“È il momento di cambiare la nostra società”

multiTasca ha intervistato Giulia Pastorella, membro della Direzione Nazionale di +Europa e del comitato promotore del partito fondato da Carlo Calenda, Azione. Nel 2016 inclusa da Forbes fra i trenta under 30 più influenti nel settore “Law and Policy”, è responsabile della strategia a livello globale nelle politiche di cybersecurity della multinazionale del tech HP. Tanti i temi sui quali abbiamo chiesto l’opinione della politica milanese: dalla gestione della crisi in Italia, al ruolo dell’Unione Europea, fino alle app di tracciamento

Giulia Pastorella, membro della Direzione Nazionale di +Europa e nel comitato promotore di Azione

L’EMERGENZA IN ITALIA

Lunedì 4 maggio il governo ha dato il via al secondo capitolo della gestione dell’emergenza Coronavirus. L’allentamento delle misure ha riportato 4,4 milioni di persone al lavoro, la maggior parte delle quali al Nord, l’area più esposta al contagio. Come già accaduto nelle scorse settimane, le regioni stanno interpretando in modo differenziato le disposizioni dell’esecutivo. Ancora una volta, nelle indicazioni di Palazzo Chigi, le incognite sembrano prevalere sulle certezze. «Non vedo la Fase 2» afferma Pastorella, «se per Fase 2 si intende il periodo che segue il rispetto dei 6 punti stilati dall’OMS per procedere ad una graduale riapertura. Manca un programma che tratti tutti gli aspetti necessari per la situazione che stiamo affrontando.»

Giulia, grazie della tua disponibilità. Iniziando dall’Italia, dove in un modo o nell’altro è arrivata la Fase 2, quali sono le tue considerazioni in merito al post 4 maggio?

«È difficile parlare di Fase 2. Per passare ad una graduale riapertura, occorre che il governo offra ai cittadini e alle aziende molte più informazioni di quelle che effettivamente sono state date. Manca un piano completo che dia risposte su questioni urgenti, come le istruzioni alle aziende per garantire la salute fisica dei lavoratori. Non è stato ancora risolto il problema dei pochi tamponi disponibili e la app per il tracciamento presenta tuttora molte incognite. È assente un programma per valutare le differenze regionali. Si sta facendo leva sull’aspetto emotivo e sulla responsabilità individuale, senza però aggiungere anche una comunicazione chiara sotto il punto di vista della pratica. Così facendo, la fiducia dei cittadini nel governo inevitabilmente andrà a calare.»

In un recente post hai espresso la tua contrarietà a calmierare i prezzi delle mascherine. Le possibili alternative in che direzione andrebbero?

«Calmierare il prezzo è un’idea miope. Si risolve forse il problema nell’immediato dell’innalzamento dei prezzi, ma obbliga lo Stato a un controllo e di conseguenza a una spesa che potrebbe essere usata in modo diverso e più utile. Il prezzo calmierato toglie fondi a possibili riconversioni di linee di produzione nella fabbricazione delle mascherine. Impianti che andrebbero a creare valore aggiunto e nuovo lavoro. C’è poi un danno a livello ambientale: pagare le mascherine 50 centesimi vuol dire escludere l’efficace alternativa di puntare sulle mascherine lavabili e riutilizzabili più a lungo. Bisogna poi tenere presente che al prezzo di vendita stabilito, le aziende italiane saranno scoraggiate alla produzione e di conseguenza non si creerà valore sul territorio.»

Rispetto alle decisioni da prendere, ti sei già espressa in favore alla riapertura delle scuole. Molti insegnanti sono però contrari a questa possibilità e credo che la paura sia giustificata durante un’emergenza simile. Ci sono soluzioni valide, ad esempio nei modelli misti?

«Dipende da come le scuole verrebbero riaperte. Innanzitutto però, bisogna far tesoro di questa fase di didattica online, in modo che essa diventi per il futuro un’opzione solida in certi casi, ma non in tutti. Per quanto riguarda la riapertura, si dovrebbe guardare proprio ad un modello misto, online – offline, magari allungando la fine dell’anno scolastico di qualche settimana. Le scuole chiuse provocano due problemi principali. La mancanza di socializzazione e crescita relazionale dei bambini, oltre che di mancate conoscenze, e la questione non banale del come coniugare il ritorno al lavoro dei genitori, mentre i figli sono a casa da soli.

