Tra incudine e martello: la Turchia nella geopolitica europea

Sull’Unione Europea incombe il rischio di una seconda crisi migratoria, alimentata dai conflitti in Siria e Libia. Dove la Turchia gioca un ruolo chiave

Il presidente della Turchia Recep Tayyip Erdogan (foto: Francois Lenoir/Thomson Reuters)
Il presidente turco Recep Tayyip Erdogan (foto: Francois Lenoir/Thomson Reuters)

La crisi odierna si prospetta come una delle peggiori della storia economica moderna, almeno per alcuni Stati più di altri. La Comunità europea tuttavia non si troverà ad affrontare quest’unica crisi. Un’altrettanto grave e mortale sfida si appresta alle porte, alimentata dalle azioni della Turchia, e sarà probabilmente decisiva per le sorti dell’Unione.

La crisi europea dei migranti, dal suo inizio nel 2014, ha messo a durissima prova la comunità politica europea. È anzi stata uno dei fattori alla base dell’uscita del Regno Unito dalla UE stessa. Del resto questa società ci spinge ad essere poco solidali con il prossimo, se non possiamo trarne vantaggi immediati. Tuttavia oggi più che negli anni passati il pericolo è alle porte, e il bisogno di risposte comuni è impellente. 

Il pericolo non è costituito dai flussi migratori in quanto tali. Essi fanno parte della storia e sono una conseguenza inevitabile del vivere sociale dell’uomo, in special modo nell’era della globalizzazione. Il pericolo consiste nella portata quantitativa di questi flussi, che se incanalati rapidamente verso le vie d’ingresso dell’Unione la metterebbero in crisi più che in passato. Se ciò accadesse si vedrebbe aumentare il fuoco del nazionalismo, che già arde in Europa, e che tuttavia non è in grado di portare soluzioni durevoli nel tempo a questa crisi. 

Il risvolto attuale è dato dall’evoluzione del comportamento internazionale della Turchia, in relazione ai conflitti bellici di Libia e Siria, nei quali è direttamente coinvolta. Si tratta di confitti che procedono verso il decimo anno di svolgimento, che hanno portato alla distruzione completa del tessuto sociale in cui si sviluppano. Morte, fame, e assenza di lavoro condizionata dal perpetrarsi degli scontri hanno fatto sì che si creasse il perfetto eden per il caos socio-governativo.

L’intervento turco in Siria

Il risvolto siriano è noto: il ritiro delle truppe USA dal Nord della regione ha lasciato senza copertura le forze locali della Ypg (curdi). L’occasione fa l’uomo ladro, e così la Turchia si è trovata ad avanzare nel territorio siriano attaccando le forze tribali stanziatevi. L’intervento è stato annunciato come necessario per la creazione di una zona cuscinetto all’interno della Siria, dove poter mandare i rifugiati siriani attualmente in Turchia (si stima che nel biennio 2015-16 tra i 5 e i 6 milioni di profughi abbiano attraversato il confine turco).

La situazione geopolitica odierna all'interno del territorio siriano e la zona cuscinetto creata dalla Turchia (immagine da IlSussidiario.net)
La situazione geopolitica odierna all’interno del territorio siriano (immagine da IlSussidiario.net)
La disposizione delle forze armate nei pressi della città di Idlib, ultimo baluardo della resistenza jihadista poco distante dal confine con la Turchia (immagine da Limes online)
La disposizione delle forze armate nei pressi della città di Idlib, ultimo baluardo della resistenza jihadista (immagine da Limes online)

La Sublime Porta tuttavia non ha fermato le proprie mire espansionistiche una volta raggiunto l’obbiettivo: oggi si continua a combattere a Idlib, a Sud-Ovest di Aleppo, la seconda città più importante della Siria.

La piccola cittadina Idlib, ultimo baluardo dell’ex Stato Islamico e attuale covo di jihadisti salafiti, è al centro di un fuoco incrociato. Da un lato le truppe governative siriane, supportate da milizie sciite in capo all’Iran e da forze convenzionali russe. Dall’altro la controparte turca, che circonda la città, oltre a quella salafita, di stanza a Idlib. La situazione di stallo vede attualmente le truppe turche assecondare una tregua imposta dalla preponderante forza militare russa, da sempre a difesa del regime di Bashar al-Assad.

La situazione libica

La Libia non se la passa meglio: nel 2011 cade il Rais Gheddafi sotto i colpi della rivoluzione araba, in questo caso supportata da raid aerei europei. Da allora lo Stato imperversa in una situazione di caos e anarchia istituzionale. In questo contesto, la Turchia si è inserita dando supporto tecnico militare al governo nazionale, guidato da Fayez al-Sarraj e supportato dall’avallo delle Nazioni Unite. La controparte è rappresentata dal Generale Khalifa Belqasim Haftar, supportato dal pesante impiego di milizie non governative russe e da partners mediorientali.

