Brigata Lena-Modotti, gli angeli della quarantena

Intervista a Mattia Rigodanza, membro fondatore del gruppo di volontari che porta cibo e aiuto ai milanesi in difficoltà durante la pandemia

foto: Giacomo Fausti/André Lucat
foto: Giacomo Fausti/André Lucat

L’emergenza coronavirus ha generato una crisi sociale di proporzioni epocali, con tante persone ritrovatesi ad affrontare difficoltà economiche senza precedenti. In loro soccorso sono emersi in tutta Italia dei movimenti di solidarietà, animati soprattutto da giovani, che si sono fatti carico di ciò di cui lo Stato non era in grado. A Milano sono nate le brigate volontarie per l’emergenza, che portano cibo, medicinali, generi di prima necessità e altri aiuti a chi ne ha bisogno. Una delle più grandi e organizzate è la “Brigata Lena-Modotti”, di base nel secondo Municipio della città meneghina.

Mattia Rigodanza della Brigata Lena-Modotti
Mattia Rigodanza, della Brigata Lena-Modotti di Milano

Questo gruppo oggi conta circa 350 volontari, soprattutto studenti e under 40 ma anche adulti, e in tre mesi ha raggiunto oltre 11.000 famiglie in situazioni di fragilità. Tanti sono stati i pacchi alimentari consegnati dalla Brigata, oltre a più di 5.000 pasti caldi ai senzatetto, 700 spese di cibo e medicinali per anziani, 90 collette solidali nei condomini e davanti ai supermercati. Ogni giorno, nel loro magazzino transitano tra le 4 e le 5 tonnellate di cibo e altri prodotti destinati ai poveri di Milano. Ne abbiamo parlato con Mattia Rigodanza (in foto), membro fondatore della Brigata.

Com’è nata la Brigata Lena-Modotti?

«Le brigate sono nate da un’idea di Emergency dopo che il Comune di Milano ha messo a disposizione una piattaforma chiamata “Milano Aiuta”, con cui utilizzare il centralino del Comune per chiedere aiuto durante l’emergenza Covid. Il numero 02.02.02 è stato riservato alle persone che non potevano uscire ma avevano bisogno di fare la spesa o comprare farmaci. Emergency ha chiesto di agire all’interno di questa piattaforma e, coordinandosi con vari collettivi e organizzazioni di giovani di tutta Milano, ha creato le brigate volontarie per l’emergenza.

All’inizio ce n’erano 9, una per ogni municipio della città, ora sono una quindicina; hanno i nomi soprattutto di partigiani, come la nostra, ma anche di personaggi storici di spicco. Inizialmente svolgevamo il servizio di spesa a domicilio e altre piccole pratiche quotidiane, utili alle persone anziane che non potevano uscire. Siamo stati formati dai medici di Emergency, che ci hanno insegnato delle pratiche di profilassi da attuare durante i servizi. Io ho contribuito alla creazione della Brigata Lena-Modotti del Municipio 2, uno dei più grossi di Milano.»

Un volontario della Brigata Lena-Modotti consegna la spesa a domicilio durante la fase 1 (foto: Giacomo Fausti/André Lucat)
Un volontario della Brigata Lena-Modotti consegna la spesa a domicilio durante la fase 1 (foto: Giacomo Fausti/André Lucat)

Di cosa vi siete occupati nella prima fase dell’emergenza?

«Le richieste sono state subito tantissime e lo 02.02.02 non riusciva a sopportarle tutte. Noi della Brigata Lena-Modotti stavamo iniziando ad arruolare tantissimi volontari, molti ragazzi ma anche persone un po’ più mature, così abbiamo deciso di creare un nostro centralino autonomo. È stato realizzato grazie ad alcuni compagni e compagne “smanettoni”, bravi coi computer, e abbiamo iniziato a ricevere telefonate che ci chiedevano gli aiuti più disparati, dalla spesa a domicilio al sostegno economico. Vedendo quante chiamate riuscivamo a intercettare, molte di più di quelle al Comune, abbiamo cominciato a svolgere attività autonome: per esempio creando dei pacchi alimentari, che consegnavamo in modo completamente gratuito alle persone che non riuscivano a sostenere le spese. Questo perché una delle prime conseguenze dell’emergenza sanitaria è stata quella economica: persone che non potevano lavorare, precari, chi aveva un contratto a chiamata o in nero, si sono trovati a casa senza poter dare da mangiare alla propria famiglia.

