L’altra emergenza europea: la crisi migratoria tra Grecia e Turchia

L’apertura della frontiera verso la Grecia, indetta qualche giorno fa dal sultano turco Recep Tayyip Erdogan, rigetta l’intera Europa nel limbo e riporta alla luce le contraddizioni del vecchio Continente in materia migratoria.

Madre e figlia nel campo profughi di Moria, Lesbo. Immagine di AFP/ARIS MESSINIS.

Lesbo è un’isola greca che si trova a soli 9 chilometri di distanza dalle coste della Turchia. Conosciuta per i riferimenti mitologici dell’antica Grecia, torna alla ribalta dell’informazione nel 2016 quando, dopo l’esodo di migliaia di rifugiati dalla Siria, iniziato già dal 2015, Unione Europea e Turchia firmano l’accordo per chiudere la rotta balcanica. L’isola di Mitilene (il principale centro), insieme ad altre isole dell’Egeo, viene indicata come area di sosta temporanea per i migranti che tentano di arrivare in Europa.

Qualcosa però va storto. Sull’atollo greco, più precisamente a Moria, si forma nel tempo il più grande campo profughi d’Europa. Alessandro Barberio, medico psichiatra della ong Medici Senza Frontiere, che opera sul luogo, dichiara nel 2018 «di non aver mai assistito un numero così grande di persone bisognose di assistenza psicologica come a Lesbo» e prosegue «la stragrande maggioranza dei pazienti presenta sintomi di psicosi, ha pensieri suicidi o ha già tentato di togliersi la vita. Molti non sono in grado di svolgere nemmeno le più basilari attività quotidiane, come dormire, mangiare o parlare». La drammatica descrizione di Barberio è motivata dai numeri del campo: le cifre ufficiali del governo greco stabiliscono la capienza massima di 3500 persone (2100 per l’ONU), ma attorno all’hotspot se ne sono stabilite (almeno) altre 16.000. Un sovraffollamento tragico che rende la vita dei rifugiati insostenibile, sotto ogni punto di vista.

Uno squarcio del campo profughi di Moria, Lesbo. Immagine di Al Jazeera.

Sebbene l’accordo tra Erdogan e Unione Europea abbia limitato la pressione migratoria al confine, già dal 2019 la situazione peggiora. Il nuovo governo conservatore del primo ministro Kyriakos Mītsotakīs minaccia più volte di costruire una barriera galleggiante nell’Egeo per azzerare quel flusso residuo che l’accordo del 2016 non aveva soppresso del tutto. Il leader di Nuova Democrazia approva inoltre una legge restrittiva sull’asilo impedendo i trasferimenti dei migranti sulla terraferma. Molti di questi rimangono quindi bloccati nelle isole dell’Egeo ed in particolare a Lesbo.

Il 28 febbraio di quest’anno Recep Tayyip Erdogan annuncia la riapertura del confine tra Turchia e Grecia. Il sultano contravviene agli accordi di 4 anni fa e nel giro di poche ore migliaia di rifugiati tentano la traversata.

La Turchia ospita da diversi anni circa 4 milioni di rifugiati siriani, costretti alla fuga dagli aspri conflitti tra le diverse fazioni in campo nella Repubblica Araba. Bashar al-Assad, presidente della Siria, contro cui scoppiarono le proteste nel 2011, si trova oggi impegnato nella riconquista dell’ultima roccaforte dei ribelli, Idlib, città situata vicino al confine nord-occidentale con la Turchia. L’esercito siriano è aiutato nelle operazioni da tre forze principali: l’Iran degli ayatollah, Hezbollah e la Russia, essenziale per il supporto aereo.
All’interno dell’enclave di Idlib si asserragliano invece diverse fazioni ribelli (compresi gli jihadisti) che godono del supporto logistico della Turchia di Erdogan.

L’inesorabile superiorità territoriale dell’esercito russo-siriano ha spinto Erdogan a ricattare l’Unione Europea per un intervento che congeli il conflitto a Idlib, o che faccia confluire più denaro nelle casse di Stato. Dall’inizio di febbraio Ankara ha inviato nella zona di Idlib oltre 12.000 soldati per rispondere agli attacchi del regime siriano (Operazione Scudo di Primavera). Tuttavia nel giro di poche settimane l’esercito turco ha registrato diverse perdite. Nella sola giornata del 27 febbraio, in seguito ad un attacco ad un convoglio, l’esercito del sultano ha registrato la morte di 36 soldati.

Soldati turchi nella città di Idlib. Immagine di The Guardian.

L’accordo del 2016 tra Unione Europea e Turchia prevedeva il pagamento di 3 miliardi di euro (a cui successivamente ne sono stati aggiunti altrettanti).
Erdogan rivendica il mancato pagamento di 1,5 mld di euro destinati alle organizzazioni che si occupano di istruzione e integrazione dei profughi. Legittima così la riapertura del confine.

Rifugiati che aspettano di attraversare il confine tra Turchia e Grecia. Immagine di Gokhan Balci/Anadolu Agency.

Nei primi giorni di marzo il portavoce dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati, Boris Cheshirkov, denuncia pubblicamente il comportamento delle autorità greche. Il governo ellenico non ha permesso ai rifugiati arrivati sul suo suolo dopo l’1 marzo di presentare regolare domanda di asilo. Una chiara violazione del diritto di asilo e della Convenzione di Ginevra del 1951. Nonché un palese respingimento sommario.

In questo particolare clima assumono un ruolo essenziale le Ong che operano sulle isole dell’Egeo. Refugees support Aegean offre assistenza legale ai profughi respinti sommariamente per portare le loro istanze al giudizio della Corte Europea dei Diritti dell’uomo. One Happy Family gestisce un centro di educazione. E ancora Hope Project, Pipka Camp, Light Without Borders, tutte unite nel ridare un briciolo di dignità a chi si è ritrovato vittima di mosse geopolitiche scellerate.

Lunedì 9 marzo, mentre da giorni gruppi di persone vicine ad Alba Dorata si improvvisavano vigilantes ed attaccavano diverse strutture e operatori delle ong, il presidente turco Erdogan raggiunge Bruxelles. Accolto dalla Presidente della Commissione Ursula Von der Leyen e da Charles Michel, presidente del Consiglio europeo, il sultano scuce dai due un ammissione di colpa nel mancato pagamento dei 1,5 mld di poco sopra. Ma nulla trapela su una risoluzione della disputa. Erdogan chiede ulteriori fondi ma l’Unione Europea è reticente. Sarà quindi compito di Josep Borrell, Alto Rappresentante per la politica estera e la sicurezza dell’Unione, gestire un’ulteriore trattativa con la Turchia.

L’incontro a Bruxelles tra Recep Tayyip Erdogan, Charles Michel e Ursula Von der Leyen. Immagine di European Commission.

Sono Germania, Francia, Portogallo, Lussemburgo e Finlandia gli unici paesi che fino ad ora si sono proposti di accogliere i profughi bloccati sulle isole dell’Egeo. Un piccolo passo positivo che dovrà essere accompagnato dal ripensamento dell’esternalizzazione delle frontiere.

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