Plastiglomerates, le risposte del mare all’inquinamento dell’uomo

Scoperti in una spiaggia delle Hawaii nel 2006, sono agglomerati di plastica fusa, mescolata con elementi naturali, dal legno alle conchiglie. I plastiglomerates sono presenti sulle coste non solo dell’Oceano Pacifico, ma di tutto il mondo. Due giovani studenti hanno setacciato alcuni litorali italiani, raccogliendo i plastiglomerati “di casa nostra”. E facendoli diventare l’oggetto di una mostra, in esposizione a Civitanova Marche

Esempio di Plastiglomerates, in mostra negli spazi del cantiere "Scalaggio Anconetani" a Civitanova Marche. Credit foto: Lavinia Bianchi e Giovanni Tortora
Esempio di Plastiglomerate, in mostra negli spazi del cantiere “Scalaggio Anconetani” a Civitanova Marche. Credit foto: Lavinia Bianchi e Giovanni Tortora

Il mare sta sempre là, tutto sporco, pieno di immondizia. Ce lo cantava Pino Daniele oltre 40 anni fa e da allora poco o nulla è cambiato. Intanto però, sono arrivate le risposte del mare all’inquinamento umano.

L’anno della scoperta risale al 2006, nell’esotica ma inquinata spiaggia di Kamilo Beach, sulle isole delle Hawaii. Charles Moore, un oceanografo e capitano di nave, scopre infatti che sul litorale si sono depositati degli strani agglomerati, simili a delle rocce. Si trattava di conglomerati più tardi noti come plastiglomerates, composti da rifiuti di plastica fusa e amalgamata con elementi naturali, dal legno, alla sabbia, alle pietre, fino alle conchiglie e al corallo.

A coniare il termine sono, sette anni dopo la scoperta di questa nuova tipologia di pietra, la geologa e ambientalista canadese Patricia Corcoran, insieme all’artista canadese Kelly Jazvac e allo stesso capitan Moore. Secondo la studiosa canadese, l’origine dei plastiglomerati è molto più semplice di quello che sembra. Qualche falò accesso da alcuni turisti in spiaggia avrebbe sciolto la plastica, formando i primi esemplari di quelli che possono essere considerati i frutti dell’inquinamento umano nei mari e negli Oceani.

Kamilo Beach invasa da rifiuti e plastiglomerates. Credit: M. Lamson/Hawaii Wildlife Fund
Kamilo Beach invasa dai rifiuti. Credit: M. Lamson/Hawaii Wildlife Fund

Plastica a tonnellate

Da 15 milioni prodotti nel 1964, a 310 milioni prodotti nel 2018. Sono le tonnellate di plastica prodotte ogni anno, i cui rifiuti stanno di fatto modificando l’ambiente e i delicati ecosistemi del pianeta. Tanto più che circa 8 milioni di tonnellate di plastica finisce annualmente proprio negli Oceani e nei mari. La sua presenza è ormai rilevabile ovunque: dai ghiacci alle fosse marine. I plastiglomerati scoperti sulle esotiche spiagge hawaiane rappresentano un ulteriore esempio dell’inserimento del materiale plastico all’interno dei vari habitat naturali.

Favorite dal movimento anticiclonico delle correnti oceaniche di superficie, Kamilo Beach, così come altre aree delle Hawaii, sono particolarmente predisposte alla deposizione dei rifiuti plastici in mare. Quando Moore e i suoi colleghi scoprirono e mapparono le zone di formazione dei primi plastiglomerates, riportarono 21 siti su una lingua di sabbia di circa 700 metri, raccogliendone 205 esemplari. Molti degli agglomerati trovati sull’isola derivavano da rifiuti della pesca o da coperchi di contenitori utilizzati, a testimonianza della pesante traccia lasciata dall’uomo nelle sue attività.

Proprio per questo motivo, i plastiglomerati vengono considerati uno dei simboli più evidenti del passaggio dall’Olocene, l’epoca geologica più recente, all’Antropocene, descritta dalla comunità scientifica come l’età geologica attuale, in cui gli effetti dell’inquinamento umano hanno radicalmente condizionato l’ambiente atmosferico, geologico, idrologico e la biosfera. Mescolandosi e alterando i processi naturali.


