“Siamo abituati a vedere le persone morire, ma non in questo modo”. Il racconto della terapia intensiva di un anestesista

Ogni giorno, dall’espandersi della pandemia, negli ospedali italiani si consuma una routine logorante. Il continuo via vai di pazienti, l’emergenza diventata quotidianità, l’isolamento dei contagiati. «Entrare in terapia intensiva vuol dire tagliare i fili con i propri cari per un tempo non prevedibile» racconta Daniele Elisei, anestesista rianimatore dell’ospedale di Macerata, impegnato nelle strutture covid marchigiane di Camerino e Civitanova Marche.

Medici e Operatori Sanitari attrezzati con i dispositivi di protezione individuale. Credit Foto: VivereMacerata.it

Le Marche sono tra le regioni più colpite dai contagi da Coronavirus. Il governatore Luca Ceriscioli ha dichiarato che nella regione il picco dell’epidemia è previsto per metà aprile e ha raccomandato di non abbassare la guardia. Per far fronte ad un possibile aumento dei casi, la Giunta ha realizzato un ulteriore ospedale temporaneo nell’area fieristica di Civitanova Marche, in grado di ospitare 100 posti letto in terapia intensiva.

A preoccupare negli scorsi giorni è stata infatti proprio la situazione delle terapie intensive, ormai completamente occupate. «Il sistema regionale sta andando a pieno regime, le strutture sono sature. E ne avremo ancora a lungo» ci spiega il Dottor Elisei al telefono, mentre sta tornando a casa dopo aver finito il turno.

L’ente fiera di Civitanova Marche, il sito scelto dalla Regione Marche per ospitare il nuovo Covid Hospital temporaneo. Credit Foto: VivereMarche.it

Buonasera Dottore, la ringrazio per la disponibilità in un momento di simile emergenza. I dati nazionali lasciano intravedere degli spiragli, mentre lo stress sul sistema sanitario regionale risulta più critico. Qual è la situazione all’interno delle strutture? Riuscite a far fronte alle continue nuove richieste?

«Stiamo facendo il massimo, al limite delle nostre capacità. È fondamentale evitare che i ricoverati con sintomi meno pesanti peggiorino e vengano trasferiti in terapia intensiva. L’obiettivo è evitare il sovraffollamento di quei reparti. Ci aiutiamo con dei sistemi costituiti da particolari caschi e maschere, che coadiuvano l’attività respiratoria spontanea dei pazienti con sintomatologia più blanda. Contenere il passaggio dalle aree a minore intensività alle terapie intensive significa riuscire a far fronte a tutte le richieste di intubazione e cure più significative.»

Se non si verificasse in breve un’inversione di tendenza nei nuovi positivi, si rischierebbe il punto di non ritorno?

«Questa possibilità verrà evitata in ogni modo. Per far fronte alle nuove richieste, in provincia è in fase di ultimazione un’ulteriore soluzione ospedaliera». (Una nuova struttura temporanea in grado di ospitare 100 posti in terapia intensiva è stata messa a punto nel centro fieristico di Civitanova Marche, ndr).

Intanto, da diverse settimane all’ospedale Torrette di Ancona è stato adottato il modello dei container, in modo simile a tanti poli sanitari del Nord Italia.

«L’utilizzo dei container o degli ospedali da campo rappresentano le poche soluzioni adottabili. Creare cioè degli spazi esterni alle strutture ospedaliere che fungano da zona filtro, dove effettuare i tamponi ai sospetti contagiati. Una volta ricevuto l’esito positivo del test, se la sintomatologia è lieve, i pazienti sono curati in quegli stessi spazi esterni, garantendo l’isolamento. Nel caso in cui ci fosse bisogno della terapia intensiva, vengono invece trasferiti. Naturalmente, ciò è realizzabile grazie alla flessibilità che tutto il personale medico sta dimostrando. Le faccio il mio esempio: io sono spesso chiamato a coprire turni extra in ospedali diversi.»