Facendo questo servizio il nostro centralino è esploso con decine di migliaia di telefonate, tant’è che da 3 persone che se ne occupavano siamo arrivati a 60. C’è stata una crescita esponenziale dell’attività e siccome ricevevamo chiamate da tutta Milano le smistavamo anche alle altre brigate. Arruolavamo sempre più volontari per sopperire alle crescenti richieste (oggi siamo circa 350) e per poter fare i pacchi alimentari abbiamo iniziato a ricevere donazioni di cibo e generi di prima necessità da privati e aziende. Abbiamo organizzato anche collette davanti ai supermercati: facevamo dei turni e tutti i giorni eravamo all’entrata di una dozzina di punti vendita per raccogliere cibo. Così il nostro magazzino, nel centro sociale Lambretta, si è riempito di tonnellate e tonnellate di cibo e generi di prima necessità come pannolini e assorbenti. A quel punto il progetto ha preso delle dimensioni inaspettate e abbiamo continuato così per tanti mesi, raggiungendo veramente migliaia di famiglie. Tanto che anche il centralino del Comune ci girava le telefonate che non riusciva a soddisfare.»

Colletta alimentare della Brigata Lena-Modotti di fronte a un supermercato (foto: Giacomo Fausti/André Lucat)
Colletta alimentare di fronte a un supermercato (foto: Giacomo Fausti/André Lucat)

Quali altre iniziative avete attivato nel tempo?

«Adesso le esigenze delle persone si sono evolute. Noi non volevamo creare un servizio prettamente assistenziale, ma qualcosa di sistematico che andasse a intaccare la struttura socio-economica della nostra città, che è stata messa in seria crisi dall’emergenza e da come questa è stata gestita dai vari enti istituzionali. Allora abbiamo iniziato ad andare nei blocchi popolari del nostro Municipio, dove sapevamo esserci le più grosse criticità, e fare delle liste di famiglie con serie difficoltà e che avrebbero dovuto affrontarle per ancora tanti mesi. Ora, oltre a continuare con i pacchi alimentari e la spesa a domicilio su richiesta, andiamo anche nei quartieri popolari due-tre volte a settimana. Consegniamo alle famiglie che ne hanno bisogno pacchi e cibi pronti, mangiamo con loro, facciamo piccoli lavori nei condomini e così via. Insomma, stiamo cercando di mettere in pratica mutualismo e solidarietà, che non siano soltanto assistenza ma creando dal basso un’alternativa sociale a quest’emergenza. Tanti ragazzi e adulti che si mettono a disposizione delle famiglie indigenti e che abbiano anche un ricambio, perché vogliamo creare una vera e propria comunità.

Un’altra attività importante che facciamo è quella con i senzatetto: dal giorno zero la Brigata Lena-Modotti ha stretto una collaborazione molto proficua con la Croce Rossa Italiana. Insieme distribuiamo per le strade, soprattutto a tarda sera, il cibo donatoci dagli esercenti del quartiere. Il progetto si chiama “Operazione Drago Verde” e due volte alla settimana andiamo a consegnare pasti pronti ai senzatetto di diverse zone di Milano.»

Scorte di frutta e verdura da portare ai più bisognosi (foto: Giacomo Fausti/André Lucat)
Scorte di frutta e verdura da portare ai più bisognosi (foto: Giacomo Fausti/André Lucat)

Come riuscite a farvi conoscere, sia da chi vi chiede aiuto che per attirare nuovi volontari?

«I social hanno aiutato tanto, ma c’è stato anche un grossissimo passaparola. Soprattutto quando abbiamo iniziato con il nostro centralino autonomo, abbiamo visto che il numero di telefono è circolato molto specialmente nelle comunità migranti. Per esempio nella comunità filippina abbiamo raggiunto un sacco famiglie in questo modo, ma pure in altre, come quella bangladese o quelle arabe della zona di via Padova.

La cosa bella è stata anche la voglia dei volontari: ricordiamo che – a parte noi creatori della Brigata che siamo militanti e frequentiamo da sempre gli ambienti della politica informale – la stragrande maggioranza dei volontari sono “persone X”. Sono giovani che si sono voluti mettere a disposizione, ed è partita proprio da loro l’idea di andare nei quartieri a parlare con le persone. Quindi non solo usare i social o il passaparola per diffondere le nostre iniziative, ma andare direttamente nei quartieri popolari, nelle zone con più problematiche della città. Lì abbiamo consegnato i dispositivi di protezione individuale (mascherine, gel igienizzante, eccetera) per farci conoscere, raccogliere i contatti e arrivare alle famiglie che stavano vivendo le criticità maggiori. Quindi è stato un insieme di cose.»