Mare nostrum: i plastiglomerati in Italia nella mostra di due giovani studenti

«Sono sicura che la gente ha visto dei plastiglomerati in altri posti e semplicemente non li hanno segnalati o dato loro un nome», aveva dichiarato la geologa Patricia Corcoran a seguito della sua definizione dei composti ritrovati sulle coste delle Hawaii.

Così, una giovane coppia di studenti italiani, Giovanni Tortora e Lavinia Bianchi, rispettivamente della NABA di Milano e dell’Università IULM, hanno in qualche misura raccolto l’appello dell’ambientalista canadese e si sono messi alla ricerca dei plastiglomerates in Italia. Mappando percorsi, analizzando spiagge di Marche e Campania dove potesse essere più facile trovare i composti.

Alcuni esemplari di plastiglomerates, raccolti nella mostra Plastiglomeri. I nuovi fossili. Credit foto: Lavinia Bianchi e Giovanni Tortora
Alcuni esemplari di Plastiglomerates, raccolti nella mostra Plastiglomeri. I nuovi fossili. Credit foto: Lavinia Bianchi e Giovanni Tortora

Il risultato è stato notevole: oltre 100 esemplari raccolti, numerandoli in ordine cronologico e assegnando un nome a ciascuno di loro. E soprattutto, dedicando ai plastiglomerati una mostra. Perché «ogni artefatto della natura», spiegano i due ideatori, «in realtà rappresenta una vera e propria opera d’arte». Ispirandosi alle parole dell’artista e scrittore italiano Bruno Munari, che paragona il mare ad un artista che raccoglie ciò che gli si dà e lo trasforma, appunto, in opere d’arte. «Tu butti qualcosa a mare, e il mare (dopo un tempo imprecisato e imprecisabile) te lo restituisce lavorato, finito, levigato, lucido o opaco secondo il materiali, e anche bagnato perché così i colori sono più vivaci».

L’idea di unire le forze e iniziare la ricerca dei composti è stata una casualità. «Alcuni mesi fa ero in Triennale a Milano ad assistere alla mostra Broken Nature, e mi sono imbattuta in due plastiglomerates dell’artista canadese Kelly Jazvac. Sapevo che Giovanni cercava fonti d’ispirazione per il suo progetto di tesi e così gli ho inviato delle foto», dice Lavinia.

Giovanni aveva già intenzione di realizzare un oggetto composto in parte da plastica, in parte da materiale naturale. «Il mare ha anticipato l’intento del mio progetto: ho pensato allora che fosse più interessante quello che l’ambiente marino producesse in risposta all’inquinamento, piuttosto che qualcosa realizzato da me».

Credit Foto: Lavinia Bianchi e Giovanni Tortora

È partita quindi una ricerca durata mesi e guidata da un senso di appartenenza verso il mare, da parte dei due studenti. Infatti, sia Lavinia, originaria di Civitanova Marche, sia Giovanni, della provincia di Salerno, sono cresciuti con la sabbia a pochi passi da casa. «Trascorrevo le giornate di dicembre e gennaio al mare, attrezzato di sole buste per la spesa, a cercare qualche esemplare di plastiglomerato lungo la costa cilentana. Non proprio un ambiente ospitale d’inverno quando il mare è agitato», racconta Giovanni.

La mostra, intitolata Plastiglomeri. I nuovi fossili, in esposizione nel mese di giugno a Civitanova Marche, ha una location particolare. Si terrà negli spazi di un cantiere sul porto della città. Lì, dove le barche vengono sistemate e varate, pronte a solcare il mare.

Gli spazi del cantiere “Scalaggio Anconetani”, dove si terrà la mostra

Una mostra per l’ambiente

«Mentre cercavamo e raccoglievamo i plastiglomerati, abbiamo cercato di ripulire il più possibile le spiagge», spiega Giovanni. Esporre il risultato dell’impronta dell’uomo sull’ecosistema marino vuole difatti essere un monito per mettere in luce i cambiamenti irreversibili che si stanno provocando all’ambiente.

«All’interno della mostra ci sarà spazio per una statua realizzata esclusivamente con pezzi di legno raccolti in spiaggia e avvitati tra loro. Ispirato dal quadro Malinconia di Edvard Munch e all’incisione Melancholia I di Albrecht Dürer, è il simbolo di una metafisica angoscia», sottolinea Lavinia. Pensante e sconsolato, il manichino è seduto a rimuginare sugli errori commessi, consciente che, se potesse tornare indietro, non li ricommetterebbe. Forse.

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