I vostri turni sono sostenibili?

«Siamo sovra orario da settimane, ma dobbiamo fare la nostra parte per sopperire alle esigenze che si presentano. È un dovere verso tutti i cittadini.»

L’omaggio delle Forze dell’Ordine ai Medici e Operatori Sanitari dell’ospedale di Camerino, nelle Marche. Credit Video: Cronache Maceratesi

Convivete ogni giorno col rischio del contagio. A questo proposito, nel vostro caso le protezioni in dotazione sono sufficienti?

«Nelle Marche l’ondata di ricoveri è arrivata in ritardo rispetto alle regioni del Nord, per cui abbiamo avuto qualche giorno in più per attrezzarci. Quello che però ci ha aiutato tanto sono state le numerose donazioni, sia economiche che di strumentazioni, da parte degli imprenditori locali. Un atto di generosità che sta facendo la differenza. Sta poi a noi fare un uso attento dei dispositivi di protezione individuali, perché il rischio di essere contagiati c’è, ed è alto.»

Qualcuno dei suoi colleghi ha contratto il virus?

«Diversi purtroppo. Abbiamo l’obbligo di auto diagnosticarci la temperatura corporea due volte al giorno. È la nostra autocertificazione. Se abbiamo la febbre lo si riferisce al primario o al responsabile di sala per predisporre l’allontanamento. Non esiste la regola di effettuare il test a prescindere per il personale ospedaliero, vige soltanto la regola della denuncia spontanea. Questo aumenta il rischio di contagio.»

Il contatto diretto con un positivo non è condizione sufficiente per effettuare il tampone su medici e infermieri?

«No, al momento non c’è nessuna direttiva in questo senso.»

Medici e Operatori dell’ospedale di Civitanova Marche, durante la cerimonia di ringraziamento delle Forze dell’Ordine. Credit Foto: Resto del Carlino

Tra i tanti dottori e operatori che ogni giorno si prodigano per salvare vite, il ruolo degli anestesisti rianimatori è ancora più delicato. Cosa è cambiato per voi?

«Il nostro lavoro ci richiede l’abitudine di essere sempre a contatto con la morte. Ma mai con condizioni come queste. Soprattutto dal punto di vista morale e psicologico si tratta di una cosa nuova, molto dura da sopportare. Da quando sono iniziati ad arrivare i primi contagiati, la situazione si ripete quotidianamente in fotocopia. Una spirale identica tutti i giorni, spezzata soltanto dai miglioramenti dei pazienti: sono i nostri successi, la motivazione che ci dà speranza. Non servono storie miracolose, ma soltanto la possibilità di vedere che, attraverso il proprio lavoro, le persone possono guarire.»

L’isolamento di chi è ricoverato in terapia intensiva fa sì che siate voi dottori a cercare di garantire un minimo di contatto con le famiglie dei malati?

«Per quanto tentiamo il possibile, solo in parte riusciamo a fare da tramite con chi è in cerca di notizie su amici, genitori e parenti. C’è una grossa solitudine di queste persone, dovuta all’assenza di visite o di qualsiasi contatto esterno. È straziante. Noi medici investiamo molto nell’aspetto della comunicazione e dell’affetto fra il paziente e i suoi cari, per alleviare il dolore della malattia. Oggi tutto questo è negato. Viene meno tutta quella catena fatta di piccoli gesti, essenziale in un momento difficile. Manca lo sguardo del familiare che cerca la rassicurazione del dottore, il calore di una stretta di mano o di un abbraccio che, certo, non fanno cambiare il decorso del malato, ma sono fondamentali per avere un minimo di conforto.»

In alcuni casi poi, non è nemmeno possibile rivolgere un ultimo saluto ai propri cari.

«Sfortunatamente è successo. È una circostanza con cui noi medici non avevamo mai fatto i conti. Spesso dobbiamo limitarci ad avvisare tramite freddi contatti telefonici. Una condizione che nessuno vorrebbe vivere.»

Commenta