Musicante EP 2 – Francesco Savoretti, alla scoperta della musica del mondo

La seconda chiacchierata di Musicante con il percussionista marchigiano Francesco Savoretti, fra sperimentazione e studio delle tradizioni musicali popolari in giro per il mondo. Un percorso artistico all’insegna delle contaminazioni sonore e dell’intreccio fra varie forme artistiche. All’attivo importanti collaborazioni fra cui quelle con Dario Vergassola, Roy Paci e Moni Ovadia.

Francesco Savoretti in concerto all’Auditorium Santa Cecilia di Roma. Foto di Cristina Canali

Francesco, in Musicante non ho nulla di preparato: è una chiacchierata spontanea in tutto e per tutto, i temi li scegliamo in base al tuo percorso artistico. Solo due eccezioni: la prima e l’ultima domanda sono di rito. Quindi partiamo subito. Ti chiedo cosa significhi la parola Musicante per te e quale compito abbia nella società.

«Ha due significati: etico e poetico. Il poetico ha a che fare con lo sviluppo di una propria linea artistica e creativa. È un’espressione dettata in gran parte dalla ricerca che si fa e dalla volontà di far emergere una propria identità musicale. Nel mio specifico caso è un’identità timbrica, sonora. Cerco quindi di trovare un colore particolare che mi contraddistingua in quello che faccio, senza perdere di vista la finalità e il contesto.

Il musicista è poi un ponte che cerca di creare un legame fra il tema che affronta e il pubblico, collegando mondi che a volte non dialogano facilmente. La tematica espressa può essere di due tipi. O sociale o culturale, da condividere con chi la ascolta, e parliamo di funzione etica. Qui la forza della musica sta nella possibilità di rendere al meglio quegli argomenti che, se trattati con altre forme espressive descrittive come la scrittura, non susciterebbero un impatto altrettanto significativo. Può essere però anche un percorso di arte pura, che non deve necessariamente essere capito da tutti.»

Vero, ancor più nel tuo caso dove il musicista-ponte si allarga fisicamente a connettere i vari angoli del mondo. Partendo da questo, quali sono state le più significative esperienze di studio all’estero?

«Sicuramente i soggiorni a Creta sono stati fondamentali per farmi acquisire la conoscenza di stili diversi come quelli afghano, turco tradizionale, greco, bulgaro. Sia in ambito vocale che strumentale. Questo crogiolo di linguaggi, uniti grazie alle iniziative sull’isola del maestro Ross Daly, con cui ho avuto il privilegio di suonare lo scorso anno all’Accademia Chigiana di Siena. A Creta ho potuto poi conoscere e studiare con un altro grande insegnante, l’israeliano Zohar Fresco.
Un secondo tassello importante è stata l’esperienza a Freiburg, dove si è tenuto il primo vero festival dedicato ai tamburi a cornice e alle percussioni mediterranee.»

E qui la domanda viene spontanea. Dalla batteria alle percussioni più particolari e meno conosciute. Da dove nasce un’esigenza simile? 

«L’esigenza è semplice: eliminare il tramite della bacchetta ed arrivare al contatto diretto con la pelle, con lo strumento. Produrre il suono direttamente dalle dita, tramite le tecniche finger style. La bellezza sta proprio nel riuscire a tirar fuori una gamma ricchissima di sonorità da una povertà timbrica, come è quella del tamburo a cornice, la prima percussione che ho approcciato.»

Foto di Marco Buschi – Studio Buschi / Agenzia grafica pubblicitaria Marche

Prima di tutto questo però, c’era un bambino con il sogno della batteria, immagino. 

«Sì, assolutamente. Ho iniziato a studiare la batteria a dieci anni circa, anche se il contatto con il mondo delle percussioni arriva fin da bambino, perché un mio bisnonno suonava la nostra musica popolare regionale, il “saltarello”, col tamburello. Che poi è un tamburo a cornice anch’esso.»

Poi, proseguendo con gli studi, arriva l’approfondimento dei vari linguaggi ritmici.

«Il primo studio è stato quello del latin all’Università della Musica di Roma e più tardi dei linguaggi mediorientali. La difficoltà qui è stata di trovare insegnanti che mi preparassero ed ecco perché ho potuto approfondire questi stili soltanto più tardi. Per arrivare a una maturità stilistica personale, ovvero a quel set percussivo misto che oggi utilizzo, la frequentazione dei seminari di Siena Jazz con Ettore Bonafè è stata sicuramente rilevante.»

Arriviamo a un punto clou, il tuo set: un mix di batteria e percussioni.

«Qui l’amore primordiale verso la batteria ha giocato un ruolo fondamentale, assieme al voler avere la possibilità di esprimere quella varietà sonora che solo le percussioni ti danno. A dire il vero è stata un’evoluzione naturale dei vari percorsi di studio intrapresi: da un lato lo studio batteristico, che continuo tuttoggi, dall’altro l’approccio approfondito ai vari idiomi artistici tradizionali.»

