La democrazia in quarantena

L’emergenza sanitaria sta spingendo diversi Paesi verso la limitazione dei diritti e l’accentramento dei poteri. Dall’Ungheria di Orbán a Israele, dietro il virus si nasconde l’uomo forte

Il primo ministro ungherese Viktor Orbán in parlamento, 30 marzo 2020 (foto: Zoltan Mathe/Pool via Reuters)

Uno spettro si aggira per l’Europa (e non solo). Va a braccetto con lo spauracchio che ha rivoluzionato le nostre vite da due mesi a questa parte, il coronavirus. La pandemia porta con sé i germi di un’altra insidia, altrettanto subdola, che non ha tardato a manifestarsi in più di un Paese nell’ultimo periodo. Parliamo della temuta deriva autoritaria, spesso paventata a sproposito ma che stavolta rischia di concretizzarsi in diversi angoli del globo. Vari governi più o meno democratici stanno approfittando dell’emergenza per rafforzare oltremodo i propri poteri, dando un giro di vite alla repressione o sospendendo diritti e garanzie costituzionali.

Il volto di questa dinamica è quello del premier ungherese Viktor Orbán, balzato agli onori delle cronache a fine marzo, quando ha ricevuto dal suo parlamento poteri eccezionali per fronteggiare l’epidemia. La misura non ha una data di scadenza prefissata, ma sarà lo stesso primo ministro a decidere quando tornare alla normalità. Nel frattempo potrà governare per decreto senza controllo del Parlamento, abrogare leggi e rimandare elezioni. Facoltà degne di un sovrano assoluto dell’ancien régime, che solo in parte saranno usate per la lotta al virus. Di fatto, il parlamento magiaro ha dato a Orbán carta bianca, liberandolo da tutti i pesi e contrappesi che sono alla base del moderno Stato di diritto. La svolta autoritaria non è nata dal nulla, ma è prodotto di una deriva in corso da anni. L’emergenza coronavirus, però, ha fornito il pretesto perfetto per completare il processo di “illiberalizzazione” del Paese e scardinare gli ultimi argini che separavano l’Ungheria da una dittatura de facto.

Il primo ministro sloveno Janez Janša

A stretto giro di posta, la via tracciata da Budapest è stata seguita dalla vicina Slovenia, dove il neopremier nazionalista Janez Janša ha chiesto e ottenuto “pieni poteri”. Ha insediato i suoi fedelissimi nei posti di comando chiave (tra cui il vertice dei servizi segreti) ed esautorato le autorità sanitarie, escludendole dalla gestione dell’emergenza. Il governo, inoltre, sembra voler utilizzare pedinamenti, intercettazioni e perquisizioni per sorvegliare i cittadini potenzialmente positivi al virus. La democrazia slovena, tuttavia, si sta dimostrando più salda di quella ungherese: nelle ultime ore la corte costituzionale ha depotenziato il decreto di emergenza, rigettandone l’assenza di limiti temporali.

Tornando a Orbán, appare chiara la sua strumentalizzazione del coronavirus per perseguire obiettivi puramente politici e del tutto estranei alla crisi sanitaria. Fin da inizio marzo il suo governo aveva approfittato del clima di paura per sospendere del tutto il diritto di asilo, già fortemente limitato dalle politiche anti-immigrazione degli ultimi anni. Una volta svincolato dal controllo parlamentare, poi, uno dei primi provvedimenti adottati dal premier è stato vietare i cambi di sesso, mettendo praticamente fuori legge i cittadini transgender. Un aperto attacco ai diritti Lgbt, che poco c’entra con il Covid-19 e fuga ogni dubbio sui reali scopi del leader ultraconservatore.

I diritti civili sono finiti nel mirino anche in Polonia, dove la maggioranza di governo, fortemente legata alla Chiesa cattolica, ha visto la confusione generata dall’epidemia come l’opportunità ideale per riproporre due disegni di legge volti a restringere l’accesso all’aborto e criminalizzare l’educazione sessuale. La prima proposta avrebbe limitato ulteriormente l’interruzione volontaria di gravidanza (già illegale con poche eccezioni), proibendola anche in caso di malformazioni del feto. La seconda scoraggiava l’educazione sessuale nelle scuole, che a seconda delle interpretazioni sarebbe potuta essere punibile con la detenzione.

