In Emilia-Romagna ha perso Salvini o ha vinto Bonaccini?

Il risultato delle elezioni emiliano-romagnole è attribuibile agli errori del leader leghista o è frutto del buon governo del presidente uscente Stefano Bonaccini?

In queste ore analisti politici, giornalisti e curiosi tentano – maldestramente – di interpretare i voti espressi dagli emiliano-romagnoli, ma quasi tutti sottovalutano l’aspetto più semplice, e per questo passato in sordina, che permette di analizzare al meglio il voto. Malgrado la presenza massiccia di leader politici nazionali, la consultazione di domenica 26 gennaio è stata fortemente condizionata dal suo carattere locale.

La mappa del voto in Emilia-Romagna, immagine di YouTrend

Qualche tempo fa Jérôme Gautheret scriveva su Le Monde che per comprendere la politica italiana è necessario «accettare l’idea che due rette parallele possono incontrarsi, se hanno interesse a farlo» e che «bisogna accettare i ragionamenti più stiracchiati. A volte bisogna perdersi».
Per questo in Emilia-Romagna, in un sistema maggioritario, ci si è trovati con sette candidati presidenti, di cui cinque sapevano che nemmeno un miracolo li avrebbe resi vincitori. Per questo nella roccaforte della sinistra italiana la sinistra si è presentata con quattro (forse cinque) liste diverse, tre delle quali correvano ognuna per sè. Per questo la candidata presidente della destra-centro ha perso malgrado il suo oscurante, Matteo Salvini, da giorni millantava una vittoria, anzi una stra-vittoria.
Le contraddizioni della regione spartiacque tra Nord e Centro Italia sono centinaia e probabilmente soltanto chi le vive in prima persona è in grado di spiegarle a chi, guardando dall’esterno, si limita ad analizzare il risultato di domenica scorsa come se fosse un’elezione nazionale.

Le campagne elettorali dei due schieramenti principali, centro-sinistra e destra-centro, hanno seguito i caratteri più classici della competizione tra incumbent e sfidante. Bonaccini ha difeso i risultati ottenuti negli scorsi cinque anni e lo status quo della Regione. Borgonzoni, seppur dedicando molto spazio alla controversa questione di Bibbiano, ha narrato (superficialmente) alcune problematiche della Regione.

Come già anticipato qualche mese fa e riconfermato dalle parole di Giorgia Meloni poche ore dopo il voto, la soffocante presenza del leader del Carroccio ha oscurato la figura di Lucia Borgonzoni. Le innumerevoli immagini di elettori ignari che la candidata per la presidenza fosse la senatrice bolognese ne sono un chiaro esempio.

Le pressanti apparizioni di Salvini per tutta la Regione sono figlie della strategia elettorale adottata in Umbria, e proprio nella riproposizione del modello umbro la Lega, insieme a tutta la destra-centro ha perso la tornata emiliano-romagnola.

Proprio come nelle elezioni dello scorso ottobre, quando la coalizione guidata da Donatella Tesei affrontò centro-sinistra e M5S uniti, l’entourage leghista ha optato su due leitmotiv: Matteo Salvini e gli scandali mediatici. Se, tuttavia, le inchieste relative alla sanità umbra legavano chiaramente il mondo della politica a quello dei concorsi pubblici truccati, il controverso scandalo di Bibbiano, come già accertato dai giudici, non ha creato alcun legame tra il mondo politico, il sindaco Andrea Carletti in questo caso, e quello degli educatori accusati.
La scelta di presentare lo scandalo di Bibbiano insinuando un legame tra il PD e le aberranti condotte degli assistenti sociali si è rivelata inefficace. Il risalto mediatico operato dalla bestia ha, nel caso umbro, permesso di ottenere consensi, additando il Partito Democratico come responsabile dell’illecito sistema d’assunzioni nella sanità regionale. Ma nel caso emiliano non ha fatto altro che rafforzare le idee di quell’elettorato su cui la Lega poteva già fare affidamento. È quindi venuta a meno la capacità di attrarre elettori indecisi cavalcando uno scandalo mediatico. Ciò è successo per due motivi: il primo riguarda il tempo. Lo scandalo di Bibbiano risale a molti mesi prima e i media tradizionali non gli hanno concesso ampia attenzione. Il secondo invece ha a che vedere con lo spazio: Bibbiano è un piccolo comune del reggiano e per quanto l’accaduto possa risultare osceno il fatto rimane relegato a quell’area.