A me questa combinazione ha sempre colpito, soprattutto per il risultato che ha prodotto: un groove riconoscibile accostato alle ritmiche più diverse. Penso ad un tuo recente disco, “Upwelling” in duo con Peppe Frana, in cui in alcuni brani questa sensazione è chiara.

Copertina del disco “Upwelling”, di Peppe Frana e Francesco Savoretti. Edito da Acanto World

«È una sintesi che a me piace molto e alla quale cerco quasi sempre di arrivare. Ad eccezione dai brani o dischi dove questo non sia richiesto o non risponda alle richieste del progetto.»

C’è anche un elemento di facilitazione per chi ascolta, che trova una sorta di aggancio alla ritmica più “occidentale” quando ascolta i brani.

«Naturalmente. C’è una parte che si avvicina in modo più netto alla musica che si ascolta di solito. Una musica suonata e più “dritta”. Certo, non è facile gestire tante culture musicali tutte insieme!»

Ci siamo avvicinati ad uno dei temi chiave per cui ho voluto fare questa chiacchierata. E cioè la gestione delle varie tradizioni all’interno di una performance musicale. Mi spiego meglio. Qual è il confine fra la possibilità di prendere in prestito parti delle identità artistiche straniere e un eccessivo snaturamento di quelle stesse identità, che potrebbe assomigliare a una mancanza di rispetto?

«Spesso nel riferirsi alla tradizione, viene in mente un’idea di chiusura, di custodia gelosa, ma non è così semplice. La tradizione è attraversata continuamente da nuovi elementi che la arricchiscono: elementi sia temporali che spaziali. Da parte mia c’è la volontà di affrontare uno studio nel modo più integrale e a fondo di una determinata cultura, per avvicinarmi il più possibile al pensiero di un musicista tradizionale di un altro Paese.

Il passo successivo però resta quello di creare una propria riconoscibile interpretazione delle varie tradizioni musicali. E questo approccio, sì, potrebbe essere visto come una contaminazione negativa tra idiomi diversi. Ma una simile visione non sarebbe esaustiva per comprendere a pieno l’applicazione sugli strumenti del proprio pensiero, specie se preceduto da anni di studio e preparazione. In questo caso non si tratta di un tradimento verso le culture che si approcciano, ma dello sviluppo di un proprio repertorio musicale.»

Quindi parlare di World Music come di un grande contenitore da cui trarre una propria soggettività, è corretto.

«Questo è la World Music: un grande recipiente dal quale devi saper declinare in base alle esigenze. Sia che tu ne attinga sotto vari punti di vista, attuando un approccio globale, sia che tu decida di approfondire in modo totale soltanto una delle varie culture. Sono entrambi approcci né giusti né sbagliati, ma appannaggio di ogni artista. Il rispetto delle tradizioni, come già detto, viene a priori dal modo in cui si entra in contatto e ci si arricchisce del sapere altrui.»

Soprattutto in Paesi e aree in cui la musica popolare è un segno identitario ancora molto forte, più che qui in Italia.

«La grande differenza sta fra i Paesi in cui la globalizzazione culturale non si è ancora totalmente compiuta. Per esperienza penso al Nord Africa e al Centro America: Algeria, Marocco, Nicaragua, El Salvador. Qui la musica ha davvero ancora un carattere sacro appartenente al mondo familiare. Una vera e propria religione laica da cui si tramandano valori, condivisione sociale, ruoli societari. Certo, anche in nazioni simili il commerciale sta prendendo piede, tanto più perché viene visto come un mezzo attraverso cui attuare un riscatto economico e sociale

Foto di Andrea Marinelli

In tutto questo il linguaggio popolare italiano di che stato gode e quanto spazio occupa nei tuoi dischi e concerti?

«L’Italia ha diverse tradizioni e in qualche modo proviamo a tenerlo il più possibile vivo. A tal proposito, fra pochi giorni uscirà un album per l’etichetta Radici Music della cantante sarda Sara Marini, intitolato “Torrendeadomo” (in sardo “ritorno a casa”, ndr) a cui partecipo e in cui rivisiteremo con il gruppo delle ninne nanne tradizionali regionali. Ma più in generale no, non è così facile portare avanti lavori di questo tipo.»

Torniamo più strettamente al tuo percorso. Di recente stai approcciando il mondo vastissimo della musica elettronica, sempre interconnesso alla batteria e alle percussioni. A me verrebbero in mente i Nerve di Jojo Mayer, Mehliana, il duo Guiliana-Mehldau et similia.

«In realtà è molto diverso. La mia ricerca resta incentrata sul suono. Scoprire la vicinanza timbrica fra alcune sonorità tradizionali e alcune sonorità elettroniche è stato entusiasmante. Si è davvero spalancato un mondo. Tanto più che alcuni strumenti percussivi di antica origine hanno suoni molto ferrosi e vibrati particolari, come ad esempio le qraqeb marocchine (strumento simile alle nacchere, ndr). Delle matrici sonore assimilabili e intrecciabili con il mondo dell’elettronica. È un dialogo fra mondi apparentemente lontanissimi ma collegabili.»

Interessantissimo. Ci sono già progetti che bollono in pentola?