Ragazzi e ragazze della Brigata Lena-Modotti (foto: Giacomo Fausti/André Lucat)
Ragazzi e ragazze della Brigata Lena-Modotti (foto: Giacomo Fausti/André Lucat)

Tra coloro che aiutate, quali sono le persone o i gruppi più trascurati dalle istituzioni e dall’approccio tradizionale del welfare?

«Premettiamo una cosa: questa emergenza sanitaria ha acuito le problematiche che erano già esistenti. Quindi ci sono delle fasce di persone, delle categorie particolari che già vivevano dei problemi prima, e che chiaramente con questa crisi li hanno visti amplificarsi. Parliamo per esempio di anziani che hanno vissuto uno stato di abbandono soprattutto durante il lockdown, quando i servizi sociali del Comune si sono interrotti e loro sono rimasti totalmente soli. In più tutte quelle persone che non sono tutelate dal sistema-lavoro nostrano, che non dà certezze: precari, lavoratori a cottimo, lavoratori a chiamata… E soprattutto tantissimi lavoratori domestici, che sono stati tra i primi a chiederci aiuto; tutte persone che lavoravano, magari in nero, e che aspettavano di ricominciare. Infatti una cosa che abbiamo notato è come tanti, pur di riprendere a lavorare dopo il lockdown, sarebbero stati disposti a tornare alle condizioni di sfruttamento e irregolarità a cui erano sottoposti prima. Questo è molto triste e ci deve far riflettere, il ricatto salariale che subiscono molte persone è forte e le spinge a essere sfruttate.

Infine, chiaramente, i senzatetto: quando c’è stata la campagna “Io resto a casa” ci siamo subito chiesti come avrebbero fatto le persone che una casa non ce l’avevano, dato che i dormitori e le mense a Milano non sono riusciti a soddisfare le esigenze dei senza fissa dimora. In più, i dormitori durante il giorno non accettano persone, quindi se tu ci dormi poi durante il giorno devi andare via. Questo è un grande problema, perché trasformi i senzatetto nei famosi “untori”: stanno chiusi tutta la notte, ammassati nei dormitori, creando possibili piccoli focolai; poi di giorno sono costretti ad andare in giro per la città ed eventualmente spargere il virus. Queste persone i servizi sociali di Milano non sono riusciti minimamente ad aiutarle, anzi hanno peggiorato la cosa perché li hanno costretti a rimanere per strada. È stato creato un dormitorio extra, ad hoc per l’emergenza, che però ha semplicemente avuto la funzione di svuotare quelli che erano sovraffollati ma non è riuscito a dare un tetto a chi non ce l’aveva.»

Una volontaria della Brigata Lena-Modotti tra i senzatetto di Milano (foto: Giacomo Fausti/André Lucat)
Una volontaria della Brigata Lena-Modotti tra i senzatetto di Milano (foto: Giacomo Fausti/André Lucat)

Com’era la giornata tipo della Brigata Lena-Modotti durante la fase 1?

«Diciamo che la nostra brigata è quella che ha assunto le dimensioni più grandi, anche perché disponevamo degli spazi del centro sociale Lambretta da poter adibire a magazzino. Questo ci ha aiutato molto, lì noi 12 fondatori della Brigata abbiamo vissuto insieme per tre mesi, quindi riuscivamo a confrontarci quotidianamente e a fare un lavoro molto sistematico. Ci siamo divisi da subito i compiti trovando dei referenti per i vari sotto-progetti: chi si occupava del centralino, chi dei volontari delle diverse zone, dei turni fuori dai supermercati, dei senzatetto e così via. Ognuna di queste persone aveva un tot di volontari da coordinare.

La giornata tipo era sveglia alla mattina sempre alle 9, chi era incaricato di raccogliere le donazioni iniziava a partire con la macchina per andarle a prendere e portarle al magazzino. I ragazzi del centralino, sia quelli in presenza al Lambretta che da remoto, erano sempre sul pezzo, dalla mattina presto al pomeriggio tardo, a prendere telefonate e a smistarle. Altre persone sono incaricate di gestire il magazzino e di preparare i pacchi, lavoro davvero molto duro che ci ha permesso di fare centinaia di pacchi ogni giorno. Ragazzi e ragazze che stavano in magazzino tutto il giorno, per ricevere le richieste che arrivavano dal centralino e comporre i pacchi. Poi c’erano i volontari che consegnavano: man mano arrivavano in magazzino, prendevano decine di pacchi e iniziavano a fare i giri nelle zone di loro competenza. Per questo compito abbiamo creato delle squadre da due persone che si coordinavano tra di loro, per mesi si sono sentiti e ci davano la disponibilità. Noi mandavamo nei vari gruppi Whatsapp le consegne da fare e chi poteva ne faceva un po’, la squadra media portava una quindicina di pacchi in un paio d’ore. Per non creare un clima di lavoro volontario stressante e alienante, abbiamo deciso di far fare dei turni non troppo massacranti. Ognuno doveva arrivare a fare quello che poteva, perché poi c’è bisogno anche delle forze mentali delle persone ed è giusto che sia così.

