini, che il 3 febbraio 2018 ha aperto il fuoco per strada a Macerata ferendo 6 persone, è ora in carcere. A Luglio la Cassazione ha respinto la richiesta del suo legale di usufruire degli arresti domiciliari cautelari.

Luca Traini, arrestato il 3 febbraio 2018.

Buongiorno avvocato, la ringrazio per la disponibilità. Inizio col chiederle a che punto siamo con il processo Traini e se la strategia difensiva ha subito o meno cambiamenti in corso d’opera.

«Il processo Traini è giunto in secondo grado nella Corte d’Assise d’Appello d’Ancona, dove si svolgerà in data 26 Settembre.
Per quanto riguarda la difesa, è stato integralmente contestato l’impianto della sentenza di primo grado: dall’accusa di tentato omicidio piuttosto che di strage, all’aggravante dell’odio razziale, alla non riconosciuta incapacità di intendere e di volere.»

Sulla questione della pazzia vorrei tornarci fra poco. Intanto, due mesi fa lei si è visto respingere dalla Cassazione la richiesta degli arresti domiciliari cautelari. Perché secondo lei questa sentenza è ingiusta?

«Questa è una questione tecnica inerente alla pericolosità sociale. Le misure cautelari furono applicate a Traini nell’immediatezza del fatto in base ad un’unica esigenza cautelare: la pericolosità sociale, appunto. In termini meno tecnici, si tratta del pericolo che, ove messo in libertà, il soggetto possa commettere reati della stessa specie di quello per cui si procede.
Ho fatto presente che questo pericolo non sussiste, poiché è evidente che Traini ha fatto quello che ha fatto per vendicare la morte di Pamela Mastropietro (la giovane diciottenne brutalmente uccisa da Innocent Oseghale pochi giorni prima della sparatoria di Traini, ndr) e non per intenti razzisti.
E quand’anche sussistesse questa sospetta pericolosità sociale, il nostro codice penale prevede comunque la possibilità di procedere con misure meno afflittive, come gli arresti domiciliari cosiddetti cautelari, ossia con una cavigliera che tiene sotto controllo il soggetto.»

L’esposizione mediatica del processo è stata amplissima. Crede che si sarebbe potuta avere una gestione migliore della questione da parte di stampa e politica?

«È difficile a dirsi. La stampa esprime delle opinioni, e l’esposizione mediatica c’è stata ed è stata un’esposizione internazionale.»

Questa visibilità ha secondo lei influenzato la decisione dei giudici?

«Ritengo che l’esposizione possa avere in parte irrigidito il recente giudizio della Corte di Cassazione in merito alla misura dei domiciliari cautelari.»

Insomma, senza tutta questa risonanza si sarebbe potuto avere un esito diverso del ricorso.

«Sì, è possibile.»

L’avvocato Giancarlo Giulianelli, difensore di Luca Traini.

Arriviamo alle celebri testimonianze di solidarietà. Precisamente, da parte di chi si sono avute e in che misura?

«A Macerata e nelle zone limitrofe, attestati di solidarietà sono arrivati da ogni parte: dal giovane alla signora che ogni giorno va in Chiesa.»

E poi Forza Nuova che, si credeva, avesse offerto legali e denaro.

«Questa è una notizia falsa, nonostante fatichino un po’ tutti a credermi quando lo dico. Tutt’al più a Traini qualcuno ha inviato cifre irrisorie.
Invece l’unico soggetto, di cui non faccio il nome, che mi ha dato dei soldi, lo ha fatto per sostenere le spese della perizia. Questo Traini lo sa.»

Soggetto privato, dunque, non partiti politici.

«Un privato, o tutt’al più un insieme di privati, che hanno raccolto una discreta somma di denaro per la difesa, in senso lato, di Traini.»

Veniamo proprio a Traini. Il suo atteggiamento, inizialmente di non pentito, è poi cambiato col tempo. Oggi cosa pensa il suo assistito di ciò che ha fatto?

«So che Luca ha scritto un libro, me lo ha detto ieri sera e non lo sa ancora nessun’altro, se non la famiglia. Sta cercando una casa editrice disposta a pubblicare questo libro e con il ricavato vorrebbe eventualmente soddisfare le esigenze delle persone da lui offese.
Questo dimostra come l’atteggiamento mentale sia totalmente mutato, sebbene avesse comunque già ampiamente dichiarato in precedenza il suo pentimento.»

Di cosa parla precisamente questo libro?

«Non lo so ancora, non ho avuto occasione di leggerlo, avendo appreso ieri sera la notizia. Sapevo della sua volontà di scrivere e più in generale di fare qualcosa per aiutare le vittime del suo gesto.
Inizialmente con il fratello avevano pensato di vendere l’auto, la stessa utilizzata nel giorno della sparatoria, ma naturalmente nessuno ha offerto una somma dignitosa. Perciò, in questi mesi di carcere Luca ha pensato di scrivere questo libro, lo ha fatto e l’ha consegnato al fratello. Se trovassero la casa editrice, il libro verrebbe pubblicato. C’è anche la possibilità che un’importante casa editrice si sia già fatta avanti, ma non ne ho la certezza.»

Torniamo per un momento alla richiesta di infermità mentale, da lei sostenuta nel processo. Traini si è pentito, si è scusato, ha addirittura scritto un libro: non sembrano indizi che portino a pensare che si tratti di un pazzo.

