C’è del marcio in Ucraina. Il punto sull’impeachment di Trump

Lo scandalo che infuria attorno al presidente e all’amministrazione potrebbe rivelarsi decisivo per il futuro degli Stati Uniti. Ma cosa c’è alla base del possibile impeachment e cosa aspettarsi?

Aperto l impeachment contro Trump. Credits: Alex Brandon/AP
Credits: Alex Brandon/AP

Il mondo politico USA è stato scosso dalle fondamenta circa un mese fa, quando i democratici hanno annunciato l’avvio dei procedimenti per l’impeachment del presidente Donald Trump. Tutto è partito da una lettera indirizzata alle commissioni Intelligence di Camera e Senato da parte di un anonimo membro dell’amministrazione. Il whistleblower – così è detto chi segnala un’attività illegale o pericolosa dell’istituzione per cui lavora – riportava un’«urgente preoccupazione» riguardo alcuni comportamenti di Trump aventi a che fare con la politica estera, in particolare il rapporto con l’Ucraina. Analizziamo la vicenda nel dettaglio.

Cos’è successo

Al centro dello scandalo c’è una telefonata tra Donald Trump e il presidente ucraino Volodymyr Zelenskyy, avvenuta il 25 luglio scorso. Durante la conversazione Trump si congratula con il suo omologo per la vittoria del suo partito alle elezioni parlamentari ucraine, tenutesi qualche giorno prima. Ma è quanto accade dopo a far drizzare i capelli ai funzionari che stanno ascoltando la telefonata dalla Situation Room della Casa Bianca, innescando una catena di eventi che porterà alla denuncia del whistleblower.

Lettura scenica del resoconto della telefonata del 25 luglio tra Trump e Zelenskyy. Credits: Vice News

Dopo uno scambio di reciproci complimenti, Trump ricorda che «gli Stati Uniti sono stati molto, molto buoni con l’Ucraina», a differenza degli alleati europei. Zelenskyy concorda e esprime il desiderio di comprare dagli USA altri Javelins, missili anticarro da usare per difendersi dai russi. È a questo punto che Trump esce dai binari della chiamata istituzionale e comincia ad avanzare richieste singolari.

Trump: «I would like you to do us a favor though, because our country has been through a lot and Ukraine knows a lot about it. I would like you to find out what happened with this whole situation with Ukraine, they say CrowdStrike… I guess you have one of your wealthy people… The server, they say Ukraine has it. There are a lot of things that went on, the whole situation… I think you’re surrounding yourself with some of the same people. I would like to have the Attorney General call you or your people and I would like you to get to the bottom of it

Trump: «Vorrei che ci facessi un favore tuttavia, perché il nostro Paese ne ha passate tante e l’Ucraina ne sa molto. Mi piacerebbe che scoprissi cosa è successo in questa situazione legata all’Ucraina, che chiamano CrowdStrike… Immagino abbiate uno dei vostri ricchi… (?) Il server, dicono ce l’abbia l’Ucraina. Sono successe molte cose, l’intera situazione… Penso che ti stia circondando con alcune delle stesse persone. Mi piacerebbe che il procuratore generale chiamasse te o qualcuno dei tuoi, e vorrei che tu andassi a fondo della vicenda


La chiave di volta della richiesta è il «though» nella prima frase. Replicando col “però”, “tuttavia” alla richiesta di maggiore cooperazione militare, Trump di fatto lega implicitamente l’accontentare Zelenskyy al soddisfacimento del «favore» che sta per chiedergli. Ad accreditare questa interpretazione c’è il fatto che, solo una settimana prima, il presidente statunitense avesse bloccato quasi 400 milioni di dollari in aiuti militari all’Ucraina. Interrogato sulle ragioni della sospensione, il governo aveva dato spiegazioni fumose, per poi sbloccare gli aiuti l’11 settembre, due giorni dopo la lettera del whistleblower. I critici di Trump sostengono che questa decisione fosse dovuta all’intenzione di offrire un do ut des: supporto militare in cambio, appunto, di un «favore».