Questo durante tutta la giornata, un viavai di persone molto costruttivo e dinamico che ci ha permesso di confrontarci anche tra di noi. Perché i momenti di assemblea, in cui si poteva discutere tra referenti e volontari, sono stati molti e ci hanno permesso di migliorare sempre di più i vari aspetti del progetto. Diciamo che le giornate erano molto frenetiche, iniziavano la mattina e finivano la sera tardi, spesso anche alle 22 o alle 23, con gli ultimi pacchi da fare per il giorno dopo. Durante tutto ciò il nostro magazzino era uno snodo nevralgico anche per tante altre brigate che si rifornivano dal nostro centralino, quindi c’era di continuo gente che ritirava pacchi, portava donazioni… Insomma, una cosa un po’ frenetica ma molto bella.»

Il magazzino della Brigata Lena-Modotti ha lavorato a pieno ritmo durante tutta l'emergenza (foto: Giacomo Fausti/André Lucat)
Il magazzino della Brigata Lena-Modotti ha lavorato a pieno ritmo durante tutta l’emergenza (foto: Giacomo Fausti/André Lucat)

C’è qualche momento o situazione che hai vissuto durante questi mesi che ti ha colpito particolarmente?

«I momenti duri sono stati veramente tanti, soprattutto nei primi mesi, e la sera ci siamo ritrovati più volte a dover fare i conti con quello che avevamo visto durante il giorno e con lo sconforto derivante. Io personalmente sono abbastanza abituato ad assistere a situazioni di disagio, però sono stato messo a dura prova da alcune cose viste specialmente nei quartieri popolari. Per esempio molte famiglie con tanti bambini che avevano bisogno, anche banalmente, di un pannolino. Ho incontrato una signora italiana sugli 80 anni, appostata fuori dall’Esselunga a chiedere l’elemosina. Ma una donna anche ben vestita, “insospettabile” diciamo, che non l’aveva mai fatto in vita sua di chiedere aiuto a qualcuno; ma si era trovata costretta a piazzarsi fuori dal supermercato per chiedere anche solo un pacco di pasta. Oppure un signore non autosufficiente, con dei chiari sintomi di demenza senile, a cui erano state tolte le manovelle del gas in casa per paura che lo lasciasse aperto. Non ha mangiato per giorni perché non poteva cucinare, e siamo arrivati noi a dargli da mangiare perché lui si dimenticava anche.

Un’altra situazione che mi ha lasciato senza parole è la storia di un uomo sulla settantina, un ex chirurgo affermato. Per una serie di problematiche, legate alla salute e a un incidente per cui non è mai stato risarcito, si è trovato costretto a vivere per strada con altre due persone tra cui la mamma disabile. Durante il Covid era sotto sfratto e ha subito dei ricatti per fargli pagare la casa popolare. Qui a Milano la questione dell’edilizia popolare è stata molto triste: abbiamo visto una grande differenza tra gli appartamenti gestiti dal Comune e quelli della Regione. Questi ultimi hanno problemi da tempo, e in più abbiamo visto mascherine consegnate solo agli inquilini delle case del Comune, con gli altri che uscivano incazzati perché loro non le stavano ricevendo. Si è creata anche una guerra all’interno delle case popolari, alimentando divisioni sociali e discriminazioni tra i poveri, e questa è una cosa triste.»

Un sorriso tra un aiuto e l'altro (foto: Giacomo Fausti/André Lucat)
Un sorriso tra un aiuto e l’altro (foto: Giacomo Fausti/André Lucat)

C’è un messaggio sociale che scaturisce da tutto questo?

«Sì, perché noi sono anni che cerchiamo di puntare la lente d’ingrandimento sulle grandi contraddizioni che vive la nostra società. In particolare una metropoli come Milano, che viene sempre esaltata come modello di efficienza, progresso e internazionalismo quando in realtà nasconde delle grandi contraddizioni ed è profondamente escludente come città. Tutte queste problematiche le abbiamo viste amplificarsi con l’emergenza Covid, che da questo punto di vista ci ha permesso di tornare a parlare di tematiche importanti come il diritto alla casa, la sanità pubblica, la situazione dei detenuti, la situazione delle fasce più deboli e degli anziani. E più in generale di tutte le misure di welfare che spesso non rendono come dovrebbero. Quello che vogliamo dire noi è che il sistema capitalistico non riesce a tutelare le persone durante crisi come questa. Lo abbiamo visto semplicemente con il fatto che per molti stare a casa non è possibile, ne va della loro vita e di quella dei loro famigliari. Mentre per molto pochi stare a casa è un privilegio, perché chi detiene un potere decisionale sulla vita delle persone – anche solo a livello salariale – nel momento del lockdown non ci ha rimesso quanto ci hanno rimesso i molti che sono costretti a lavorare per sopravvivere.