Gli errori della bestia e di Matteo Salvini non sono solamente di carattere pratico bensì hanno anche origine strategica. La scelta di giocarsi il tutto per tutto in Emilia-Romagna si è dimostrata controproducente. La sovraesposizione TV e social della campagna regionale ha generato una mobilitazione in opposizione a Lucia Borgonzoni.
La senatrice e Matteo Salvini rivendicano un risultato positivo, i due confrontano le elezioni di domenica scorsa e quelle del 2015 per evidenziare l’avanzata del loro partito. Furbamente però i due omettono il risultato ottenuto dalla Lega nelle elezioni europee dello scorso maggio.

La mappa del voto emiliano-romagnolo alle scorse elezioni europee del 26/05/2019. Immagine de l’Espresso.

Il 26 maggio 2019 in Emilia Romagna votarono in 2.313.084 (67,3% di affluenza), ovvero pochi meno dei 2.325.497 elettori che domenica scorsa si sono recati ai seggi. Il 26 maggio 2019 la Lega ottenne un risultato storico: il 33,77% dei consensi e la medaglia di primo partito nella regione, mentre il PD si dovette accontentare del secondo gradino del podio con il 31,24%.
Alla destra-centro, con in testa la Lega di Salvini e Borgonzoni, sarebbe bastato condurre una campagna regionale sotto tono per poter strappare la regione al centro-sinistra, per due motivi principali:

Nei mesi scorsi la Lega si è dimostrata come il partito che meglio ha saputo mobilitare e fidelizzare il proprio elettorato. Senza sovraesposizione mediatica lo zoccolo leghista si sarebbe recato comunque alle urne.
In Emilia-Romagna la correlazione tra l’affluenza e il voto è infatti favorevole al centro-sinistra e negativo per i conservatori, come dimostrato da YouTrend.

Infine una presenza meno massiccia del leader leghista e dei suoi toni non avrebbe allontanato quel voto moderato di cui il braccio destro di Salvini Giancarlo Giorgetti e Silvio Berlusconi si lamentano in questi giorni. Quel voto che, a detta di Giorgetti, risiede nelle città, proprio dove la coalizione di Borgonzoni ha trovato più difficoltà nel raccogliere consensi.

L’elezione di domenica scorsa ha ribadito una tendenza, ormai diventata tradizione nella politica italiana: quando il leader più accreditato dai consensi elettorali trasforma una votazione – referendum o elezione che sia – in un giudizio su se stesso e in un all-in, perde.

Bonaccini a sua volta ha trasformato la corsa emiliano romagnola in un referendum personale, ma da una posizione totalmente differente da quella di Salvini. La più tradizionale comunicazione politica insegna che nelle sfide tra candidati (sindaci o presidenti) spesso l’incumbent debba narrare lo scontro come un giudizio sull’operato di se stesso. Per quanto gli emiliano-romagnoli – piacentini, ferraresi e riminesi in particolare – amino Salvini, quest’ultimo non era nella posizione di essere giudicato personalmente, non avendo mai governato in prima persona una regione, tantomeno l’Emilia-Romagna.

Infine meritano quantomeno una menzione le gaffe della candidata Lucia Borgonzoni, la citofonata di Salvini al ragazzo tunisino ed il video virale di Elly Schlein.
Una sfida elettorale del calibro dell’Emilia-Romagna non si perde e non si vince grazie ad un video o a qualche scivolone. Sono la chiarezza del messaggio politico, gli strumenti, i canali utilizzati (e i fondi a disposizione) a far sì che una campagna elettorale si riveli vincente.
La controversa citofonata di Salvini non ha determinato un flusso di voti, quantomeno non consistente. Se si vuole trovare a tutti i costi un contenuto o un’uscita che abbia influito sul voto è sufficiente dedicare un minuto al video pubblicato dalla candidata consigliera che ha ricevuto più preferenze di sempre nella storia emiliano-romagnola.

Il video della leader di Emilia-Romagna Coraggiosa, lista che ha appoggiato Bonaccini, pubblicato a pochi giorni dal voto ha raggiunto risultati di interazione che persino la bestia invidia: oltre 39.000 condivisioni e più di 51.000 mi piace. Per una candidata semi sconosciuta all’elettorato ed una lista che era attestata dai sondaggi tra l’1,5% e il 3,5% l’exploit social ha determinato sicuramente un guadagno di voti (E-R Coraggiosa ha poi ottenuto il 3,7%), che tuttavia, è doveroso precisarlo, non ha eroso voti alla coalizione avversaria.

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