5 cose che abbiamo imparato dal coronavirus

I valori di un Paese, di una comunità emergono nella loro essenza più vera di fronte a situazioni drammatiche e di emergenza. Trovarsi tutti sulla stessa barca (che affonda) è un eccellente viatico per scoprire chi siamo. Così l’allarme coronavirus ci mette di fronte un enorme specchio, che riflette con schiettezza alcuni aspetti intrinsechi al “sistema Italia”. Mettendo a nudo problemi che sotto sotto conoscevamo già.

Una delle tende montate davanti agli ospedali per lo smistamento dei pazienti durante l'emergenza coronavirus. (foto: Il Messaggero)
Una delle tende montate davanti agli ospedali per lo smistamento dei pazienti durante l’emergenza coronavirus. (foto: Il Messaggero)

Non possiamo più trascurare il sistema sanitario

In questi giorni di crisi sono riesplose le annose polemiche sui tagli alla sanità, tra attacchi politici e scambi di accuse. Come chiarito da Pagella Politica, parlare di «tagli» in senso stretto può risultare ingannevole, perché negli ultimi 20 anni i finanziamenti statali al Ssn sono cresciuti, se considerati in termini assoluti. Tuttavia, quando si mettono i numeri in prospettiva – per esempio rapportandoli al Pil – ne risulta che la spesa sanitaria è di fatto calata rispetto alle altre voci nel bilancio nazionale. Questo “definanziamento” è stato un trend costante dopo la crisi del 2008, comune all’azione di tutti i governi (di qualsiasi colore politico), in linea con le misure dell’austerity. A ciò si è accompagnata un’importante riduzione dei posti letto ospedalieri (arrivati a 3,2 ogni 1.000 abitanti, contro una media europea di 5).

La crisi del coronavirus ha rivelato inoltre come il personale sanitario sia insufficiente per fronteggiare un’epidemia di queste proporzioni, con medici e infermieri delle “zone rosse” costretti a turni infiniti e il piano di 20.000 nuove assunzioni annunciato dal governo (525 quelle ufficializzate in precedenza dal solo Veneto). Ma le carenze c’erano anche nello scenario pre-crisi, complici l’elevata età media del personale medico e i pochi posti disponibili nelle scuole di specializzazione. Ne consegue che molti ospedali non erano equipaggiati a dovere per fronteggiare un’emergenza di questa portata, e ora l’intero sistema vacilla. Se la situazione di alta criticità li ha senza dubbio esacerbati, dunque, è chiaro che la sanità italiana soffre di problemi strutturali ben da prima. E comunque si risolva il tutto, urge ripensarne alcuni aspetti.

La nostra politica resta immatura e inadeguata

C’erano tempi in cui, di fronte alle grandi catastrofi o a una percezione di pericolo comune, le classi dirigenti si sarebbero assunte le loro responsabilità e avrebbero deciso di lavorare insieme per superare il dramma. O, perlomeno, avrebbero evitato di mettersi i bastoni tra le ruote a vicenda. Ora, pur senza pretendere scenari da “governo di solidarietà nazionale”, duole constatare che ancora una volta la politica ha dato il peggio di sé. Piuttosto che essere occasione di unità nell’interesse del Paese, il coronavirus ha sfilacciato ulteriormente quel poco che restava delle istituzioni, e con esse la fiducia che gli italiani vi riponevano. La prima a non essere esente da critiche è proprio l’azione del governo Conte, o almeno come questa è stata comunicata ai cittadini. Il tentativo di mostrare polso senza però gettare il Paese nel panico si è tradotto in una maldestra altalena di messaggi contraddittori, che ha fatto tutto fuorché dissipare la confusione (Francesco Puggioni ne scriveva qui).

Ma l’atteggiamento più grave è stato quello di parte dell’opposizione, che almeno inizialmente ha visto l’epidemia solo come un altro tema su cui fare propaganda. E così sono arrivati gli attacchi, tra chi ha dato al governo e al premier degli «incapaci» e chi direttamente dei «criminali». Dividendo ulteriormente un’Italia in sofferenza. Senza contare la guerriglia messa in atto da alcuni governatori di Regione, disinvolti nel contestare apertamente la linea dell’esecutivo. Fratture che sembrano essersi in parte ricomposte negli ultimi due giorni, con l’estensione della “zona arancione” a tutta la penisola, ma che restano latenti e pronte a riaffiorare alla prima opportunità. Servirebbero più senso di responsabilità e unità d’intenti, ma forse è pretendere troppo.