«Sì, c’è un importante documentario che uscirà a breve. Si intitola “All eyes on the Amazon, la regia è di Andrea Marinelli ed è prodotto in collaborazione con l’Università di Rotterdam. Si tratta di un docu-film incentrato sulle problematiche dello sfruttamento petrolifero da parti delle grandi multinazionali del settore nel comparto ecuadoriano della foresta amazzonica. Il film ha ottenuto diversi riconoscimenti italiani ed internazionali ed è stato finalista al London Eco Film Festival. Attualmente è in lizza al David di Donatello

Estratto delle musiche del docufilm “All Eyes On The Amazon”. Regia di Andrea Marinelli

Oltre all’elettronica hai all’attivo numerose collaborazioni con personaggi di spicco del mondo dello spettacolo, da Moni Ovadia a Dario Vergassola. Ancora una volta, quindi, tante contaminazioni e intrecci. Tuttavia questa volta non fra culture ma tra forme artistiche differenti.

«Credo che l’integrazione fra più arti in futuro sarà sempre maggiore. Da performance soltanto uditiva ci sarà sempre più il bisogno di spettacoli che coinvolgano a 360 gradi lo spettatore. Una simile contaminazione con rappresentazioni teatrali e danze già avviene da tempo, ma penso che, e in realtà già sta avvenendo, questa interrelazione si legherà anche a nuove arti emergenti. Dalla light art ai live audiovisivi.»

Come e quanto cambia la preparazione al live quando bisogna integrare più arti?

«Non cambia più di tanto. Il processo artistico mentale rimane lo stesso, in funzione della performance. In base allo spettacolo, alle sonorità richieste, al luogo in cui si svolge il live, si attivano gli stessi meccanismi creativi. Che sia un quartetto strumentale o una situazione di dialogo con teatro o altre forme d’arte.
Tuttavia, può risultare difficile il primo approccio ad uno spettacolo che mescola più discipline. Ecco perché rimane fondamentale l’aver chiaro il proprio percorso, la propria identità: è una condizione necessaria per potersi mettere completamente al servizio degli altri senza smarrirsi.»

Naturalmente. Restiamo sull’approccio al live. Prima di avviarci alla conclusione ti vorrei chiedere, dati i recenti concerti con lui, cosa vuol dire suonare e stare a contatto con un personaggio eclettico come Roy Paci, che spazia dalla musica del folklore al pop.

«Roy, così come lo stesso Eugenio Bennato, sono personaggi istrionici, a volte fuori dalle righe ma allo stesso tempo molto emotivi. E proprio per questo basano tanto del lavoro sui rapporti interpersonali autentici e genuini. Artisti del loro calibro sanno andare all’essenza della cosa senza tanti fronzoli e hanno soprattutto una caratteristica distintiva: la voglia mai sazia di meravigliarsi ogni giorno di quello che succede.»

La curiosità spontanea tipica della mente dei bambini.

«Esattamente. Curiosità che poi genera continuamente processi creativi spendibili in musica e quindi arte.»

Roy Paci, Carmine Ioanna e Francesco Savoretti live DUO THEN Ø guest Francesco Savoretti al Circolo Reasonanz, 27 settembre 2019, per Mediterranea Saving Humans

Prima dell’ultima domanda, quest’anno sono 50 anni di ECM Records. La rivoluzione nel panorama musicale sperimentale europeo è stata enorme.

«ECM ha avuto un peso incalcolabile, ha introdotto ascolti di linguaggi musicali praticamente sconosciuti ai più. L’idea di Manfred Eicher è stata spartiacque, e non a caso una simile etichetta è nata in Germania. C’è un suono specifico e riconoscibile dietro i dischi per ECM, in passato spesso curati di persona dallo stesso Eicher. Magari oggi quel suono risulta in qualche modo superato ma l’influenza artistica resta altissima.
ECM ha avuto il merito di favorire ancora di più la commistione fra stili lontani e diversissimi, di innalzare la ricerca a livello di arrangiamenti e di farlo attraverso una quantità vastissima di artisti. Artisti posti appositamente in contesti diversi dal loro solito, proprio per far emergere ancor più la parte creativa. Il tutto realizzato con un’identità fortemente europea sempre mantenuta.»

Siamo in chiusura. L’ultima domanda, come anticipato, è di rito. I 5 dischi che più ti hanno segnato a livello musicale ed emozionale. Capisco la difficoltà di selezione così, senza preavviso.

«Wow! Difficilissima. Mi butto: innanzitutto Foxtrot dei GenesisBitches Brew di Miles. Metterei poi The Wall dei Pink Floyd e un album, uno qualsiasi, sono davvero tutti stupendi, degli Oregon. Nel contemporaneo dico Gently Disturbed dell’Avishai Cohen Trio, con Mark Guiliana alla batteria e Shai Maestro al piano.»

Non potrei essere più d’accordo nella scelta! Francesco, grazie mille della disponibilità e a presto.

Per chi avesse voglia di ascoltare al meglio la musica di Francesco Savoretti:

Commenta