Gli esports sono una cosa seria

Lo sport, come tutto il mondo, sta cercando di ripartire, tra difficoltà, protocolli e polemiche. La voglia di tornare a vedere una palla che rotola su un prato, il rombo di un’auto o di una moto in un circuito è tanta e l’errore più grande sarebbe proprio quello di affrettare troppo i tempi. C’è da dire che lo sport, in questi mesi di quarantena forzata, non è comunque mancato. Seppur virtuale. Tornei di calcio, di tennis, gare di Formula 1 e MotoGP hanno fatto compagnia agli appassionati, orfani dei loro sport preferiti. Professionisti degli esports e campioni delle discipline vere e proprie si sono misurati nella comodità del salotto di casa, con un simulatore o con un semplice joystick in mano.

E giù sterili e puerili litigi tra puristi e innovatori. Tra chi afferma che il virtuale non potrà mai neanche avvicinarsi al reale e per questo lo snobbano e chi invece punta molto sulle piattaforme online, a volte valicando il limite della realtà dei fatti. Appunto. C’è da sottolineare, però, come quello degli esports sia diventato, con il lockdown mondiale, a tutti gli effetti un business che ha raggiunto il valore di 1,5 miliardi di dollari. Non più uno scherzo.

Sta di fatto che la quantità di tornei ufficiali organizzati durante questa quarantena è stato e continua ad essere davvero enorme, così come la partecipazione di nomi illustri che, a volte, si vanno ad affiancare sia professionisti del virtuale, sia ad outsider di altre categorie, anche non sportive. Tutti si mettono in gioco perché a tutti basta poco per giocare contro Messi e Ronaldo, correre contro Charles Leclerc e Valentino Rossi o farsi due scambi con Fognini sulla terra battuta.

Se poi un evento non può essere disputato a causa dell’emergenza Coronavirus, ci pensano gli esports: lo insegnano gli europei 2020 di calcio, spostati al 2021, ma regolarmente giocati online e vinti dalla nostra Nazionale virtuale, con gli annessi complimenti del CT Roberto Mancini. Un trionfo che fa stranamente e realmente piacere.

Poi, quando lo sport lo richiede, la simulazione raggiunge un livello così elevato che si fa fatica a tracciare la linea di demarcazione tra gioco e realtà. E’ questo il caso della Formula 1 che, grazie a postazioni, volanti e pedaliere professionali, permettono a chiunque di cimentarsi in questa disciplina. Tanto è stato il successo dei Gran Premi virtuali che si sta già pensando a migliorare seriamente la piattaforma utilizzata per rendere il tutto più realistico. Così come in MotoGP, i cui piloti si devono arrangiare con un joystick nonostante anche per loro sia in arrivo una postazione simile ad una vera moto.

Fuoco di paglia o economia con margini di miglioramento illimitati? Come al solito è ancora troppo presto per parlarne. Finito il lockdown si tornerà a discutere di sport giocato, di corse vere e proprie. Se gli esports torneranno ad essere un prodotto di nicchia e solo per veri intenditori, questo dipenderà molto dagli sponsor che tanto hanno investito e continuano ad investire nel virtuale grazie all’incredibile visibilità ottenuta ultimamente. Il grande pubblico li ha conosciuti, li ha apprezzati e si è divertito, salvo qualche rara eccezione. Il mondo va avanti e gli esports ne sono una palese testimonianza. Così il gioco diventa una cosa seria.

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