L’Oms al centro dello scontro tra Cina e Stati Uniti

In queste ore è in corso l’Assemblea dell’Organizzazione Mondiale della Sanità. Cina e Stati Uniti si accusano a vicenda per la diffusione del Covid-19 e si profila una nuova guerra fredda tra le due potenze, tanto diverse quanto simili.

Da qualche ora è iniziata l’Assemblea mondiale dell’OMS. Per la prima volta dalla fondazione nel 1948 la riunione dei 192 stati membri si svolge in videoconferenza a causa del coronavirus. L’Agenzia dell’ONU adibita alla sanità mondiale è diventata l’ultimo e più importante terreno di scontro tra gli Stati Uniti di Donald J. Trump e la Cina di Xi Jinping.
Un conflitto combattuto finora senza l’uso delle armi e che risale a mesi fa, quando ancora il Sars-Cov-2 non obbligava miliardi di persone al distanziamento sociale.

Tanto tempo fa

Il liberalismo americano e occidentale è stato per tanti anni il punto di riferimento dell’atlantismo. Usa e Europa occidentale, in particolar modo dopo il 1945, hanno abbracciato la way of life che più garantiva le libertà illuministe. La democrazia liberale e del consumo è stata il faro della ragione, durante e oltre la Guerra Fredda. Dal 1992, cioè dalla fine del conflitto non armato più famoso, molti hanno dato per scontata l’esistenza di certi diritti e libertà, come se fosse qualcosa di naturale e non costruito dall’artificio dell’uomo.

A partire dagli anni 2000 milioni di persone fuoriuscirono dalla povertà in quella parte di mondo che non aveva conosciuto la liberaldemocrazia. Da quel momento la leadership politico-morale-militare dell’Occidente, rappresentata nel globo dal suo stato più forte, gli Stati Uniti, ha iniziato una lunga e silenziosa discesa.

La sorprendente capacità della Cina di garantire ai suoi cittadini una crescita economica che non ha visto rivali da 20 anni a questa parte (a discapito di diritti e libertà fondamentali) le ha permesso di contendere la leadership mondiale agli USA.

Sotto la guida di Hu Jintao (2003-2013) e poi di Xi Jinping il Dragone Rosso ha sfruttato la globalizzazione per accrescere la propria ricchezza e reputazione internazionale. Mentre l’Europa sceglieva la strada di disunione (tutt’ora percorsa) il Partito Comunista Cinese ne approfittava ed esportava il suo softpower nel vecchio continente.

Xi Jinping, Segretario Generale del Partito Comunista Cinese. Immagine di AP.

Come riportato da L’Espresso in un recente sondaggio la strategia cinese ha dato i suoi frutti, almeno in Italia. «Il 52% degli intervistati considera la Cina il primo amico dell’Italia, seguita dalla Russia (32%) e dagli Stati Uniti (17%)». Infine circa il 45% degli italiani considera la Germania il «primo nemico». La destrezza cinese nell’insinuarsi tra le crepe del tessuto europeo è ribadita dai recenti apprezzamenti di alcuni stati liberali in favore delle democrazie illiberali. Gli estimatori di Russia, Cina e Ungheria non sono mai stati così numerosi.

La guerra commerciale

La seconda metà del 2019 viene ricordata da tutti gli addetti ai lavori per le sparate del presidente Donald Trump contro l’Organizzazione mondiale del commercio (WTO) e per la guerra dei dazi tanto voluta dal tycoon. Tra un rialzo e l’altro Trump ha tentato di ridurre il deficit commerciale degli Stati Uniti verso l’estero. A fine anno tuttavia, dopo una serie di incontri Xi Jinping e lo stesso Trump, i veri protagonisti del rimpallo dei dazi (l’Europa venne nuovamente marginalizzata), trovarono un accordo.

Il 15 gennaio di quest’anno è proprio Trump ad annunciare la pace e la fine delle tensioni con la firma di un trattato tra le due potenze:

L’accordo commerciale dimostra che Cina e Usa possono appianare le differenze e trovare soluzioni ai problemi basate sul dialogo.

Il Coronavirus

Quando il 30 dicembre scorso Li Wenliang metteva in guardia i suoi colleghi sull’esistenza del Covid-19 nessuno credeva che nel giro di qualche settimana il mondo intero si sarebbe chiuso in casa. L’oculista cinese, subito tacciato dalle autorità cinesi di diffondere notizie false, contrasse il virus e morì il 7 febbraio. La sua malattia e la sua morte rimettono al centro dell’attenzione la disputa tra Stati Uniti e Cina.

Il medico e oculista cinese Li Wenliang.

Il primo stato a segnalare la pericolosità del nuovo coronavirus fu Taiwan. Uno dei pochi che non fa parte dell’Oms proprio a causa dell’opposizione della Cina. I due rivendicano sin dal 1958, quando i nazionalisti di Chiang Kai Schek si rifugiarono sull’isola, di essere la vera Cina.

Il mondo intero prese sottogamba le avvertenze di Taiwan e quelle cinesi, pubblicate solo il 3 gennaio. Tra questi gli Stati Uniti, malgrado rapporti dell’intelligence consigliassero la massima attenzione verso il caso Winliang, come riportato da L’Espresso.