La strategia di Erdogan

In entrambi gli scenari si assiste a fattori comuni:

  • Lo scontro può essere semplificato ad una struttura bipolare, che vede contrapporsi Turchia e Russia per l’obbiettivo comune della supremazia regionale. La Turchia di Erdogan punta a rivivificare l’antica gloria del califfato, abolito da Atatürk alla fine della prima guerra mondiale; la Russia da secoli cerca lo sbocco navale nel mare caldo (il Mediterraneo).
  • In entrambi i contesti la Turchia si muove al fine di sfavorire l’ordine e la pace. In Siria ha lasciato che i salafiti dell’IS e di Jabhat al-Nusra prendessero il controllo del territorio, entrando nel conflitto in un secondo momento come parte terza rappresentante i propri interessi. In Libia lo scenario è similare, anche se sfrutta il meccanismo delle istituzioni internazionali e della loro burocrazia. Con un uomo forte al potere in Libia, come sarebbe Haftar, Erdogan è conscio di non poter manipolare i propri interessi nella regione. Con la vittoria democratica di al-Serraj, la Turchia potrebbe inserirsi nel contesto supportando finanziariamente qualsiasi fazione libica si schierasse a suo favore. La Fratellanza Musulmana avrebbe gioco facile nel Paese a quel punto, e le milizie turche potrebbero girare liberamente a Tripoli come quelle iraniane passeggiavano per Baghdad fino a poco tempo fa.

L’intromissione forzata della Turchia in questi contesti particolarmente caldi, data la loro posizione geografica, ci pone tra l’incudine e il martello. Il ferro battuto diverrebbe l’Europa; la forza del colpo risiederebbe nella portata dei flussi migratori; la scheggia accidentale sarebbe il ricatto del soldo.

La minaccia per l’Europa

È ormai chiaro che la zona cuscinetto creata dalle truppe turche in Siria sia in realtà un semplice escamotage per sopprimere le fazioni curde oltre confine, fomentando lo scontro secolare tra le due popolazioni. A supporto di tale tesi, i rifugiati siriani non vengono condotti oggi nel territorio liberato, né assicurati riguardo un loro ritorno nel prossimo futuro. Vengono anzi spinti verso il confine occidentale con la Grecia; oppure incoraggiati, tramite falsi messaggi istituzionali, riguardo ad una riapertura indiscriminata delle frontiere comunitarie.

Questa enorme massa migratoria si accalca alle porte dell’Unione e ne mette a dura prova la tenuta, considerando anche l’attuale situazione pandemica. Ursula von der Leyen ha assicurato l’arrivo in Grecia di nuovi uomini per rafforzare l’Operazione Frontex, i quali andranno ad aumentare i controlli sulle due rotte migratorie principali. Esse non sono mai cessate, anche se hanno subito una forte diminuzione dei flussi a seguito della ratifica del patto tra Unione e Turchia.

Elaborazione di Internazionale su dati Unhcr

Tuttavia, Erdogan minaccia ora di far arrivare alle soglie europee flussi quantificabili nelle centinaia di migliaia di individui. Situazione inaffrontabile per l’Unione, viste anche solo le complicanze odierne rispetto al moderato flusso d’arrivo.

L’ingresso turco nel contesto libico non fa che peggiorare la situazione. Nonostante il governo di Ankara supporti quello voluto dalle Nazioni Unite, al-Serraj si dimostrerebbe debole nel controllo di un territorio così indomito. Le formazioni estremiste otterrebbero supporto parlamentare tramite il quale giustificherebbero, aizzerebbero e comanderebbero le milizie sul campo. Concatenazione di eventi già nota alla storia. L’instabilità nella regione potrebbe allora essere domata dalla presenza della Turchia, che si troverebbe così in possesso del più grande hub di migranti, diretti in Europa tramite la rotta mediterranea. Il flusso di migranti africani viene costantemente rifornito dall’instabilità regionale, e quelli che si presentano sulle coste nordafricane non sono che un decimo di quelli che coinvolgono l’intero continente.

Se aperto, questo secondo gate diretto al vecchio continente si troverebbe ad affrontare l’arrivo di milioni di migranti nel giro di pochi anni. Ondata che tornerebbe a mettere in pericolo la stabilità dell’Unione. In alternativa, l’Europa si troverebbe a negoziare con la Turchia il trattenimento dei migranti, in suolo non comunitario, da una posizione ancor più svantaggiosa.

La soluzione va cercata alla fonte di questo male. Che più che nostro appartiene a chi è costretto a fuggire dalla propria casa.

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