Route 66: un libro fatto di asfalto a cielo aperto

Il giorno di partenza lo scegli tu… Quello di arrivo è in balìa di eventi e incontri. La Route 66 è piena di vita che merita di essere raccontata.

La Route 66

«Cos’è quella sensazione che si prova quando ci si allontana in macchina dalle persone e le si vede recedere nella pianura fino a diventare macchioline e disperdersi? È il mondo troppo grande che ci sovrasta, è l’addio. Ma intanto ci si proietta in avanti verso una nuova folle avventura sotto il cielo».
Era il 1951 e un 29enne di nome Jack Kerouac cominciò la stesura del suo libro più famoso, terminato in tre settimane: On the Road.
Manifesto della Beat Generation e uno dei libri più amati e letti al mondo. 

Gli interni di una vecchia automobile in corsa sulla strada

Anche se non si ambienta precisamente sulla Route 66, On the Road ha raccontato comunque un mondo invisibile agli occhi dei più nella loro quotidianità: il mondo della strada.

Insomma una macchina che sfreccia, luce bruciante, odore di sigarette e sicuramente alcol su una strada che attraversa l’America

Il numero di storie è, probabilmente, direttamente proporzionale alla lunghezza della Route: 2448 miglia, circa 4000 km.
Una strada che oltre ad essere sudore e stanchezza dietro a un volante, è anche fast food (il primo Mc Donald’s fu quello di San Bernardino) torta di mele, negozi a forma di budino, o rivenditori di cianfrusaglie.
Chiamata anche Bloody 66Devil’s Elbow (Gomito del Diavolo), la Route fu anche paura e morte. Ci sono stati tratti (ora non più) dove scarpate non protette spingevano i forestieri a chiedere alla gente del luogo di guidare.

Aperta ufficialmente l’11 novembre del 1926 e rimossa dalle Highways nel 1985 ha ancora, da Historic Route, lo stesso fascino senza tempo e vi racconterò alcune delle incredibili storie legate a questo libro fatto di asfalto a cielo aperto.

The Bunion Derby

Correva l’anno 1928… e si non si poteva utilizzare in questo caso verbo più appropriato. Ebbene mi sto riferendo alla prima Transcontinental Foot Race, più conosciuta come The Bunion Derby, La Gara dei Calli. Partita il 4 marzo dall’Ascot Speedway di Los Angeles e conclusasi il 26 maggio 1928 al Madison Square Garden di New York, 84 km al giorno di media per un totale di 5507 km.

The Bunion Derby Poster

Dei 199 gareggianti soltanto in 55 tagliarono il traguardo, e non è difficile da credere viste le enormi difficoltà riscontrabili. Un percorso, a piedi infinito, attraverso il Deserto del Mojave, le montagne, il caldo torrido e il freddo congelante. Tenendo inoltre in considerazione che all’epoca non erano dotati del materiale tecnico che abbiamo oggi… Pensiamo anche solamente alle scarpe.

Quest’iniziativa era stata organizzata per cercare di convincere gli americani a superare il loro timore, infondato, di compiere lunghi viaggi in macchina. Inevitabilmente questo evento ebbe un’engagement straordinario e un impresario sportivo dell’epoca si occupò dell’organizzazione. Ogni concorrente pagò 25 dollari per la competizione e 100 di deposito. Il sogno verso cui camminavano? Un sacco di soldi: 25.000 dollari.

Parteciparono canadesi, europei, sudamericani, ricchi e poveri, bianchi e neri (che ovviamente non ebbero vita semplice). All’appello c’era anche un italiano di Trieste: Giusto Umek, arrivato quinto.
Il vincitore fu il 19enne Andy dell’Oklahoma, trasferitosi in California in cerca di lavoro, un ragazzo che non aveva alle spalle nessun tipo di esperienza come questa e del quale si può vedere ancora oggi una statua commemorativa nella sua città di origine Foyil.

