Fashion Revolution Week, contro l’insostenibile leggerezza del fast fashion

Gli abiti che indossiamo fanno molta strada prima di arrivare nel nostro armadio, una strada spesso piena di sofferenze. Ogni volta che acquistiamo qualcosa senza chiederci chi l’abbia realizzata, in quali condizioni e con quali costi, contribuiamo a questa sofferenza.

Crollo del Rana Plaza, 24 Aprile 2013.

Il 24 Aprile 2013, nella periferia di Dacca, capitale del Bangladesh, crollava il Rana Plaza. Un edificio di 8 piani, in cui lavoravano 3600 persone, con decine di fabbriche tessili, molti negozi e una banca. Una strage che costò la vita a 1138 lavoratori e lavoratrici, in cui rimasero gravemente ferite più di 2000 persone. Una vera tragedia.

Tutti sapevano che l’edificio era instabile, gli operai avevano notato e segnalato la presenza di insolite crepe sui muri. Ma a differenza della banca e dei negozi, chiusi immediatamente dopo gli avvertimenti, l’industria tessile non poteva fermarsi, doveva continuare.

Presto si venne a sapere che tutte le fabbriche tessili del Rana Plaza lavoravano per marchi occidentali. Per aziende come Walmart, Mango, Primark e altri, tra cui Benetton. La stessa Benetton che subito dichiarò di non rifornirsi da nessuna delle fabbriche del Rana Plaza.

Maglietta con etichetta “United Colors of Benetton” trovata tra le macerie del Rana Plaza.

Nelle settimane successive tutto il mondo venne a conoscenza delle terribili condizioni di lavoro degli operai tessili, costretti ad entrare nelle fabbriche con le minacce e con la violenza, nonostante da 15 giorni l’edificio fosse stato dichiarato inagibile e pericolante. 
Non si tratta neanche di un episodio isolato. Solo pochi mesi prima, sempre in Bangladesh andava a fuoco la Tazreen Fashion, un’altra fabbrica in cui si produceva per brand occidentali. Quando divampò l’incendio, i lavoratori restarono intrappolati nella fabbrica: le uscite erano bloccate, poiché gli operai venivano chiusi dentro durante le ore di lavoro, e l’unico modo per scappare era buttarsi dalle finestre dei piani alti.

In risposta a tutti ciò, nasce Fashion Revolution, un movimento internazionale che si batte per rendere il sistema dell’industria della moda più etico e sostenibile, che pretende maggiore trasparenza da parte delle case di moda. Fashion Revolution ha designato l’anniversario del disastro di Rana Plaza come Fashion Revolution Day, istituendo la settimana della moda sicura e sostenibile.

Fashion Revolution Week 2020


Durante la cosiddetta Fashion Revolution Week, si chiede alle case di moda di essere più rispettose nei confronti dei lavoratori e dell’ambiente. Parallelamente, si sollecitano i consumatori ad aprire gli occhi sul lato oscuro della moda, in particolare del Fast Fashion a cui siamo abituati.

Le aziende di Fast Fashion producono collezioni ispirate all’alta moda, le mettono sul mercato a prezzi molto bassi e le rinnovano in tempi brevissimi, tanto che in media questi negozi (H&M, Zara, Primark, Bershka, Mango, ecc.) propongono una collezione nuova ogni settimana.

Ci siamo abituati ad avere accesso a vestiti e accessori per un prezzo molto basso, ma c’è qualcuno che paga al posto nostro.
Primi tra tutti i lavoratori: le operaie e gli operai sono sovra sfruttati, costretti a lavorare minimo 12 ore al giorno, in condizioni igieniche e di sicurezza indecenti, per paghe misere. In strutture come le fabbriche del Rana Plaza, gli operai lavorano per circa 40€ al mese. Nella maggior parte dei casi non hanno altra scelta per guadagnarsi da vivere, una condizione di debolezza che sia proprietari delle fabbriche che i brand che vi producono sono ben disposti a sfruttare.