«Su questo bisogna precisare che la pazzia è tale al momento del fatto. Il mio consulente tecnico, il prof. Camerini di Bologna, parla di disturbo da personalità borderline. Il che significa che egli sia un soggetto che nella maggior parte dei casi vive tranquillamente nella società, ma talvolta si verificano dei cosiddetti picchi psicotici e si parla cioè di quid novi e quid pluris. Durante questi picchi, il soggetto perde il controllo totale o parziale della capacità di volere e/o di intendere.
Da questo punto di vista, la pazzia giuridicamente rilevante è quella che va ad inficiare tali capacità di intendere e volere nella data circoscrizione del gesto.»

E quindi come deve essere interpretato, secondo lei, il pentimento di Traini?

«Il pentimento non è una scelta difensiva, è il risultato delle cure a cui viene sottoposto in carcere. Il carcere, infatti, è un posto dove la salute dei detenuti viene comunque tutelata, e così è stato in questo caso.»

Foto Ansa.

Senza dimenticare il percorso rieducativo che il carcere dovrebbe in ogni caso rappresentare.

«Naturalmente. La pena dovrebbe tendere alla rieducazione. In questa circostanza si parla di una persona che è entrata affermando di essere fiero di ciò che ha fatto e che col passare del tempo si è invece pentito ed ha dichiarato l’intenzione di scrivere un libro.
Eppure, invece di affermare l’utilità e il successo del percorso carcerario, si pensa che egli lo stia facendo per un tornaconto personale.»

Lei ha dichiarato che in una mente debole come quella di Traini, la forza dell’ideologia conta. Partendo da questo, credo quindi ci sia una grossa fetta di responsabilità da parte di chi questa ideologia di odio ed intolleranza la sdogana pubblicamente da anni. In particolare, in una situazione di tale nervosismo sociale, il rischio si alza in modo esponenziale. È d’accordo?

«Se ci si sta riferendo agli ultimi fatti della politica italiana, la situazione è davvero particolare e complessa da analizzare.»

Mi riferisco a chi ha calcato il linguaggio della generalizzazione nei confronti degli stranieri ed ha varato politiche di estremo cinismo, al limite dei diritti civili. Parlo naturalmente di Salvini, ma non solo.

«No, assolutamente. Non c’è nessuna forma di responsabilità né di Salvini, né di nessun altro esponente politico. Né diretta, né indiretta. Si tratta di una persona che presentava in quel momento gravi scompensi psicotici ed era affetto da una patologia.
Anche la questione dell’odio razziale non risponde al vero. Traini voleva, come già detto, vendicare l’omicidio di Pamela Mastropietro. Il suo folle gesto era rivolto a quella che, secondo lui, era una comunità di persone dedita ad attività di spaccio in città.»

A suo parere, la problematica dello spaccio in mano a persone straniere a Macerata è così presente?

«È innegabile che ci sia questo problema e che alcune zone della città hanno visto la pesante presenza di attività illegali, ma è erroneo dire che lo spaccio di droga sia totalmente in mano agli stranieri.
Qualcuno ha voluto utilizzare l’argomento che fra i feriti nella sparatoria, un uomo fu arrestato e condannato poco dopo. Questo fatto non è stato preso in minima considerazione dalla mia difesa, perché la circostanza è totalmente ininfluente: non siamo nel far west e non vige la legge dell’occhio per occhio.»

Pensa che l’ultima amministrazione comunale di Macerata abbia mal gestito la situazione legata agli stranieri e all’illegalità?

«Non ho strumenti in mano per giudicare l’operato del sindaco e per dire se forse qualcosa non sia stato gestito troppo bene.
Certo è che una gran parte della popolazione cittadina non ha condannato il gesto insulso di Traini e questo è un chiaro segnale del malcontento collettivo.»

Giardini Diaz, Macerata.

Prima di concludere, vorrei cambiare argomento. Nell’Ottobre dello scorso anno, Ezio Mauro ha pubblicato il suo ultimo testo, “L’uomo bianco”. In quest’opera l’ex direttore di La Repubblica sostiene come il problema del suprematismo bianco non sia il solo responsabile della deriva di intolleranza verso cui è orientata una grande porzione dell’opinione pubblica. Mauro prende le mosse proprio dall’episodio di Macerata. È un modo diverso e più approfondito di trattare anche il gesto del suo cliente da parte della stampa. Cosa ne pensa a riguardo?

Copertina del libro “L’uomo bianco” di Ezio Mauro, edito da Feltrinelli.

«Ezio Mauro è stato il giornalista che più degli altri ha compreso che Traini non corrisponde alla tipologia di suprematista bianco di cui oggi spesso si sente parlare. È piuttosto una persona di carattere debole e soggetto a disturbi. Tanto più che Mauro ha ripreso questi punti qualche mese dopo quando, ad un anno esatto dalla vicenda, ha intervistato Traini attraverso una serie di domande scritte inviategli in carcere. Intervista poi uscita su La Repubblica

Traini a parte, lei cosa pensa della questione del suprematismo bianco e razziale, anche in relazione ai recenti fatti consumatisi all’estero?

«Non sono d’accordo nella perfetta associazione fra queste stragi e il discorso del suprematismo. Queste formule sono una giustificazione non sufficiente a spiegare gesti compiuti da gente con dei gravi disturbi. Ritengo che certe manifestazioni sono frutto della pazzia, e spiegarne le motivazioni attraverso le etichette di suprematismo o jihadismo non basta. Detto questo, è vero che certe ideologie, spiccatamente intolleranti e razziste, contribuiscono in maniera rilevante a fomentare lo squilibrio delle menti instabili.»

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