Trump menziona quindi CrowdStrike, la società di sicurezza informatica che si è occupata di indagare sugli attacchi del 2015-2016 ai server del Partito Democratico americano. Gli hacker rubarono migliaia di email e altri dati, pubblicati da WikiLeaks, con l’intento di influenzare le elezioni presidenziali in sfavore di Hillary Clinton. L’indagine di CrowdStrike indica come responsabili dei gruppi hacker sostenuti dal governo russo, inserendosi nel più ampio quadro del Russiagate e delle indagini portate avanti da Robert Mueller. Trump e i suoi hanno a più riprese contestato queste conclusioni, indicando come punto di partenza degli attacchi informatici proprio l’Ucraina, senza però fornire alcuna prova a sostegno di ciò. Ecco allora che il presidente mette la questione sul tavolo con Zelenskyy, chiedendogli di fornirgli nuovi motivi per contraddire i risultati del Mueller report.

Stretta di mano tra il presidente ucraino Volodymyr Zelenskyy e Donald Trump: una telefonata tra i due è alla base dell impeachment. Credits: Shealah Craighead/White House
Stretta di mano tra il presidente ucraino Volodymyr Zelenskyy e Donald Trump durante un incontro ufficiale a New York, il 25 settembre 2019. Credits: Shealah Craighead/White House

Degno di nota anche il fatto che Trump tiri in ballo il procuratore generale (equivalente del nostro ministro della giustizia) William Barr. Barr viene offerto al presidente ucraino come l’intermediario che lo aiuterà ad «andare a fondo della vicenda». Non è chiaro in che misura il procuratore generale sia coinvolto, ma Trump sembra avergli assegnato il ruolo di minare le premesse dell’indagine di Mueller, cercando in giro per il mondo (Italia inclusa) elementi che possano screditarla.

Nella sua risposta, Zelenskyy fa per la prima volta il nome di un altro personaggio centrale della vicenda: Rudolph Giuliani. È infatti ‘Rudy’, ex sindaco di New York e ora avvocato personale di Trump, l’altro “inviato speciale” per l’affaire ucraino.

Zelenskyy: «I will personally tell you that one of my assistants spoke with Mr. Giuliani just recently, and we are hoping very much that Mr. Giuliani will be able to travel to Ukraine and we will meet once he comes to Ukraine. I just wanted to assure you once again that you have nobody but friends around us.»

Zelenskyy: «Ti dico personalmente che uno dei miei assistenti ha parlato col signor Giuliani di recente, e speriamo fortemente che il signor Giuliani riesca a venire in Ucraina e che ci incontreremo quando verrà in Ucraina. Volevo solo assicurarti ancora una volta che non hai che amici tra di noi.»


Il ruolo di Giuliani ci porta all’altro «favore» richiesto da Trump, nonché fulcro delle trattative sull’asse Washington-Kiev e dato centrale del possibile impeachment del presidente. Durante la telefonata viene tirato in ballo Joe Biden, vicepresidente durante i governi di Obama e tra i principali candidati alle primarie democratiche, probabile avversario di Trump alle elezioni del 2020. Suo figlio Hunter è stato nel consiglio di amministrazione di una società ucraina che si occupa di petrolio e gas naturale, la Burisma Holdings, fino al maggio 2019. Dal 2012 la Burisma è sotto indagine per corruzione, ma non ci sono prove che Hunter Biden sia implicato nei fatti. Ciononostante, in aprile Giuliani inizia a sostenere pubblicamente che il licenziamento del procuratore generale ucraino Viktor Shokin, avvenuto nel 2016, fosse stato ordinato dal vicepresidente Biden per coprire le presunte malefatte di suo figlio. Nella conversazione con Zelenskyy, Trump rilancia le accuse di Giuliani:

Trump: «The other thing, there’s a lot of talk about Biden’s son, that Biden stopped the prosecution and a lot of people want to find out about that. So whatever you can do with the Attorney General would be great. Biden went around bragging that he stopped the prosecution so if you can look into it… It sounds horrible to me.»

Trump: «L’altra cosa, si parla molto del figlio di Biden, che Biden ha fermato il procedimento giudiziario e molte persone vogliono scoprire qualcosa su questo. Quindi qualsiasi cosa tu possa fare con il procuratore generale sarebbe fantastico. Biden andava in giro vantandosi di aver fermato l’accusa, quindi se puoi indagare… A me sembra orribile.»


Cosa c’è di vero in quanto sostenuto da Trump? Biden ha effettivamente avuto un ruolo nel licenziamento di Shokin. Tuttavia si era solo fatto portavoce dei desideri di Obama, dell’Unione Europea e del Fondo Monetario Internazionale, che reputavano Shokin inefficiente nella lotta alla corruzione nel suo Paese. Per quanto l’ingerenza sia discutibile, di certo non è partita da Biden. E c’entrava poco con Hunter Biden, che non era nemmeno indagato, nonostante i suoi affari in Ucraina possano essere legittimamente considerati inopportuni o poco trasparenti.