Fabbrica tessile in Sri Lanka

In secondo luogo, l’industria della moda ha un fortissimo impatto sull’ambiente. L’industria tessile è tra le più problematiche: è responsabile del 10% delle emissioni di anidride carbonica, oltre alla produzione di ulteriori gas serra per il trasporto in tutto il mondo. Lo spreco di risorse è altrettanto preoccupante, anche il 20% dello spreco globale d’acqua è attribuibile all’industria della moda: basti pensare che per realizzare 1 singolo paio di jeans servono 10.000 litri di acqua e 1kg di cotone.

Durante la realizzazione dei vestiti si utilizzano poi pesticidi, coloranti e sostanze chimiche dannose per l’ambiente, che si riversano nelle acque di fiumi dei Paesi in cui questi abiti sono prodotti. In questo caso non è solo la natura a rimetterci, ma di nuovo anche le persone: queste sostanze contaminano l’acqua che arriva nelle case degli abitanti locali, causando loro gravi problemi per la salute.

Ultimo ma non per importanza, il problema dei rifiuti.
Producendo così tanto, questi brand non riescono mai a vendere tutto. Dunque che fine fa la merce invenduta? Nel migliore dei casi finisce in discarica, nel peggiore viene bruciata. In quest’ultimo caso, data la maggioranza di fibre sintetiche nella composizione dei capi, durante la combustione vengono rilasciate sostanze tossiche nell’atmosfera. Perché no, una collezione non può durare più di una settimana, è fuori moda!

Inoltre, gran parte dei rifiuti tessili è prodotto da noi consumatori. Quando una T-shirt pagata 5€ di pessima qualità si rovina, si buca, chi ce lo fa fare di aggiustarla? Non conviene! E così ogni anno tonnellate e tonnellate di vestiti finiscono in discarica, la maggior parte dei quali indossati per pochissimo tempo, che abbiamo comprato solo perché costavano poco, non perché realmente ci servissero.

Che responsabilità abbiamo, in questo sistema così insostenibile? Continuare ad acquistare da questo tipo di aziende significa alimentare il loro business. Il costante aumento della loro produzione dimostra però che i consumatori continuano ad acquistare sempre di più, aumentando in questo modo la domanda.

Cosa possiamo fare?
Comprare meno, prima di tutto. Dobbiamo smettere di credere che ci serva un abito nuovo per ogni occasione. Rimettere un capo, fare diversi abbinamenti, è una cosa del tutto normale: dobbiamo dare valore ad ogni singolo abito già presente nel nostro armadio. Quando ci troviamo lì lì per comprare un vestito nuovo chiediamoci sempre “Mi serve davvero? Lo comprerei se costasse il doppio o il triplo?”.

Comprare meglio. Quando ci serve effettivamente qualcosa di nuovo, assicuriamoci di investire i nostri i soldi in progetti che abbiano a cuore i lavoratori e l’ambiente. Esistono aziende sostenibili che garantiscono paghe eque, controllano che nelle loro fabbriche gli standard igienici e di sicurezza vengano mantenuti, utilizzano fibre naturali o materiali di recupero, e producono rispettando l’ambiente. Si, in questo modo il prezzo dei vestiti cresce, perché lavorare così costa di più alle aziende. Ma avrete abiti di qualità migliore che vi dureranno nel tempo.

Infine, valutare la possibilità di riciclare, di indossare abiti usati. Possiamo acquistare dagli ormai super diffusi negozi vintage, o più semplicemente frugare nell’armadio di genitori, fratelli, nonni. Vi assicuro che troverete qualcosa che fa per voi, riadattabile ai vostri gusti e alle mode attuali.

Non possiamo permetterci di chiudere gli occhi e acquistare passivamente, alimentando questo circolo vizioso. E’ arrivato il momento di pretendere maggiore trasparenza, scegliendo di finanziare solo le aziende che operano in condizioni sostenibili dal punto di vista sociale e ambientale.

E’ arrivato il momento di sapere chi fa i nostri vestiti.
Chiedersi #Whomademyclothes, l’iniziativa di Fashion Revolution che sollecita a riflettere sulla sofferenza che si cela dietro gli abiti che indossiamo, è il primo passo per trasformare l’industria della moda.

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