Musicante EP 1 – Marco Martellini, una strada tracciata fra il pop e il jazz

La prima chiacchierata di Musicante vede ospite il cantautore civitanovese Marco Martellini, 22 anni e studente del conservatorio Venezze di Rovigo.
Il suo progetto è Marco & l’Espatrio: brani pop che si incastrano con elementi musicali di stampo jazzistico.

Marco, sei il primo ospite di Musicante, la mia rubrica su multiTasca creata per chiacchierare e discutere con i musicisti. Il nome, lo sai meglio di me, è un chiaro omaggio a quel capolavoro d’album omonimo di Pino Daniele, datato 1984. Cosa significa questa parola per te?

«Non è scontato cosa sia per me il musicante. È di certo un ruolo che l’artista fa suo, con l’intenzione di porsi a totale servizio dell’arte, per l’arte. Ed è il principio primo: quando compongo, quello che esce è qualcosa su cui posso rispecchiarmi. Se non mi ritrovassi più in questo ideale, semplicemente smetterei di fare ciò che faccio.»

Non è quindi un qualcosa creato in primo luogo per assecondare gli ascoltatori. La intendi un po’ alla De Gregori quando dice che la forma di rispetto che deve al pubblico è il cercare di dare il meglio di sé in ciò che fa, di non fare cose brutte. Non di dargli necessariamente quello che essi vorrebbero che facesse.

«Esattamente, per come la vedo io è così. C’è gente che lo fa con lo scopo di farsi piacere, mentre il mio unico fine è di rappresentarmi, di realizzare quello che mi frulla in testa. Certo, se poi la gente si ritrova nei miei brani, tanto meglio.»

Entriamo subito in medias res. Intrecciamo il discorso con il tuo progetto, l’Espatrio, perché la tua dichiarazione di intenti mi sembra molto coerente con la vostra musica. Un compromesso fra brani pop, potenzialmente appannaggio di più gente, al cui interno si ritrovano armonie e melodie proprie del jazz. La intendi come una forma di educazione per chi vi ascolta?

«È semplicemente il mio stile, lo avrei fatto a prescindere. Se c’è un’originalità in quello che faccio, è dovuta a questo modo di intendere le mie canzoni: l’originalità sta proprio in quello che ricerco e che vorrei mi caratterizzasse. Ecco perché prima di tutto parliamo di un’esigenza. Nel mio caso l’influenza del jazz è dovuta al percorso in conservatorio, oltre che agli ascolti e ai gusti personali, che spesso vanno in questa direzione di unire le due sfere del pop e del jazz stesso. Uno su tutti, Stevie Wonder.
Allo stesso tempo sono sempre stato affascinato anche dall’uso delle parole, e quindi ritengo il testo avere la stessa valenza della musica.
Alla fine di tutto questo ci si infila l’intento di poter influenzare positivamente chi mi ascolta, ma non è una condizione a priori.»

Prima di chiederti del conservatorio e della formazione, c’è un punto che credo sia interessante e che hai appena tirato in ballo: la scrittura. Perché la musica la studi da anni, mentre nella scrittura si è autodidatti. Hai sì dei modelli, ma il resto lo fai da solo. Riascoltando i pezzi del primo EP de l’Espatrio, datato 2017, quanto cambieresti di quello che hai scritto?

«Molto. Sia a livello di sonorità che testuale. Vorrei registrare di nuovo quei brani con suoni più freschi e aggiornare alcune parti del testo. Questo è dettato dalla mia maturazione nel corso degli anni. Scrivere aiuta a saper scrivere, ad ampliare il vocabolario, a migliorare il modo di esprimersi e ad evitare ripetizioni. Non sai quanti ormai ho eliminato dai miei testi.
Se riavvolgessi il nastro al 2017, una delle prime correzioni che opererei al mio modo di fare riguarderebbe l’aver messo il testo in secondo piano rispetto alla musica, cosa che ritengo sbagliata. A volte rischiavo di scadere in un mero esercizio formale.
E ti anticipo anche che, nel caso me lo chiedessi, no, non ho una formula precisa di scrivere le canzoni, se prima le parole o la musica. Varia da caso a caso, e in generale le scrivo alla vecchia: chitarra, carta, penna e voce.»

L’Espatrio nell’iniziale formazione del 2017, alla quale si è aggiunta in seguito la presenza del pianista e tastierista Francesco Pollon.

Il maestrone di Pàvana sarebbe fiero di questo modus operandi. Restando sulla maturazione artistica, va da sé che con il tempo migliori anche l’interplay con gli altri musicisti e si evolva il rapporto umano con loro. Avendo strimpellato spesso con te in modo molto informale, sono invece curioso di sapere del Marco bandleader, specialmente ora che siete Marco Martellini & l’Espatrio e di cosa tu abbia appreso da Francesco, Leonardo e Cristian, ossia da l’Espatrio stesso.