Hunter Biden con il padre Joe: anche loro c'entrano con l impeachment. Credits: Teresa Kroeger/Getty Images for World Food Program USA
Hunter Biden con il padre Joe, ex vicepresidente degli Stati Uniti. Credits: Teresa Kroeger/Getty Images for World Food Program USA

Ma torniamo nel merito dello scambio Trump-Zelenskyy, perché il fulcro della questione è che il presidente degli Stati Uniti ha usato la sua influenza per ottenere da un altro Paese qualcosa di interesse strettamente personale, in questo caso un aiuto contro un avversario politico. Di fatto Trump chiede, neanche troppo velatamente, l’apertura di un’indagine sui Biden per poterla usare come elemento per attaccare il rivale. E anche se non lo dice esplicitamente, sul piatto c’è la stessa relazione tra USA e Ucraina, come verrà fatto capire a Zelenskyy da altri membri dell’amministrazione. Dall’inviato speciale in Ucraina Kurt Volker all’ambasciatore presso la UE Gordon Sondland, fino al vicepresidente Mike Pence, tutti portano a Zelenskyy e al suo staff lo stesso messaggio: per ricevere un buon trattamento da Washington, bisogna fare contento Trump.

Lo ha candidamente ammesso anche il suo capo di gabinetto Mick Mulvaney, spiegando che il blocco agli aiuti militari in luglio era dovuto anche alla richiesta di indagare su CrowdStrike. Un chiaro esempio di do ut des, che tuttavia Mulvaney ha derubricato a ordinaria amministrazione: «Lo facciamo sempre in politica estera. (…) Fatevene una ragione, ci sarà sempre un’influenza politica sulla politica estera». In effetti la diplomazia tra Stati assume spesso la forma di “scambi di favori” reciproci. Ma un conto è se questi vanno nell’interesse del Paese, un altro è quando i benefici che ne derivano riguardano una sola persona, in questo caso il presidente di quel Paese. È proprio questa la base del possibile impeachment di Trump.

Le reazioni

I democratici hanno già avviato un’indagine per appurare se ci sono le condizioni per mettere in stato d’accusa il presidente e provare a rimuoverlo dalla carica. La decisione è stata annunciata il 24 settembre dalla presidente della Camera Nancy Pelosi, dando il via all’inchiesta portata avanti da ben sei commissioni in contemporanea. Le commissioni hanno già ascoltato le deposizioni di una decina di testimoni, tra cui Volker, Sondland e l’ex ambasciatrice USA a Kiev Marie Yovanovitch, richiamata da Trump nel maggio scorso.

La Casa Bianca si è rifiutata di collaborare all’indagine, definita «di parte e incostituzionale»: sta facendo di tutto per evitare che diversi membri dell’esecutivo si presentino a testimoniare e non ha acconsentito a consegnare i documenti richiesti dagli inquirenti. Un comportamento in linea col tentativo di insabbiare i fatti verificatosi già all’indomani della telefonata con Zelenskyy, il cui resoconto venne inserito all’interno di un server top-secret, solitamente usato per conservare segreti militari e informazioni sensibili per la sicurezza nazionale.

Trump, da par suo, non si è astenuto dall’attaccare aspramente i democratici, accusandoli di usare lo strumento dell’impeachment per mettere in atto un colpo di Stato sovvertendo la volontà popolare. Ha messo nel mirino soprattutto Nancy Pelosi e il presidente della commissione Intelligence della Camera Adam Schiff, che ha ripetutamente chiamato «traditore». Si è anche scagliato contro il whistleblower, sostenendo che abbia mentito (benché la sua lettera coincida con quanto abbiamo visto essere successo) e pretendendo che la sua identità venga svelata, nonostante sia protetta per legge per evitare ritorsioni.