C’è poi un aspetto culturale di cui tenere conto: certe società hanno una maggiore attitudine al rispetto delle regole. È quindi il momento di cambiare la nostra società, di smettere di dirci che siamo indisciplinati e di credere che in Italia sia necessario normare ogni cosa, per garantire il rispetto delle regole. Bisogna aumentare la fiducia dei cittadini verso lo Stato e dello Stato verso i cittadini.»

Prima hai accennato alle differenziazioni fra regioni. La questione delle competenze statali e regionali in campo sanitario in questa fase è tornata prevedibilmente alla ribalta. È giusto affidare ai governatori un range d’azione più ampio o sarebbe auspicabile un accentramento più deciso del potere decisionale?

«Una cosa non esclude l’altra. Il fatto che la sanità sia regionale e che le regioni siano colpite in maniera diversa, giustifica che ci si muova in modo differenziato. Dallo Stato è mancato il coordinamento, di un interfacciamento fra istituzioni locali e statale. Ancora una volta, il problema di fondo resta la difficoltà di coordinazione e la mancanza di assunzione di responsabilità

La sospensione “in diretta” dell’ordinanza della Regione Marche del 25 febbraio scorso sulla chiusura delle scuole, da parte del Presidente del Consiglio Giuseppe Conte. Credit video: Repubblica.it

In alcuni casi, specialmente fra le giunte del Nord Italia, la polemica è spesso sfociata in espedienti di propaganda politica. Leggendo gli ultimi sondaggi, il fenomeno Salvini sembra ridimensionarsi (multiTasca ne parlava qui), mentre il favore di Conte è alle stelle. È e resterà la fotografia di questo momento o si tratta di un trend che si potrà confermare anche nel post Coronavirus?

«La Lega soffre il fatto che, così come all’inizio dell’emergenza non poteva permettersi, in nome dell’unità nazionale, di attaccare troppo l’operato del governo, in modo simile ora non può permettersi critiche serie, perché non ha al suo interno esperti che propongano alternative valide. Si trova in una situazione complessa in cui le sue armi tradizionali non funzionano più. Altri partiti, come +Europa o Azione, hanno invece stilato diverse alternative economiche e sociali concrete per la Fase 2. Azione, ad esempio, ha presentato delle proposte specifiche per aiutare le Partite Iva, oltre ad aver avvisato dei problemi della sanità italiana ben prima dell’emergenza. +Europa ha evidenziato la bassa presenza di donne nelle varie task force.

Per quanto riguarda quello che succederà un domani, ci sono molte incognite. Francamente, al momento non ho troppa speranza in un rinnovamento del dibattito pubblico e delle preferenze politiche. Conte ad oggi sta incomprensibilmente godendo di un rinnovato gradimento, nonostante un’evidente incapacità nel gestire la crisi. Il sospetto è che, quando si riprenderà a parlare anche di altro, la Lega potrà tornare in forze attraverso i soliti metodi di critica. Non so invece come Salvini si difenderà dalle difficoltà che le regioni leghiste, specie la Lombardia, stanno dimostrando nell’affrontare l’emergenza. Probabilmente si giustificherà in parte attraverso la migliore gestione in Veneto.»

L’assessore alla Sanità e al Welfare della Regione Lombardia Giulio Gallera e il governatore lombardo Attilio Fontana. Credit Foto: il Foglio

IL RUOLO DELL’UE

Intanto, in attesa della formulazione della proposta sul Recovery Fund da parte della Commissione Europea, prevista inizialmente per il 6 maggio ma slittata di qualche settimana, l’Eurogruppo ha approvato le altre misure comuni per contrastare la crisi dovuta dal Covid-19, basate sull’utilizzo di MES, Sure e BEI. «Questi strumenti sono un grosso passo avanti e sono stati negoziati molto più rapidamente rispetto alle situazioni precedenti», sottolinea Pastorella.

A differenza di quanto si legge spesso, l’Europa ha agito in modo significativo. Come si è mossa l’Unione e cosa bisogna aspettarsi dalla proposta della Commissione sul Recovery Fund?

«L’Unione ha agito per gradi. Prima si è occupata di eliminare i vincoli, come i parametri di Maastricht e le condizioni sugli aiuti di Stato, e di riconvertire rapidamente i fondi strutturali e di investimento sulla gestione della crisi. La BCE ha annunciato la famosa manovra bazooka nell’acquisto di bond statali, specificando pochi giorni fa che comprerà anche titoli di rating molto basso. Si è poi passati alla fase costruttiva, in cui l’Eurogruppo ha identificato vari strumenti per far fronte all’emergenza: il fondo Sure contro la disoccupazione, l’intervento della BEI per le imprese, il MES legato alla sanità.

