Il vento indipendentista soffia su Londra

La netta vittoria dei conservatori di Boris Johnson e la particolare distribuzione dei consensi nel Regno Unito mettono il futuro governo Tory alle prese con la conduzione di una politica interna molto tortuosa.

Boris Johnson, Primo Ministro del Regno Unito. Immagine di Metro.

Boris il Bulldozer – così lo addita la stampa internazionale in queste ore – si è aggiudicato 365 seggi su 650 disponibili, lasciando a tutti gli altri solo briciole. Il leader dei Laburisti inglesi, Jeremy Corbyn, ottiene solamente 203 seggi e porta a casa il peggior risultato elettorale della sinistra inglese dal 1935, quando Clement Attlee, in corsa contro Stanley Baldwin, riuscì a conquistare 154 miseri scranni.

Lo spoglio dei voti ha reso la vittoria dei conservatori meno dolce e la sconfitta laburista meno amara. Gli exit poll pubblicati a ridosso della chiusura dei seggi infatti indicavano un divario tra i due partiti maggioritari ancora più accentuato.

Gli exit poll pubblicati dalla BBC subito dopo la chiusura dei seggi. Immagine di BBC/Sky News.

La chiave di lettura di queste elezioni risiede nei voti che il Partito Conservatore ha ottenuto nelle Midlands, nel Nord-Est e Nord-Ovest dell’Inghilterra. Storicamente bacini di voti per il Labour, con la stessa forza queste sono le zone che più hanno voluto la Brexit, sin dal lontano 2016.
La scelta di proporre un messaggio chiaro: Get Brexit Done, si è rivelata perciò proficua. Johnson è riuscito nell’impresa di rompere il Muro Rosso, convincendo molti elettori a “turarsi il naso” e a votare per l’acerrimo avversario, purché la Brexit venisse portata a compimento, una volta per tutte.
Incentrando la propria strategia sull’uscita del Regno Unito dall’UE, Johnson ha oltremodo liquidato Nigel Farage e il suo Brexit Party.

Al di là dello sconquasso che ci sarà nelle prossime ore all’interno del Partito Laburista, in cui Corbyn, messo sulla graticola persino dal suo vice John McDonnell, ha annunciato che non darà le dimissioni fino al nuovo anno, supportato dalla piattaforma Momentum. L’organizzazione nata nel 2015 ha infatti già ribadito la volontà di proseguire sulla strada del Corbyinismo, lasciando trapelare però che quest’ultima non necessita la presenza del proprio fondatore, appunto Jeremy Corbyn.
L’attenzione mondiale è riposta su altre questioni. Da una parte il rapporto che il nuovo governo di Boris Johnson avrà con l’Unione Europea e dall’altra la tenuta del Regno Unito. Mentre sarà certa la separazione, prevista per il 31 gennaio, tra UE e UK, Boris the Bulldozer passerà diverse notti insonni a causa di due tendenze impellenti.

Jeremy Corbyn, leader del Partito Laburista. Immagine di Capx.co.

La vittoria conservatrice va a braccetto con l’enorme ripresa registrata dall’SNP, il Partito Nazionalista Scozzese, che, assicurandosi 48 dei 59 seggi della Scozia fa segnare un +13 scranni rispetto alle elezioni di due anni fa. Il grande risultato festeggiato dalla leader Nicola Sturgeon non ha il peso dei 55 seggi del 2015, ma le permetterà comunque di esercitare una stretta soffocante sul Regno. Al centro della campagna elettorale Sturgeon ha posto la volontà di un secondo referendum d’indipendenza (il primo, del 2014, registrò la vittoria degli unionisti con il 55%). La Prima Ministra scozzese si è trovata tuttavia in una situazione ambigua. Se infatti Nicola Sturgeon, come l’intero SNP, si dichiara fortemente europeista, la convocazione di un secondo referendum d’indipendenza dallo UK sarebbe stata possibile solo nel momento in cui la Brexit avesse visto la luce. Nel referendum del 2016 la Scozia fu uno dei territori in cui il Remain vinse nettamente, tuttavia si trovò costretta a seguire Londra lontano da Bruxelles. Su questa scelta obbligata si fonda la legittimità del secondo referendum per l’indipendenza.

Nicola Sturgeon, leader dell’SNP e Prima Ministra scozzese, esulta alla vista dei risultati delle elezioni. Immagine di Metro.

In parallelo alla questione scozzese, Boris the Bulldozer dovrà fare i conti con l’Irlanda del Nord. La sua preoccupazione è alimentata dal seggio di Belfast Nord, da sempre appannaggio del DUP, il Partito Unionista Democratico, protestante e di destra, che è stato invece conquistato dallo Sinn Féin, il partito indipendentista irlandese cattolico e di sinistra. A ottenere il seggio è stato John Finuncane, attuale sindaco di Belfast e figlio di Pat Finuncane, avvocato e sostenitore dell’Irish Republican Army, ucciso nel 1989 dai paramilitari lealisti dell’Ulster Defence Association.
Lo Sinn Féin, che da anni prosegue nella sua battaglia di riunire l’Ulster e l’Eire, ha fatto registrare il suo miglior risultato di sempre nelle elezioni del Regno Unito. Sebbene i sette parlamentari non si siederanno, come da storica protesta, nel Parlamento di Londra, Boris Johnson, e con lui l’intero governo, sentiranno la loro pressione. L’ingresso di due parlamentari dell’SDLP (Social Democratic and Labour Party), fa sì che l’Irlanda del Nord elegga nove rappresentanti indipendentisti (SF+SDLP) contro otto unionisti (DUP).
Come per la Scozia, lo Sinn Féin tenterà di convocare un referendum per la separazione dallo UK. Anche qui infatti il Remain vinse nel 2016. Sull’onda del sentimento europeo tenteranno la rottura con Londra per tornare tra le braccia di Dublino. Inoltre secondo alcuni rumors qualche settimana fa il governo di Boris the Bulldozer avrebbe negoziato con il governo nordirlandese (unionista) un accordo che pone, di fatto, l’Ulster all’esterno della libera circolazione di merci del Regno Unito, scatenando l’ira di molti, in particolare degli indipendentisti.

La “battaglia di Bongside” tra forze dell’ordine e indipendentisti irlandesi a Derry, Irlanda Del Nord, 13/08/1969.

Scozia e Irlanda del Nord saranno le spine nel fianco del nuovo governo conservatore. Se da un lato la lotta all’indipendenza della Scozia si è sempre svolta pacificamente, l’Ulster è stata protagonista di scontri carnefici. Uno scenario così delicato auspica che Boris metta per un attimo da parte il suo Bulldozer, il suo modo di fare irriverente e la sua retorica conflittuale, per occuparsi, quantomeno in maniera pacifica, del vento indipendentista, che oramai soffia in tutta Europa.

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