Protesta contro il disegno di legge “Stop aborto” in Polonia, tra mascherine e distanziamento sociale (foto: AAP)

I legislatori speravano di approvare le leggi approfittando di un’opinione pubblica concentrata sugli sviluppi della pandemia e dei divieti di assembramento che proibiscono le manifestazioni di piazza, in passato decisive per fermare l’iter dei provvedimenti. Le donne polacche, però, ancora una volta non si sono lasciate intimorire e grazie alle loro proteste (sul web ma anche per strada, rispettando il distanziamento) i disegni di legge sono stati rimandati in commissione, in attesa di un’occasione più propizia. L’aborto è uno dei diritti più presi di mira con il pretesto del coronavirus: negli USA, alcuni governatori repubblicani hanno cercato di escluderlo dalle prestazioni mediche essenziali da garantire anche durante l’epidemia. I primi Stati a tentare questa mossa sono stati Texas e Ohio, ma ben presto altri li hanno imitati.

Anche la libertà di stampa è minacciata in più di un Paese durante quest’emergenza. Nella Turchia di Erdoğan, che ha nascosto a lungo i reali numeri del contagio, alcuni giornalisti che avevano dato notizia di casi o decessi per Covid-19 sono stati arrestati con l’accusa di “incitamento al panico”. Questo mentre Ankara decide per un’amnistia che diminuirà il sovraffollamento delle carceri, ma evita di rilasciare i prigionieri politici. Le intimidazioni alla stampa sono all’ordine del giorno anche nelle Filippine, dove i giornalisti rischiano l’arresto per fake news se diffondono notizie sul virus sgradite al presidente Rodrigo Duterte. Lo stesso Duterte che in un messaggio alla nazione ha invitato la polizia a sparare a chi viola la quarantena. In Brasile, nel frattempo, Jair Bolsonaro rende più difficile l’accesso alle informazioni ufficiali, sfida le autorità sanitarie e si unisce ai manifestanti che chiedono la fine della quarantena e il ritorno della dittatura militare.

Il presidente brasiliano Jair Bolsonaro arringa la folla alla manifestazione pro-golpe, 19 aprile 2020 (foto: CNN)

Il nostro giro del mondo si conclude tornando più vicino all’Italia, in Israele. Anche qui il primo ministro Benjamin Netanyahu non ha esitato a sfruttare l’emergenza sanitaria per rafforzare la propria posizione politica. Tra le prime misure prese dal suo governo all’indomani dello scoppio dell’epidemia c’è stata la chiusura temporanea del parlamento e la sospensione dei processi, in primis quello per corruzione contro lo stesso premier, che sarebbe dovuto iniziare il 17 marzo. Per monitorare il contagio, Netanyahu ha ordinato ai servizi segreti di tracciare i cittadini attraverso smartphone e carte di credito, pratiche normalmente usate per i terroristi.

I casi presentati sono solo alcuni esempi all’interno di una lunga lista. D’altronde, in un momento così drammatico, i governi hanno la necessità di adottare misure di emergenza che permettano di agire rapidamente e con la massima efficacia. E tali provvedimenti incontrano il benestare dell’opinione pubblica, più incline ad accettare restrizioni alla propria privacy o ai propri diritti a cui non avrebbe acconsentito in condizioni “normali”. Tuttavia, questa situazione porge il fianco a usi strumentali dei nuovi poteri, da parte di leader senza scrupoli pronti a cogliere ogni opportunità per accrescere il proprio controllo sullo Stato e svuotare di significato le istituzioni democratiche.

Un esempio recente di come le garanzie a favore dei cittadini possano essere erose da decisioni prese in emergenza è il Patriot Act adottato dagli USA nel 2001, all’indomani degli attentati dell’11 settembre. La legge si proponeva di combattere il terrorismo ampliando i poteri dei servizi segreti, a cui si dava libertà di acquisire intercettazioni telefoniche, e-mail e dati bancari di qualsiasi persona senza mandato della magistratura. Una riduzione senza precedenti del diritto alla privacy, che venne approvata agevolmente dato il clima di paura generato dagli attentati. Anche terminata la lotta contro Al-Qaeda, tuttavia, il Patriot Act è rimasto in vigore, venendo rinnovato più volte oltre la sua scadenza naturale, e ancora oggi permette ad agenzie come CIA, NSA e FBI di spiare liberamente i propri cittadini.

Prestiamo allora la massima attenzione quando si parla di raccolta dati, app per il tracciamento, braccialetti biometrici. Diffidiamo di chi chiede “pieni poteri“. Nessuno nega che poteri straordinari e nuovi strumenti possano rivelarsi utili per uscire dalla crisi che stiamo vivendo, ma bisogna soppesare attentamente pro e contro di ogni misura. Serve vigilare sul rispetto dei principi democratici e sulla trasparenza di tali meccanismi, accertando che non ci siano secondi fini e soprattutto che abbiano davvero validità limitata. Perché, come scrive Marco Nurra, «in tempi difficili è più facile approvare misure estreme, ma in tempi normali è molto difficile revocarle». E una volta avvenuta la deriva in senso autoritario, tornare indietro è complicato.

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