Gli atteggiamenti e le giravolte della politica italiana nei giorni del Coronavirus

Il Presidente del Consiglio passa in pochi giorni dal predicare ferree restrizioni ad auspicare un forzato ritorno alla normalità. I battibecchi a suon di ordinanze e revoche fra l’esecutivo e il Governatore delle Marche, Luca Ceriscioli. E ancora, la lite del Premier con il Presidente lombardo Fontana e la strumentalizzazione salviniana dell’epidemia. Storia di una narrazione politica, quella del Coronavirus, all’italiana, fatta di atti di forza e retromarce.

Giuseppe Conte e Rocco Casalino. Fotogramma / IPA / Foto Adnkronos

Manca una comunicazione univoca e unitaria da parte delle istituzioni e soprattutto della politica. Lo si è sentito dire spesso in questi ultimi dieci giorni, ossia da quando il Coronavirus ha fatto la sua comparsa in Italia. Inevitabilmente, gli effetti generati sulla popolazione sono stati di confusione, se non, in alcuni casi, di aver provocato veri e propri schieramenti da tifoseria. A farne le spese, come sempre in questi casi, è il pensiero critico della comunità e la capacità di affrontare il problema con il giusto equilibrio.

I volti del Premier

In principio era la drasticità, nelle parole e nei discorsi del Presidente del Consiglio. Nell’annunciare la chiusura al Nord di scuole, università, musei, attività lavorative, bar lombardi dopo le 18. Nel decretare le rigide restrizioni messe in atto per gli 11 comuni focolai in Lombardia e Veneto. A stabilirlo, il decreto legge 6/2020 del 23 febbraio, promosso dal Premier Giuseppe Conte, per tutelare «la salute degli italiani», ossia ciò che «che ci sta più a cuore e che nella gerarchia dei valori costituzionali è al primo posto».

Un Conte, quello dei primissimi giorni dopo l’arrivo del virus in Italia, propenso a sottolineare la fermezza dell’esecutivo e la capacità dello Stato di reagire prontamente di fronte ad una grave emergenza. Il tutto, sintetizzato dallo stile comunicativo e dall’”ambientazione” degli interventi del Presidente del Consiglio, inquadrato spesso direttamente sotto gli schermi del Dipartimento della Protezione Civile, lontano dai soliti contesti istituzionali.

Come notato dal politologo Massimiliano Panarari, molti esperti del settore hanno rilevato in questa modalità di fare comunicazione la probabile impronta del portavoce di Palazzo Chigi, Rocco Casalino. Riassumendo: massiccia e continua presenza in TV e drammatizzazione della comunicazione. – Ingredienti pressoché identici a quelli utilizzati qualche giorno dopo dal Governatore lombardo Fontana, in occasione del celebre video messaggio con tanto di mascherina -. 

A metà settimana però, un brusco dietrofront. I dati economici mostrano le perdite e le prospettive di recesso, la borsa sprofonda. Sindaci e Presidenti di Regione interessati dalle misure restrittive più stringenti chiedono aiuti per le imprese e i settori in difficoltà. A questo punto, la percezione dell’emergenza che il Presidente del Consiglio e tutto il governo cercano di trasmettere ai cittadini, cambia di netto. Si evidenziano gli elogi dell’Oms circa la tempestività del sistema Italia nel gestire l’epidemia, compaiono i numeri dei guariti nelle dichiarazioni ufficiali e fra i media. A Milano riaprono all’improvviso i bar dopo le 18, seppur con restrizioni.

Le liti di Conte con i Presidenti di Regione

I battibecchi avuti fra il Premier e i Presidenti di Regione, in special modo con quelli di Marche e Lombardia, testimoniano la mancanza di unità di intenti della politica nostrana, auspicabile in un momento come questo. Un’unità tanto evocata in queste settimane, ma mai effettivamente realizzata. E dalla mala gestione politica del problema Coronavirus, ecco che l’effetto conseguente è un messaggio di mancanza di controllo e di coordinamento.

La sequenza di ordinanze e contrordini susseguitesi fra il governatore marchigiano Luca Ceriscioli e il governo, sfiora infatti il grottesco.
Raramente si assiste al Presidente del Consiglio che chiama in diretta un Presidente di Regione durante una conferenza stampa, chiedendogli di sospendere l’ordinanza annunciata pochi istanti prima.

E, in circostanze simili, non è comune neppure vedere un ricorso al Tar da parte del Governo, per cancellare l’ordinanza emessa dallo stesso Presidente di Regione per le misure di contenimento dell’epidemia. Tutto questo meno di 48 ore dopo una riunione congiunta fra Regioni ed esecutivo per elaborare un piano comune nelle aree meno colpite dal Coronavirus.

Non è stata meno imbarazzante la tensione fra Conte e il Governatore lombardo Attilio Fontana. A scatenare le polemiche, le iniziali accuse del Premier – poi ritirate e seguite dalle scuse – all’ospedale di Codogno di non aver seguito i protocolli e di aver favorito la diffusione dei contagi. Il Presidente del Consiglio aveva anche minacciato di limitare i poteri delle Regioni e sostituire il governo agli organi locali, come stabilito dall’art. 120 della Costituzione.
Dichiarazioni che Fontana aveva a sua volta bollato come «irricevibili e, per certi versi, offensive», mentre l’Assessore al Welfare lombardo Giulio Gallera aveva definito le parole di Conte «una dichiarazione inaccettabile da una persona ignorante, perché ignora quali erano e sono i protocolli definiti dall’Istituto Superiore di Sanità».

Senza considerare le altre misure di contenimento a decisione “unilaterale”, inizialmente predisposte in Calabria e in Basilicata, impugnate dal governo perché contrarie alle regole condivise predisposte per le regioni non interessate dalla maggioranza dei contagi.

La disinformazione salviniana via social

Ad aggiungersi alla triste lista delle cause della mancanza di senso di responsabilità politica, la comunicazione da campagna elettorale del leader leghista Matteo Salvini.

«Forse ora qualcuno avrà capito che è necessario chiudere, controllare, blindare, bloccare, proteggere?» aveva scritto su Facebook il Segretario della Lega il 22 febbraio scorso, nello stesso post in cui esprimeva il proprio cordoglio per la prima vittima del virus in Italia. Un comportamento «da sciacallo», era stata la replica indignata della Ministra De Micheli, considerata anche la mancanza di correlazione fra sbarchi e diffusione della malattia.

Le critiche di Salvini, quasi sempre lontane da una qualsivoglia costruttività, hanno accompagnato e accompagnano tutt’ora l’operato del governo in questa delicata fase per il Paese. Fra appelli a «vestire e mangiare italiano e fare vacanze in Italia» e preghiere via social, il messaggio salviniano ha contribuito una volta in più all’estremizzazione della comunicazione politica e alla polarizzazione dell’opinione pubblica. Favorendo la trasformazione di questa nel più nebuloso e acritico senso comune. Con buona pace della responsabilità istituzionale e dell’unità di intenti.

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