Rimane il grosso punto di domanda del Recovery Fund, tuttora incerto per tipologia e condizionalità e demandato alla Commissione. Sulla quantità di queste misure, è necessario ricordare quanto sia limitato il budget europeo. L’Unione non può dare soldi propri agli Stati perché, semplicemente, non ne ha. Bisogna poi smettere di guardare all’operato dell’Unione Europea basandosi soltanto su sterili stereotipi nazionalisti: ogni politico di ciascun governo ha a che fare col proprio elettorato, con le sue paure e convinzioni. È assurdo pensare che i Ministri dei vari Paesi europei si preoccupino prima di tutto delle esigenze dei cittadini italiani.»

Credit video: Liberi, Oltre le Illusioni

Un tema rilevante per l’Unione sarà riuscire ad associare il rilancio post Covid-19 alla svolta verde. Come si coniugano questi due aspetti?

«Idealmente i due temi dovrebbero combinarsi. La chiave è uscire dalla logica del “green è più costoso”. Forse la fase di transizione richiederà una spesa notevole, ma una volta completata, la maggiore efficienza che ne deriverà andrà a compensare il prezzo iniziale. La Commissione è stata chiara in questo senso: si cercherà il più possibile di far procedere di pari passo lo European Green Deal con la ripresa economica. È fondamentale quindi prestare attenzione alle modalità di utilizzo degli incentivi forniti. Affinché questi sostegni non vadano a vantaggio dei consumi di energie fossili inquinanti, ma siano dedicati allo sviluppo di altri sistemi sostenibili, come ripete giustamente Marco Cappato (promotore, attraverso l’Associazione Luca Coscioni, dell’iniziativa Stop Global Warming.eu, ndr). Per realizzare questa svolta c’è bisogno di una chiara volontà politica dietro.»


L’APP

Da esperta del settore, come giudichi le vicende inerenti alla scelta delle app di tracciamento, tra il modello di Apple e Google e quello alternativo messo in campo da alcuni Paesi?

«Si tratta di scegliere fra due modelli diversi, proposti entrambi da consorzi europei, il primo con un modello più centralizzato (Pan-European Privacy-Preserving Proximity Tracing, il cosiddetto PEPP-PT), il secondo decentralizzato (DPT-3). Apple e Google hanno semplicemente trovato un accordo su API che permetta a telefoni iPhone e Android di comunicare mediante bluetooth le informazioni che questo genere di app si scambiano. Non è uno scontro fra queste due aziende e un modello alternativo. Apple e Google hanno però richiesto ai governi la garanzia del rispetto della privacy e dell’anonimato.

La scelta è quindi, come detto, fra due modelli di app, con i relativi pro e contro. Col modello più centralizzato si guadagna nella capacità di monitoraggio del contagio utilizzando dati su server centrale. La scelta del decentralizzato con dati principalmente sul telefono, presuppone invece che lo scopo primario sia avvisare i potenziali contagiati. Dipende da che uso vogliano farne i decisori politici e gli epidemiologi. La responsabilità è ancora una volta su di essi. In Italia, dopo una prima dichiarazione in favore di PEPP-PT, alla fine si è optato per il modello decentralizzato DPT-3

Scarsa digitalizzazione, poche informazioni in merito e a base volontaria: difficile pensare che l’app di tracciamento avrà in Italia un impatto positivo elevato.

«Sarebbe sbagliato pensare all’app come alla panacea di tutti i mali. Non si tratta di una svolta, ma di un altro dei tanti pilastri costruiti per gestire la pandemia. In altri termini, il contact tracing è la digitalizzazione di un processo che a livello analogico già esiste, al fine di renderlo più efficiente. Ma perché ciò accada, è richiesta un’estrema chiarezza nell’informare sulle istruzioni da seguire. Chiarezza che, ancora una volta, latita. È tutto molto confuso riguardo a quali siano le azioni da intraprendere dopo aver scaricato l’applicazione e soprattutto nel caso si venga segnalati come potenziali contagiati. In più, la bassa digitalizzazione del rapporto fra Stato e cittadini di certo non semplifica la situazione.»

Tutti i link e i riferimenti citati sono a cura di multiTasca.

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