«Mentre ne vengo a sapere di più ogni giorno, sto arrivando alla conclusione che ciò che sta accadendo non è un impeachment, è un COLPO DI STATO, finalizzato a cancellare il Potere del Popolo, il suo VOTO, le sue Libertà, il suo Secondo Emendamento, Religione, Esercito, Muro di Confine, e i suoi diritti divini come Cittadino degli Stati Uniti d’America!» – Donald Trump su Twitter il 2 ottobre 2019

La confusionaria difesa del presidente lo vede rispolverare il tormentone della “caccia alle streghe” (witchhunt), mentre sostiene orgogliosamente che la chiamata con Zelenskyy è stata «perfetta» e non c’è stata da parte sua alcuna pressione sull’omologo ucraino. Allo stesso tempo rivendica la sua richiesta di indagare Biden, e nel frattempo ha pubblicamente invitato il governo cinese a fare lo stesso. Un simile atteggiamento è risultato incomprensibile a molti, con Trump e i suoi che non contestano i fatti in sé, ma “raddoppiano” con forza sostenendo che sia tutto lecito. In effetti lascia perplessi quanto il tutto sia stato condotto quasi alla luce del sole, prendendo poche precauzioni per occultarlo. La famigerata chiamata con Zelenskyy, infatti, è stata ascoltata da una dozzina di persone e Sondland e Volker ne discutevano apertamente via SMS.

Che l’amministrazione Trump fosse ignara dell’inopportunità – se non illegalità – delle sue stesse azioni, al punto di non preoccuparsi di nasconderle se non tardivamente? È possibile, ma forse tale noncuranza è dovuta anche a una certa sensazione di impunità di Trump e dei suoi, che hanno spesso dimostrato di non dare troppo peso ai concetti di bilanciamento dei poteri e responsabilità di fronte alla legge. Lo stesso presidente – riferendosi all’altro grande scandalo che lo ha visto coinvolto, il Russiagateha sostenuto di avere facoltà di concedersi la grazia da solo, sentendosi forse alla stregua di un sovrano assoluto settecentesco. Ora che si trova inchiodato di fronte alle proprie responsabilità, le sue reazioni sono furiose e nevrotiche, con il tono di chi sta subendo una tremenda ingiustizia.

Manifestazione per l impeachment di fronte alla Trump Tower di New York, giugno 2018. Credits: Erik McGregor/LightRocket/Getty Images
Manifestazione contro il presidente di fronte alla Trump Tower di New York, giugno 2018. Credits: Erik McGregor/LightRocket/Getty Images

E adesso?

Al termine delle proprie indagini, la commissione giustizia della Camera dei rappresentanti dovrà stilare le accuse rivolte a Trump. Queste dovranno rientrare tra le cosiddette impeachable offences previste dalla Costituzione, ossia le azioni per cui è lecito rimuovere il presidente dal suo ruolo: tradimento, corruzione e «alti crimini e misfatti». L’ultima categoria lascia molto spazio all’interpretazione, e probabilmente è proprio quella a cui si appelleranno i democratici. Al momento l’imputazione più probabile è quella di abuso di potere, a cui potrebbe accompagnarsi l’accusa di aver ostacolato la giustizia e le indagini.

Dopo la presentazione dei capi d’accusa, l’intera Camera sarà chiamata a esprimersi sull’incriminazione formale del presidente. Basta un voto a maggioranza semplice per metterlo effettivamente sotto impeachment. Fin qui i democratici dovrebbero avere vita facile, godendo di una sicura maggioranza nella camera bassa (234 a 198). Ma è tra i banchi del Senato che si deciderà la partita. Sono infatti i senatori, presieduti dal presidente della Corte Suprema, a dover giudicare il presidente in un vero e proprio processo.

Le probabilità qui sorridono a Trump, per la cui rimozione dalla carica serve un voto a maggioranza dei due terzi, cioè di 67 senatori su 100. Considerato che i repubblicani hanno 53 membri e la minoranza solo 47, per condannare il presidente ben 20 dei suoi compagni di partito dovrebbero abbandonarlo. Prospettiva che al momento è nel campo dell’irrealtà quindi. Senza contare il fatto che al Senato i conservatori potrebbero gestire i tempi dell’inchiesta a proprio piacimento, potenzialmente trascinandola a lungo senza mai arrivare al voto conclusivo. E nonostante gli ultimi sondaggi rivelino una timida crescita dell’appoggio per l’impeachment da parte dell’opinione pubblica statunitense, nel lungo periodo l’impatto della vicenda a livello di consenso è tutta da verificare, specialmente avvicinandosi a un anno elettorale. Insomma, c’è solo da aspettare. E se tre anni di Trump ci hanno insegnato qualcosa, è che i colpi di scena sono sempre dietro l’angolo.

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