«Il cambio del nome non è stata una mia decisione, ma una proposta di Cristian (Tiozzo, il batterista del gruppo, ndr), che tutti noi abbiamo accettato, senza che cambiasse nulla all’interno del gruppo. Anche perché i brani non suonerebbero mai come ora, senza l’alchimia che si è formata fra di noi nel tempo, questo è sicuro.
Mentre dal punto di vista personale è grazie a loro che ho operato una svolta in direzione della professionalità, del rigore e della meticolosità che devono caratterizzare chi fa musica per mestiere. Incontrare e suonare con persone che già da parecchio tempo prima lo erano molto più di me, è stato un aiuto enorme.»

Un leader diplomatico, insomma. Ce n’è particolarmente bisogno di questi tempi. Facciamo un passo indietro e parliamo degli studi: liceo musicale e conservatorio. I tuoi pro e contro in merito quali sono?

«Beh, quando ho intrapreso il percorso scolastico il liceo musicale di Ancona esisteva da un anno circa ed era sperimentale. Ho scelto questa strada anche grazie ai consigli ed alla libertà datami dai miei genitori e li ringrazio infinitamente per questo, è davvero raro che succeda. Sono nel complesso soddisfatto del programma liceale, che comunque credo sia in parte migliorato.
Per quanto riguarda il conservatorio (Conservatorio Francesco Venezze di Rovigo, triennio di chitarra jazz, ndr), il giudizio è più che positivo. Non pensavo di poter trovare un ambiente così vivace, insegnanti così disposti ad uscire dalle tipiche rigidità del ruolo per aiutare noi studenti e spingerli nella direzione giusta.»

Al punto da ascoltare un brano quasi pop di Espatrio e darti dei consigli?

«Assolutamente sì! Ho ricevuto spesso dritte e critiche costruttive da docenti del calibro di Marco Siniscalco e Massimo Morganti e gliene sono profondamente grato, anche perché un loro giudizio vale doppio.
Quando abbiamo vinto il festival nazionale ed europeo dei conservatori di musica di Frosinone, abbiamo ricevuto molti complimenti dagli insegnanti e spero ci possa essere la possibilità di esibirci nel contesto della rassegna del conservatorio stesso. Sarebbe davvero un grande onore.»

Il concorso di Frosinone deve essere stata una grande esperienza, tanto più uscirne da vincitori. Senza dimenticare che avete realizzato il sogno di milioni di italiani: incontrare Beppe Vessicchio.

«Hai ragione, è stata una doppia soddisfazione. Già dalle fasi iniziali del concorso si intuiva che l’ambiente fra i vari concorrenti era sano, ed è rimasto tale fino alla fine del festival. Essere riusciti a vincere è stato fantastico, ma sarebbe stata comunque una vittoria l’ammissione fra i tre finalisti. Poter stringere la mano al maestro poi è stata la ciliegina sulla torta!»

La premiazione di Marco Martellini & L’Espatrio al Festival dei Conservatori di Frosinone, Luglio 2019.

L’altra domanda di rito riguarda le tue influenze. Intuisco che una buona parte provengano dai grandi del cantautorato italiano.

«Naturalmente, da Pino Daniele, a Concato, a Dalla, sono una scoperta continua. Pino e Concato sia per la musica che per i testi, mentre artisti come Fabi, Silvestri e Gazzè, oltre allo stesso Dalla, principalmente per il loro modo di scrivere.»

Sulla nuova scena di oggi, invece, chi fa la differenza in Italia?

«Artisti come Willie Peyote. Coi suoi musicisti sta davvero creando bella musica. Senza dimenticare Caparezza.»

A proposito di Willie, cosa ne pensi dell’ultimo singolo, Mango?

«Ad essere sincero, è il suo pezzo che mi ha convinto meno. Invece La Tua Futura Ex Moglie l’ho trovato davvero un gran singolo.»

Abbiamo parlato di chi ha fatto o fa la differenza sulla scena italiana. Il problema però sembra essere l’opposto: c’è sempre più chi questa differenza la fa, ma in negativo.
È inutile girarci attorno, la non-musica, se così la si può chiamare, spopola. Mancano testo e musica decenti, regna la banalità di movimenti e filoni che non ereditano esigenze di espressione così stringenti e di conseguenza non c’è nessuna identità artistica. So di essere drastico, ma la mia riflessione vuole andare in difesa di chi fa musica seriamente. Il tuo parere qual è?