Il presidente del Consiglio Giuseppe Conte firma il decreto "Io resto a casa" contro il coronavirus, 9 marzo 2020. (foto: @GiuseppeConteIT, Twitter)
Il presidente del Consiglio Giuseppe Conte firma il decreto “Io resto a casa”, 9 marzo 2020. (foto: @GiuseppeConteIT, Twitter)

Media, abbiamo un problema

Non è un mistero come l’informazione, italiana ma non solo, si trovi in un momento di crisi: non solo economica, ma anche d’identità. Se mai ce ne fosse bisogno, l’emergenza coronavirus ha confermato la distanza ormai incolmabile tra buona parte dei media e il concetto di “servizio pubblico”. Fin dalle prime fasi dell’epidemia, quando i casi non avevano ancora raggiunto l’Europa, da alcuni giornali e TV è partito un martellamento assordante. Il resoconto del numero dei contagi si è rapidamente trasformato in un bollettino di guerra, spesso sciorinato senza contesto, con l’effetto di impaurire più che di informare. E non sono mancati episodi di aperta violazione della privacy, come la pubblicazione delle foto che ritraevano una coppia di cinesi ricoverati allo Spallanzani di Roma. Il timore accumulato in questa fase è esploso alla notizia dei primi focolai autoctoni nel nord Italia, con le scene dell’assalto ai supermercati che tutti ricordiamo. Da allora il coronavirus ha comprensibilmente monopolizzato la narrazione dei media, con approcci meno irresponsabili ma senza mai abbandonare la ricerca del sensazionalismo.

L’ultimo evento che ha scatenato polemiche è stato, il 7 marzo, la diffusione della bozza di decreto che avrebbe applicato misure restrittive alla Lombardia e ad altre 14 province. Ottenuta una versione non definitiva del provvedimento, alcuni giornali hanno deciso di pubblicarla, scatenando ancora una volta il panico e dando il via a un esodo di massa dalle zone interessate. L’opinione pubblica e gli stessi operatori dell’informazione si sono divisi nel criticare o difendere questa scelta, in un dibattito che mette in discussione l’idea stessa di cosa significhi essere giornalista. Essere fedeli alla verità e dire sempre tutto, anche se significa causare un danno al Paese? Oppure fare delle considerazioni di opportunità, agendo da “filtro” nei confronti di informazioni potenzialmente pericolose per la comunità? La risposta è ardua e non intendiamo certo darla qui, ma il dilemma palesa un dissidio irrisolto alla base dell’informazione italiana, su cui urge riflettere seriamente.

L'ormai celebre "fuga dalla zona rossa" durante l'emergenza coronavirus nella notte del 7 marzo, stazione di Milano Centrale.
L’ormai celebre “fuga dalla zona rossa” nella notte del 7 marzo, stazione di Milano Centrale.

L’individualismo non ci salverà

Le immagini di fuori sede e pendolari che scappano, anteponendo le proprie priorità alla salute degli altri, impongono una riflessione sull’egoismo. Non per colpevolizzare queste persone, ognuna delle quali aveva probabilmente delle ragioni, ma per analizzare l’egoismo in quanto forza propulsiva della nostra società. Quella stessa forza che ci rende difficile mettersi nei panni dei più svantaggiati, che cancella l’empatia in una dinamica di costante mors tua vita mea. Ebbene, stavolta sembra essere chiaro che non può essere così e finalmente ci accorgiamo di essere tutti parte di un’unico organismo, che le scelte di ognuno influiscono sulla vita degli altri.

Nessuno può farcela da solo e per uscire dall’emergenza serviranno sacrifici da parte di tutti, a partire dal nuovo mantra “io resto a casa”. D’altra parte, l’isolamento forzato potrebbe esasperare l’atomismo di una società che fa sempre più fatica a parlarsi, a guardarsi negli occhi, a entrare veramente in contatto con l’altro. È un rischio che dobbiamo fare di tutto per scongiurare, facendo tesoro anche per il post-emergenza dell’insegnamento più prezioso che possiamo trarre da questa situazione. Per dirlo con parole migliori, «ci si salva e si va avanti se si agisce insieme e non solo uno per uno».

La Galleria Vittorio Emanuele II ai tempi del coronavirus, Milano. (foto: EFE/EPA/Marco Ottico)
Galleria Vittorio Emanuele II, Milano. (foto: EFE/EPA/Marco Ottico)

Serve un’alternativa al capitalismo consumistico

In queste ore lo abbiamo pensato un po’ tutti: forse sarebbe meglio chiudere tutto per due settimane, mantenere solo i servizi essenziali, fermare davvero il contagio. Ma sappiamo che un’ipotesi del genere non è contemplabile, perché nel nostro sistema uno stop completo alla macchina produttiva avrebbe effetti catastrofici, forse addirittura più gravi del coronavirus stesso. Se non si acquista, se non c’è consumo, alla lunga finisce per non funzionare più nulla. E allora tutti al lavoro, che tanto per quello di casa si può uscire, e a fare il possibile per mantenere in piedi la baracca. Abbiamo creato un modello economico per cui, anche di fronte alle peggiori minacce, the show must go on. E a volte c’è anche chi riesce a guadagnarci sopra. Ma se non ci si può fermare neanche quando in gioco c’è la salute di tutta la comunità, il sistema è ancora al nostro servizio? O siamo noi al servizio del sistema? La sensazione è che l’irrazionalità della razionalità di cui è imbevuto il capitalismo post-moderno sia sempre più in antitesi con le esigenze primarie dell’essere umano. E se non si cambia qualcosa, rischiamo di restare senza vaccino.

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