Bentornata, Silvia Romano

Dopo 18 mesi di prigionia, Silvia Romano è tornata a casa (foto Ansa)
Dopo 18 mesi di prigionia, Silvia Romano è tornata a casa (foto Ansa)

Cara Silvia, parlare della tua vicenda è complicato. Nessuno sa davvero cos’hai passato e, come dimostrano i tanti sproloqui scatenatisi in questi giorni dal tuo rientro in Italia, il rischio di scadere nella banalità è più che concreto. Ma qualche pensiero mi sembra doveroso, se non altro perché la tua liberazione è stata un raggio di sole in un periodo buio, in cui le buone notizie bisogna andarsele a cercare col lanternino.

Cara Silvia, da quanto sei tornata i servizi giornalistici, le discussioni in tv e sui social si sono sprecati: si ipotizza, si ricostruisce, si specula, si insinua… Ma in questa tempesta perfetta di illazioni e polemiche si sta mancando il punto centrale della questione. Una ragazza è andata a fare del bene in un altro Paese, è stata estremamente sfortunata e ha vissuto conseguenze che non meritava. Dopo un anno e mezzo in cui quasi tutti l’avevano dimenticata e la sua famiglia temeva di non rivederla più, è tornata sana e salva e ha potuto riabbracciare i genitori.

Di fronte a questo semplice fatto cosa importa, cara Silvia, quanto è costato liberarti? Che importa a chi ti rivolgi quando preghi o se indossi una tunica invece che un paio di jeans? Sei viva e stai bene, è l’unica cosa che conta, eppure sembra che a nessuno interessi. Non è normale che si mettano in piazza le tue convinzioni personali o la tua religione, come se pregare un altro dio sminuisse il valore di averti di nuovo tra noi. Vedi, purtroppo sei tornata in un Paese che ha minacciato sommosse per due mesi senza messe, ma si scandalizza se nel momento più difficile della tua vita hai trovato speranza in una nuova fede.

Cara Silvia, leggo che potrebbero addirittura metterti sotto scorta per le minacce che stai ricevendo. C’è dell’amara ironia nel venire liberata da 18 mesi di sequestro, solo per ritrovarsi “prigioniera” di altri aguzzini, meno pericolosi ma altrettanto subdoli. Haters, li chiamano, e al posto dei kalashnikov girano armati di profili Facebook. Sono sicuro che, dopo mille peripezie, ti sembreranno tanto ridicoli quanto lo sono davvero: non ragioniam di lor, ma guarda e passa. Tra un po’ si dimenticheranno di te, come si dimenticarono dopo il tuo rapimento, e andranno a prendersela con qualcun altro. D’altronde sei in buona compagnia: prima di Silvia ci sono state Laura, Carola, Liliana e tante altre e altri. È un caso che nel mirino finiscano soprattutto le donne? Forse.

Cara Silvia, la tua storia offre diversi spunti di riflessione: i meriti e i pericoli della cooperazione internazionale, il coraggio di chi rischia per aiutare i più deboli, il ruolo del giornalismo e della politica nel rendere uno show informazioni e momenti che dovrebbero restare privati, le implicazioni del trattare con un gruppo terroristico. Ma parlarne adesso significherebbe mancare il punto. Preferisco gioire, insieme ai tanti che ancora ne sono capaci, di questo insperato lieto fine, augurandoti il meglio per il futuro.

Cara Silvia, bentornata.

Il sorriso di Silvia in una foto dal suo profilo Facebook

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