Dove nuotano le Sardine

Il nuovo fenomeno di piazza, nato in chiave anti-Salvini, dà una speranza al centro-sinistra italiano. Ma ricorda anche il bisogno di andare oltre la contestazione e tornare a ragionare sui veri problemi del Paese.

Sardine a Milano l'1 dicembre (Foto: AP Photo/Antonio Calanni).
Sardine a Milano l’1 dicembre (Foto: AP Photo/Antonio Calanni).

Sono spuntate un po’ a sorpresa una sera di metà novembre a Bologna, strette tra loro a stipare Piazza Maggiore. Hanno ripetuto, a stretto giro di posta, nel resto dell’Emilia-Romagna e nelle piazze di mezza Italia. In pochissimo tempo le Sardine si sono imposte come il nuovo, imprevedibile attore in una scena politica da tempo sclerotica e leggermente stantia, al netto dei partitini più o meno personali che ultimamente spuntano come funghi.

Si tratta però di un attore in parte enigmatico, di cui se è chiaro il punto di partenza (il “no” a Salvini e al suo modo di fare politica) gli obiettivi a lungo termine (ammesso che ce ne siano) sono tutti da decifrare. Il popolo della «rivoluzione ittica» lanciata da quattro trentenni bolognesi è infatti eterogeneo, e non potrebbe essere altrimenti per un fenomeno che ha mobilitato svariate migliaia di persone. Giovani o vecchi, radicali o moderati, le Sardine non rispondono alle sagome disegnate solitamente da sondaggisti e commentatori, non si possono ridurre a stereotipo ma hanno portata trasversale. In comune hanno il rifiuto verso i metodi e il modo di raccontare il mondo dei cosiddetti “populisti”, come si legge nel manifesto affidato ai social:

«Per anni avete rovesciato bugie e odio su noi e i nostri concittadini: avete unito verità e menzogne, rappresentando il loro mondo nel modo che più vi faceva comodo. Avete approfittato della nostra buona fede, delle nostre paure e difficoltà per rapire la nostra attenzione. Avete scelto di affogare i vostri contenuti politici sotto un oceano di comunicazione vuota.»


D’altra parte, la scelta di rifiutare ogni bandiera di partito è eloquente tanto della volontà di sfuggire alle etichette, quanto della pochezza di tutto quanto dovrebbe essere alternativo a Salvini e affini. Chi può oggi intestarsi il successo (e i voti) delle piazze antisovraniste? Non certo il M5S, che con la Lega ha governato fino all’altro giorno. Ma nemmeno il PD, che ha da tempo perso – se mai le ha avute – la dimensione popolare e la capacità propositiva che dovrebbero appartenere a una forza con le sue ambizioni. Il fatto che proprio nella “rossa” Emilia-Romagna il centrosinistra rischi di perdere le regionali è sintomatico dell’annaspare balbettante dei dem, prigionieri del proprio immobilismo e dell’incapacità di immaginare un progetto di Paese convincente.

La prima manifestazione delle Sardine, il 14 novembre in Piazza Maggiore a Bologna (foto: Dire).
La prima manifestazione delle Sardine, il 14 novembre in Piazza Maggiore a Bologna (foto: Dire).

E allora forse le Sardine sono anche lo specchio di un’Italia che si guarda intorno alla ricerca di nuovi sbocchi. Le idee al momento sembrano vaghe: non si va molto oltre un generico rifiuto del “populismo”, è vero. Ma il merito del fenomeno è piuttosto l’aver portato in piazza anche persone che non manifestavano da anni, riavvicinandole alla forma più tangibile dell’espressione politica. L’antisalvinismo non può essere un collante credibile a lungo termine, ma è proprio per questo che le Sardine rappresentano un’occasione, forse una delle ultime, per la sinistra italiana.

Non si può pretendere, in un periodo di forte disaffezione come questo, che tutta la gente in piazza sia fortemente politicizzata. E se oltre il no a Salvini c’è poco o nulla, ecco la chance di “riempire” quel vuoto con una presa di coscienza collettiva che superi la dicotomia strumentale “sovranisti-globalisti”. La realizzazione che c’è bisogno di una scossa ben più drastica nel chiedere cambiamenti seri, nel passare dal resistere all’agire. Perché nessun partito, oggi, ha un piano per contrastare i problemi strutturali dell’Italia: le crescenti disuguaglianze economiche, l’ingiustizia sociale e la corruzione, una nuova generazione precaria e senza prospettive. Che poi sono le questioni di fondo che hanno dato forza all’ascesa sovranista, mero sintomo delle aporie di un sistema socioeconomico sempre meno sostenibile.

Sarebbe importante rendersi conto che Salvini non è il grande nemico, ma solo la punta dell’iceberg di una società disfunzionale. Allora sì che Sardine e affini potrebbero convertirsi da movimento congiunturale a un qualcosa di più solido e duraturo. Si tratta però di un percorso accidentato, che non può avvenire spontaneamente ma ha disperatamente bisogno di ragionamenti seri e di opinion leaders capaci. E qui subentra il pessimismo, perché degli uni e degli altri non si vede l’ombra per il momento. Gli ideatori delle Sardine hanno dimostrato intuito e abilità, ma non sembrano avere la volontà di dare un’impronta più connotata al movimento. O meglio, «anticorpo», come l’ha definito uno dei quattro, Mattia Santori.

Mattia Santori, uno dei fondatori delle Sardine, intervistato da Sandro Ruotolo (video: Fanpage).

Con tutta la sua parzialità, si tratta comunque di un fenomeno da non sottovalutare, una mobilitazione “dal basso” per nulla scontata. Cosa vogliono le Sardine sarà più chiaro dopo il flash mob nazionale del 14 dicembre a Roma, quando sarà annunciato un «documento programmatico». Da lì e dal risultato delle elezioni emiliane passa molto del futuro del movimento, della sua fine o dei suoi possibili sviluppi. Comunque vada, è un segnale importante: ci sono molte persone pronte a scendere in piazza per dire no a un certo modo di intendere l’Italia e la politica. L’alternativa? Va costruita.

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