Quindi abbiamo iniziato anche a pensare a quello che ci vorrebbe, per esempio un reddito universale indiscriminato. Abbiamo pensato alla pessima gestione in emergenza di alcune zone produttive lombarde, dove sono rimaste aperte delle aziende su spinta di enti come Confindustria e Assolombarda. Abbiamo visto come queste realtà siano i veri padroni dei nostri territori, con istituzioni asservite al potere economico che permettono un accumulo di ricchezze nelle mani di pochi rischiando la salute di molti. Tanti operai hanno dovuto continuare ad andare a lavorare, perché in alcuni casi si è deciso di non chiudere per non diminuire la produzione, con zone tenute aperte ad hoc per trainare una Regione che in realtà aveva bisogno di fermarsi. Questa paura di chi ci governa nei confronti di una decrescita – che anche per un discorso di sostenibilità ambientale prima o poi dovremo affrontare – ha impedito di fermarsi anche durante una crisi sanitaria. Si è continuato a spingere: “La Lombardia non si ferma” e gli altri slogan che abbiamo sentito. Mettendo in pericolo le persone e aumentando le differenze sociali.

Diciamo che la situazione è stata critica in tanti modi, l’emergenza ha messo in luce come il nostro sistema socioeconomico crei disuguaglianze che vengono acuite in queste situazioni. Bisogna cambiare per prepararsi al futuro, e parlo anche della sanità pubblica per esempio: dopo 20-30 anni di tagli e privatizzazioni, con il Covid ha mostrato tutta la sua fragilità. Il messaggio che vogliamo mandare è questo: la maggior parte delle responsabilità delle migliaia di morti che ci sono state in Lombardia è del sistema socioeconomico vigente, che non tutela tutti quanti ma soltanto i privilegi e gli interessi di pochi

Volontari della Brigata Lena-Modotti durante un giro di consegne (foto: Giacomo Fausti/André Lucat)
Volontari della Brigata Lena-Modotti durante un giro di consegne (foto: Giacomo Fausti/André Lucat)

Qual è il futuro della Brigata Lena-Modotti?

«Abbiamo grandi progetti. Il futuro della Brigata Lena-Modotti è un’associazione in cui vogliamo racchiudere tutte le esperienze e sensibilità che i nostri volontari hanno maturato, nella loro vita e durante quest’emergenza. Si chiamerà Associazione di Mutuo Soccorso e ci serve a partecipare a bandi, ottenere fondi e spazi per portare avanti le pratiche di mutualismo e solidarietà che abbiamo già messo in piedi. In particolare abbiamo aperto un gruppo di acquisto solidale (GAS) che collabora con altri 6 in tutta la città e ci permette di raggiungere le famiglie che ci chiedono aiuto. Questo anche con prodotti sostenibili e aiutando i produttori locali e le piccole imprese agricole. Poi continueremo i progetti con i senzatetto, nelle case popolari e con i pacchi alimentari.

Insomma, tutto questo proseguirà ma tramite l’associazione, in modo da avere strumenti migliori e poter arrivare un po’ a tutti. Comunque il futuro della Lena-Modotti rimane la costruzione e la progettazione di un’alternativa dal basso al nostro sistema escludente, basata su mutualismo e solidarietà. Vogliamo andare oltre il periodo dell’emergenza, perché siamo sicuri che la crisi economica durerà ancora per molto tempo, e se la prima cosa che viene a mancare alle persone è il cibo, la seconda sarà la casa. Per questo serve un’alternativa sistematica, che duri nel tempo e crei una comunità forte tra noi volontari, studenti e le famiglie meno abbienti.»


CLICCA QUI PER DONARE ALLA BRIGATA LENA-MODOTTI. I FONDI RACCOLTI SONO USATI PER GUANTI, MASCHERINE, COPERTURA ASSICURATIVA DEI VOLONTARI, IMBALLAGGI PER IL CIBO E MANUTENZIONE DEL MAGAZZINO.

I volontari della Brigata Lena-Modotti (foto: Giacomo Fausti/André Lucat)
foto: Giacomo Fausti/André Lucat

Commenta