Cina e Hong Kong, un conflitto che si combatte su più sfere di influenza

Le proteste dei cittadini di Hong Kong, che dal mese di giugno sono in strada contro la legge sull’estradizione emanata dal governo di Pechino, rappresentano ormai solo il primo tassello di un conflitto combattuto tra potenze politiche e non su differenti sfere di interesse. Dopo alcuni interventi da parte di colossi commerciali statunitensi come Google o la federazione di basket americana (Nba), la “guerra fredda” tra i due Paesi si è spostata anche sul piano commerciale. 

Manifestanti chiedono l’intervento degli Usa contro le violenze sui cittadini di Hong Kong.

Nei tre mesi scorsi abbiamo assistito a diverse rappresentazioni di solidarietà nei confronti del nuovo movimento degli ombrelli di Hong Kong – nome preso in prestito dalle agitazioni del 2014 sempre nella città asiatica – in lotta contro un emendamento che si teme possa essere utilizzato come arma per smorzare la fiamma del dissenso politico contro il governo di Pechino. Queste prese di posizione, che sono arrivate dal mondo occidentale, non sono state accolte con entusiasmo dalla Repubblica Popolare, che ha utilizzato tutto il suo potere geopolitico per soffocare ogni manifestazione di vicinanza alla popolazione in dissenso, forte del mantra promosso dalla televisione di Stato Cctv, secondo cui “qualsiasi affermazione che metta in discussione la sovranità nazionale e la stabilità sociale, non rientra nell’ambito della libertà di espressione“.

Di seguito riportiamo alcuni esempi che dimostrano come il potere commerciale assunto dal mercato cinese lo configuri come assoluto tiranno. Per comodità – e per ragioni di vicinanza con uno degli esempi proposti – divideremo le casistiche in sfere di influenza, rappresentate dagli spicchi di un pallone da basket


Primo spicchio – I colossi tecnologici a caccia di tutele

The Revolution of our Times era un gioco disponibile su Play Store – il negozio virtuale marcato Google del sistema operativo Android – che, con delle dinamiche da librogame (le stesse viste in Black Mirror: Bandersnatch, dove l’utente imposta l’avventura narrativa tramite le sue scelte), permetteva di controllare uno dei manifestanti impegnati nelle piazze di Hong Kong. Si poteva correre per la città indossando la maschera da Guy Fawkes, prendere parte ai disordini di piazza, mostrare con orgoglio il dito del saluto cortese (si, proprio quello) alle forze dell’ordine. L’applicazione, che al momento della rimozione aveva collezionato già un migliaio di download, è stata cancellata dal colosso informatico per aver violato la politica interna che proibisce il “tentativo di ricavare profitto da eventi sensibili come un conflitto in corso“.

hong kong mappa
Uno screenshot del sito hkmap.live

La rimozione di un’app dal negozio digitale di Google ricalca la decisione presa da un altro big della tecnologia – la Apple – di rimuovere dal proprio store Hkmap, un programma di crowdsourcing attraverso il quale i manifestanti erano in grado di comunicare in tempo reale gli spostamenti delle forze dell’ordine. Una vera e propria mappa sempre aggiornata dove monitorare posti di blocco, eventuali unità cinofile, evitare squadre in tenuta anti sommossa, o perché no, l’etilometro in una serata con il gomito più in alto del solito. Sebbene lo strumento non sia stato eliminato del tutto (è ancora consultabile sul web all’indirizzo hkmap.live), la Mela morsicata ha colto l’occasione di un’imboscata ad alcuni poliziotti da parte di frange rivoltose e ha deciso di rimuovere l’app in quanto “utilizzata per minacciare la sicurezza pubblica“. 

Anche l’azienda produttrice di videogiochi Blizzard Entertainment ha dovuto fare i conti con i problemi nati dopo le proteste di Hong Kong. Un videogiocatore professionista del gioco Hearthstone è stato bandito dai tornei e-sports per 12 mesi dalla stessa casa produttrice, dopo aver espresso in un live streaming delle posizioni a favore dei manifestanti. In seguito alla decisione, molti utenti hanno protestato eliminando in massa i loro account, costringendo la Blizzard a sospendere la funzione di cancellazione.


Secondo spicchio – il mercato mondiale ai piedi del Celeste Impero 

Se la sfera tecnologica ha tentato una risposta dal basso nei confronti della tirannia di Pechino, sul piano commerciale la Repubblica Popolare sembra esercitare un potere incontrastato. Ultimo in ordine temporale a doversi inchinare è il brand di alta gioielleria Tiffany & Co., accusato di simpatie nei confronti dei cittadini di Hong Kong. Il motivo? Uno scatto in cui la posa di una modella – mano davanti al volto a coprire l’occhio destro – è stata interpretata dagli utenti del social network cinese Weibo come allusiva nei confronti della giornalista ferita durante le agitazioni e divenuta simbolo delle violenze della polizia nell’ex colonia. A nulla è servita la spiegazione della griffe, secondo cui l’immagine sarebbe “priva di connotazioni politiche, anzi scattata a maggio prima dell’inizio delle proteste“: la fotografia alla fine è stata eliminata dai social network e la campagna pubblicitaria bloccata nel Paese asiatico. 