Fase 2

Dopo mesi di lockdown globale si arriva alla conferenza globale dell’Oms nel peggiore dei modi. Già tacciata di essere «il burattino della Cina» l’organizzazione presieduta dall’etiope Tedros Adhanom Ghebreyesus è diventata il terreno di scontro tra Cina e Stati Uniti. Oltre alle accuse di accondiscendenza verso il gigante asiatico Trump ha minacciato di ridurre a 40 milioni il finanziamento che ogni anno gli Stati Uniti versano all’Oms. Una riduzione del 90% rispetto ai 400 milioni annuali finora versati.

Tedros Adhanom Ghebreyesus, presidente dell’Organizzazione mondiale della sanità. Immagine di WHO.

Se l’Oms «non si impegna su sostanziali miglioramenti nei prossimi 30 giorni, renderò definitiva la mia decisione temporanea di sospendere i finanziamenti Usa all’Organizzazione mondiale della sanità e riconsidererò la nostra adesione all’Oms» questa la minaccia di Trump. Il presidente espande le accuse anche alla stessa Cina. Già da giorni utilizza il termine «virus cinese» per parlare di Covid-19. Non solo, il tycoon ha anche affermato che la Cina ha commesso un «terribile errore» nella gestione della pandemia. Il segretario di stato Mike Pompeo si è spinto ancora oltre parlando di «enormi prove» sulla provenienza del virus dal laboratorio di virologia di Wuhan.

Donald Trump e il segretario di Stato Mike Pompeo. Immagine di Olivier Douliery-Pool/Getty Images.

Pressione, quella americana, che si affianca a quella europea. I 27 hanno infatti presentato una risoluzione che chiede un’indagine internazionale e indipendente sull’origine del virus. 116 paesi l’hanno firmata.

La risposta

La Cina risponde per voce del suo organo di stampa ufficiale, il Global Times: «Trump parla da lunatico con problemi psicologici creati dall’ascesa della potenza cinese». È poi lo stesso presidente Xi a rispondere pubblicamente:

La Cina ha dato tutte le informazioni utili a combattere il Covid-19, sia all’Oms sia agli altri Paesi, partendo dalla sequenza genetica del virus, in modo molto tempestivo.
Abbiamo condiviso l’esperienza sul controllo e le cure con il mondo senza riserve, abbiamo fatto tutto quello che era in nostro potere per appoggiare e assistere i Paesi che ne avevano bisogno.

Un intervento presidenziale che segue la strategia comunicativa fin qui adottata dal Dragone Rosso: pacatezza e diplomazia. Due caratteristiche che si ritrovano anche nella risposta alla richiesta europea di indagine sul virus. Xi si è detto aperto ad una «revisione complessiva» della risposta al virus «quando la pandemia sarà passata».

L’obiettivo diplomatico della Cina è far dimenticare ai suoi potenziali partner (Europa in primis) che il virus è partito dalla città di Wuhan. Attraverso la pubblicizzazione della reazione efficace e tempestiva alla pandemia il gigante asiatico ha più volte colto il plauso di cittadini europei e non solo. Le pagine social delle ambasciate cinesi in Francia e Italia non hanno mai raggiunto livelli di interazione così alti come da gennaio a oggi.

Fase 3

L’aggressività statunitense di questi giorni è figlia di una situazione interna poco favorevole al repubblicano Trump. Il presidente si trova ad affrontare la peggiore recessione dal 1929. In un paio di mesi gli Usa sono passati dal più basso tasso di disoccupazione degli ultimi cinquant’anni al più alto degli ultimi ottanta. La politica estera non è da meno. Dopo le tensioni di gennaio con l’Iran in seguito all’uccisione del generale Soleimani, la repubblica islamica è tornata tra i pensieri di Trump. Due giorni fa l’Ayatollah Ali Khamenei ha minacciato che «l’America verrà espulsa da Iraq e Siria».
L’ultimo colpo al tycoon è stato sferrato dall’ex presidente Obama. Rompendo la tradizione dei presidenti che non attaccano i successori Obama ha accusato Trump di non essere un leader all’altezza del virus. I dati parlano chiaro, gli Stati Uniti sono il paese più colpito dal virus.

Situazione analoga è quella della Cina. Xi ha incentrato la narrazione dell’immagine cinese all’estero sul buon governo e l’efficienza del sistema illiberale. Efficienza che però traballa: il patto sociale tra cittadini e partito si fonda sulla garanzia di una crescita economica ora interrottasi.
Il Partito deve inoltre fare i conti con Hong e Kong e le sue proteste. Alle scorse elezioni distrettuali nel novembre 2019 il fronte democratico aveva conquistato 17 distretti su 18. Uno smacco per il regime, che con la scusa Covid-19 in questi giorni ha «dichiarato di non essere vincolato all’articolo 22 della Basic law, la costituzione di Hong Kong. Questo articolo prevede che nessun dipartimento del governo cinese possa interferire negli affari interni del territorio», come riportato da Internazionale.

Manifestanti e polizia tra le vie di Hong Kong. Immagine di Anthony Wallace / AFP.

Due super-potenze che affrontano problemi interni e fastidi esterni. Entrambe agiscono per vendere la propria alternativa politica. Entrambe ambiscono ad acquisire quote del mercato di lusso, il più ambito: l’Europa.

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