The Green Book

La storia della Route non è sempre stata romantica e piacevole. Almeno non per tutti. Le persone di colore purtroppo patirono molto la loro condizione anche qui. Per questo motivo Victor Hugo Green, un postino di New York, scrisse un sorta di guida di viaggio che forniva indicazioni sugli esercizi commerciali che accettavano o meno i clienti dalla pelle scura: il The Negro Motorist Green Book. Protagonista anche della famosa pellicola di Peter Farrelly del 2018, vincitore di tre premi Oscar.

Il Green Book venne pubblicato ininterrottamente dal 1936 fino a circa il 1964. Inizialmente il libro toccava solo l’area newyorchese, poi si estese nel resto del Paese. Victor dovette abbandonare infatti il suo lavoro da postino per dedicarsi in toto alla preziosa guida, venduta nelle stazioni di servizio Esso, che non facevano distinzioni tra bianchi e neri. L’idea era venuta da un libro molto simile, popolare negli anni ’30 presso le comunità ebraiche.
Il valore di questa guida non è da poco, infatti l’ostilità nei confronti degli afroamericani era talmente forte che spesso nelle insegne delle attività commerciali comparivano le famose 3 K che, se pur nascoste erano evidenti come fari nella notte: Kozy Kottage Kamp o il Klean Kountry Kottage, entrambi sulla Route 66.

Cars

Disney Pixar Cars

Nel 2006 uscì nelle sale cinematografiche la nuova pellicola Disney Pixar, Cars. Un tributo importante alla gente della Mother Road. Con questo film è come se fosse stata riaccesa la luce su un mondo che sembrava dimenticato ma reduce da un passato glorioso.

Nel guardare il film, potrebbero essere riconosciuti tanti luoghi o persone come Dawn Welch, proprietaria del Rock Cafè, nella scintillante Porsche Sally o Robert Waldmire, nel van hippie. La storia di quest’ultimo merita di essere raccontata: Robert era figlio di colui che inventò il Cozy Dog, l’hot-dog su stecco, incredibile che poi, proprio lui, divenne un estenuante vegetariano.
Bob faceva l’artista e viaggiò in lungo e largo attraverso il Paese vivendo di quello che riusciva a bordo di un minivan Volkswagen del ’72.
Un altro dei suoi mezzi di trasporto, e anche casa, fu uno scuolabus attrezzato del necessario, compresi panelli solari che producevano energia e calore.
Alla fine Bob, vero abitante della Route 66, si fermò e dopo aver acquistato uno spazio si mise a vendere ninnoli nel suo gift shop.

In Cars il van hippie, uno dei personaggi più simpatici, è un chiaro tributo a lui. Il nome non fu Waldmire però perché Robert non concesse l’autorizzazione a causa degli accordi commerciali che la Pixar aveva preso con Mc Donald’s.

I motel: your home away from home

«We are all travelers. From “birth till death,” we travel between the eternities. May these days be pleasant for you, profitable for society, helpful for those you meet, and a joy to those you know and love best.
Sincerely yours, Lillian Redman».
Queste sono le ultime righe di una preghiera affissa in ogni stanza del Blue SwallowMotel, uno dei cimeli storici della Route 66. L’autrice di queste parole è Lillian Redman, la mother della Mother Road.

The Blue Swallow Motel

Lillian, infatti, ottenne il Blue Swallow Motel di Tucumcari, New Mexico, come regalo di nozze alla fine degli anni ’50, che gestì da sola per più di 40 anni. Ma non possono passare inosservate anche le tapee (tende dei nativi americani) del Wigwam motel. Ma sapete come sono nati i motel? Ebbene queste strutture disseminate sulle migliaia di km della Route corrispondono all’evoluzione delle esigenze dei nomadi viaggiatori su due, quattro o più ruote. Insegne luminose, luce soffusa e un arredamento un po’ polveroso, rappresentano al meglio ciò di cui stiamo parlando: stanze economiche con parcheggio adiacente dove i viaggiatori potevano trovare ristoro. Da piccole postazioni dove ci si poteva accampare, queste strutture crebbero e vennero fornite sempre di più fino ad arrivare al concetto moderno di Motel, termine nato dall’unione tra Motor e Hotel.

Insomma come concludere? Mi sembra che un’altra frase di un giovane Kerouac scrittore, sia la più adatta per riassumere quello che vi ho raccontato: «La strada è vita».

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