[Piccolo ma necessario intermezzo: nelle scorse settimane il general manager degli Houston Rockets, Daryl Morey, ha espresso la sua solidarietà nei confronti dei manifestanti, twittando dal suo profilo personale la frase “Combatti per la libertà, parteggia per Hong Kong”. La dichiarazione ha generato un uragano di proteste tale che per un giorno intero nessuno ha parlato di un qualche tweet scritto a caso del Presidente Trump: la federazione è stata costretta a scusarsi e ad additare le dichiarazioni di Morey come “deplorevoli”. Grandi nomi del basket americano – uno su tutti James ‘The Beard’ Harden, che milita proprio nei Rockets – hanno dovuto presentare un videomessaggio di scuse ribadendo più volte l’amore verso i tifosi asiatici. La politica americana ha duramente attaccato questo atto di sottomissione della lega: il senatore del Texas Ted Cruz ha accusato la National Basket Association di “aver compiuto passo indietro ammaliata dai dollari dei cinesi”]. 

Altri marchi legati stavolta al mondo dell’abbigliamento sportivo, sulla scia della bufera provocata del tweet del general manager dei Rockets, hanno preso provvedimenti per evitare ripercussioni nel mercato asiatico. La Nike ha eliminato dai suoi store in Cina il merchandise relativo alla squadra di pallacanestro texana, mentre il brand di calzature sportive Anta, che vanta testimonial nel mondo della palla a spicchi come Klay Thompson e Rajon Rondo, ha immediatamente rescisso i contratti di sponsorizzazione tecnica con gli atleti. Stessa decisione messa in atto da Li-Ning, marketing partner ufficiale della lega statunitense di pallacanestro, che non ha più voluto saperne di essere associata ad un marchio reo di aver messo in discussione le controversie politiche di Pechino.

Dalla palla a spicchi ci spostiamo per un attimo al pallone da calcio: anche la FIFA è scesa in campo a favore della Cina con una sanzione ai danni della federazione calcistica nazionale di Hong Kong. Durante il match contro l’Iran, valevole per le qualificazioni alla Coppa d’Asia, i tifosi della nazionale hanno fischiato l’inno cinese (Glory to Hong Kong, canzone simbolo della città, non è riconosciuto dalla federazione come inno in quanto Hong Kong è considerata una regione amministrativa cinese e non uno Stato) durante la presentazione delle due squadre. Sicuramente non la prima volta che assistiamo all’ingresso in campo e soprattutto sugli spalti di proteste che travalicano il mondo dello sport, eppure stavolta alla nazionale è stato presentato un reclamo ufficiale, oltre ad una sanzione amministrativa di 15mila dollari americani. 


Terzo spicchio – “Lunga vita al Partito Comunista Cinese!

L’ultima sfera a scendere in campo nel conflitto tra Hong Kong e Cina, coinvolgendo come in altri ambiti gli Stati Uniti, è stata quella mediatica. Alla vicinanza espressa dal numero uno degli Houston Rockets, Pechino ha risposto oscurando dal canale di Stato Cctv le partite della massima serie americana di basket. Inoltre – anzi, come se non bastasse – alcuni eventi mediatici targati Nba Cares – tra i quali il match di pre-season tra Los Angeles Lakers e Brooklyn Nets, che doveva disputarsi proprio in Cina – sono stati in un primo momento cancellati, salvo poi avere il via libera dal governo per lo svolgimento.

A gettare ulteriore benzina sul fuoco – Dio benedica la satira e chi riesce a farla bene – sul duro sistema di repressione cinese ci hanno pensato Matt Stone e Trey Parker, i padri (con un figlio illegittimo nato fuori dal matrimonio da una coppia omosessuale) del cartoon satirico South Park. Nell’episodio ‘Band in China’, possiamo osservare le vicende di un produttore di Hollywood alle prese con la realizzazione di un film. Durante la puntata, oltre a un simpatico Winnie The Pooh – personaggio vietato in Cina per il pericoloso messaggio di odio che rappresenta, o forse solo perché è stato più volte accostato al leader Xi Jinping – vengono derise le numerose norme a cui l’industria cinematografica è costretta a sottostare per non incappare nella censura da parte del governo di Pechino. Quasi per effetto di una dantesca legge del contrappasso, l’episodio è stato censurato e cancellato dal palinsesto televisivo del Paese asiatico. E la parte divertente arriva proprio in questo momento, quando i creatori del cartone affidano a Twitter la loro personale lettera di scuse: “Come l’Nba, diamo il benvenuto ai censori cinesi nelle nostre case e nei nostri cuori. Anche noi amiamo i soldi più della libertà e della democrazia. Lunga vita al grande Partito Comunista Cinese. Che dite, andiamo bene ora?”.

Ora che abbiamo ricostruito il nostro pallone da basket – anche se non ho mai visto una palla con soli tre spicchi – possiamo finalmente operare una doverosa considerazione: la posizione di assoluto dominio che occupa la Cina in moltissimi settori produttivi del XXI secolo la rende una potenza geopolitica dalla forza decisionale incontrastata. Nessuno, nemmeno alcune tra le più potenti multinazionali del pianeta sono state in grado di opporsi alle minacce – perché parliamo solo di azioni temporanee e di nessuna sanzione permanente – avanzate dal governo retto dal Presidente Xi Jinping. Ma se la Cina, Paese celebre per la sua censura, è in grado, come dimostrato, di instaurare un regime basato sulla totale assenza di dissenso sociale e politico, dove ogni voce discordante è costretta a piegarsi sotto uno smodato potere geopolitico, non resta che prendere in prestito le parole del poeta latino Decimo Giunio Giovenale, portarle fuori dal loro contesto originale e chiedersi: quis custodiet ipsos custodes? Chi sorveglierà i sorveglianti?

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