«Il mio primo pensiero è la diffusa disinformazione che c’è nei riguardi della musica. Ritengo purtroppo inconcepibile che una persona che studi da una vita possa essere paragonata alla stregua di chi ha appena imparato il giro di Do e venga inserita nello stesso calderone del faccio musica.
La vera responsabilità è dell’ascoltatore che non nota minimamente la differenza. Il punto di ripartenza risiede nell’educazione musicale, oggi totalmente abbandonata. Un’educazione che inizi sin da piccoli, dai primi ascolti alla radio.»

È una riflessione nella quale mi ritrovo, ma credo si tratti purtroppo di una richiesta utopica.
Il nodo della questione ritengo stia nella generalmente molto bassa qualità del mainstream e nella marginalizzazione sempre più accentuata della musica di qualità dai contesti di massa. In altre parole, lo scadimento della musica di largo consumo passata in radio oggi.

«Stiamo parlando di un prodotto nato per vendere, sia come fine primo che come fine ultimo. Proprio la mancanza di un messaggio da trasmettere in movimenti come la trap nostrana, segnalano in maniera esplicita questo limite. Si è andati oltre il compromesso fra identità dell’artista e vendite, sono rimasti solo i profitti.»

Siamo d’accordo. Bisogna però citare un’altra parte del problema, ossia quella sorta di cantautorato spesso scadente e lievemente depresso rispondente al nome di indie, la cui vera definizione del termine ha ormai perso significato.

«Che indie oggi indichi un genere musicale, rende l’idea di come si sia fuori strada dalle intenzioni originali. L’indie si è ritrovato ad indicare un filone di artisti, perlopiù cantautori, che si reputano distinti dal pop, ma che in realtà vanno per la maggiore.»

Resta l’immancabile considerazione sui talent. Il tuo brano Battisti è una critica aperta a questo sistema, in cui tutti quanti siamo artisti, mi dispiace per Battisti.

«Che la musica sia diventata accessibile a tutti è fantastico, ma non se si dimentica la serietà e la preparazione che essa implica. Il che non riguarda solo l’aspetto tecnico, ma anche la personalità dell’artista.
Il punto focale in questo campo sta nel fatto che il sistema talent prevede come condizione a priori che chiunque abbia le carte in regola per diventare un artista, quando non è per forza di cose vero. La vocazione e il bisogno di esprimersi sono necessità ed elementi che non tutti sentono di possedere. Ecco cosa intendo quando affermo che non è una sola questione di bravura tecnica, che in ogni caso resta decisiva.
A questo va di pari passo anche la condizione di dover sacrificare ogni tratto personale per soddisfare esigenze produttive specifiche. Il tutto non può che aggravare le responsabilità del modello dei talent.»

A questo punto bisogna cercare di arrivare a qualche conclusione. Da che parte sta la causa di questa problematica? È l’industria discografica ad avere influenzato le scelte del pubblico fino ad abituarlo a tanta banalità o sono le nuove preferenze degli ascoltatori ad aver portato un peggioramento della soglia qualitativa delle larghe produzioni musicali, adattandole a questi nuovi gusti?

«È il consumatore ad aver causato l’abbassamento della qualità della musica di facile ascolto. La colpa degli artisti che hanno accettato questi nuovi standard, se così si può dire, è di aver accettato la situazione senza difendere il proprio lavoro.
Ecco perché la lotta per la buona musica deve continuare e deve cercare di trovare un pubblico sempre più ampio, interessato ad ascoltarla.»

Prima di chiudere, ti chiedo, così come farò ad ogni ospite, i 5 dischi che ti hanno letteralmente segnato sul piano musicale ed emozionale. Mi rendo conto che sia una richiesta davvero impegnativa se fatta in questo modo, senza preavviso.

«In effetti, così a bruciapelo sono in difficoltà.
Nel jazz vado verso The Bridge, di Sonny Rollins, che ascolto sempre con piacere. Il mio amore per Niccolò Fabi, mi rende obbligatoria la citazione della raccolta Diventi InventiNon può mancare la rivoluzione di Nero a metà di Pino Daniele, Are You Experienced della Jimi Hendrix Experience, immancabile per noi chitarristi. L’ultimo che cito è l’album omonimo del cantante e polistrumentista americano Jake Sherman, ascolto che consiglio vivamente a tutti gli appassionati di buona musica, a prescindere dalle preferenze di stile.
Per quest’ultimo disco devo ringraziare Luca Zennaro, collega e amico che anche tu conosci, per avermelo fatto scoprire tempo fa.»

Ottimo. Quando ne avremo occasione, chiederemo anche a Luca i suoi 5 dischi.
Nel frattempo, grazie della chiacchierata e dei tanti spunti interessanti su cui riflettere.

«Grazie a te!»

Per chi avesse voglia di ascoltare al meglio la musica di Marco Martellini & L’Espatrio:

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