Gli Stati Uniti soffrono di incarcerazione di massa

Le proteste insorte dopo l’omicidio di George Floyd avvenuto a Minneapolis lo scorso 25 maggio smuovono l’opinione pubblica e mettono in evidenza l’incarcerazione di massa, un problema sistemico della democrazia americana.

Gli Stati Uniti soffrono di incarcerazione di massa. Immagine del The New York Times.
Immagine del New York Times.

Lo scorso 25 maggio George Floyd, cittadino statunitense di 46 anni è stato ucciso da Derek Chauvin, poliziotto del Minneapolis Police Department. Floyd, nato a Houston, Texas, si era trasferito a St. Paul, la cittadina gemella di Minneapolis in Minnesota nel 2014 dopo aver scontato cinque anni di prigione per rapina a mano armata.
È stato arrestato e immobilizzato a terra da 4 agenti con il sospetto di aver utilizzato una banconota falsa da 20 dollari per l’acquisto di sigarette.

Ciò che è successo dopo è oramai stampato nella mente di tutto il mondo: il ginocchio di Chauvin è rimasto per 8 minuti e 46 secondi sul collo di George Floyd, causandone la morte per asfissia.

Le proteste di massa nate dalla diffusione virale del video, girato dallo smartphone della diciassettenne Darnella Frazier, hanno riportato in luce i problemi sistemici dell’America. Il filmato è stato ribattezzato dal regista e premio Oscar Michael Moore «il più importante documentario di quest’anno». Il video, durissimo e straziante, ha mostrato al mondo, una volta per tutte, la brutalità della polizia statunitense.

Ma diamo un po’ di numeri.

Negli Stati Uniti ci sono circa un milione di poliziotti (forze armate escluse). Ciò significa un poliziotto ogni 323 abitanti.
Ogni anno 10,5 milioni di americani vengono arrestati, per lo più neri o poveri. Ad un ritmo di 3.152 ogni 100.000 abitanti all’anno. La popolazione carceraria conta su 2.3 milioni di detenuti, 698 ogni 100.000 abitanti. Attualmente quasi cinque milioni di americani sono stati in prigione e 77 milioni hanno avuto un «criminal record» (un precedente penale).

Gli afroamericani rappresentano il 40% dei detenuti, eppure nella società americana sono solo il 13% del totale. Ciò significa che ogni 100.000 afroamericani 2.306 di loro sono dietro le sbarre.
Infine, gli USA rappresentano circa il 4,4% della popolazione mondiale e allo stesso tempo detengono però il 22% di tutti i detenuti nel mondo.

Indici di incarcerazione di massa negli USA. Credit grafico: prisonpolicy.org
Credit grafico: prisonpolicy.org

L’incarcerazione di massa è perciò un problema evidente nella terra della libertà. In Italia il tasso di incarcerazione aggiornato al 2013 mostra 85 incarcerati ogni 100.000 abitanti, quello della Germania 76 ogni 100.000. Come se non bastasse, le statistiche mostrano anche che il 74% delle persone che vengono arrestate negli USA e detenute preventivamente risultano poi non colpevoli.

L’ incarcerazione di massa non nasce tuttavia nella notte dei tempi. Dalla fine della Guerra civile nel 1865 alla war on crime di Lyndon B. Johnson 184mila persone erano state in prigione.

Il tasso di incarcerazione ha subito una crescita del 500% negli ultimi quarant’anni. In particolare dall’elezione di Reagan in poi. La sua war on drugs si è infatti rivelata una guerra ai poveri, agli afroamericani e di conseguenza ha generato un aumento esponenziale di violenze e condanne per reati minori. Anche Bill Clinton prese parte alle richieste di maggiore «law and order» nate già dal 1968 con Richard Nixon. La «three strikes law» fortemente voluta dal presidente democratico condannava all’ergastolo chiunque commettesse tre crimini violenti.

Richard Nixon, 1969.

Il crescente tasso di incarcerazione non segue tuttavia la logica: dal 1991 al 2001 i crimini violenti e legati alla proprietà censiti negli Stati Uniti sono calati del 30%, e dal 2001 al 2012 sono diminuiti ulteriormente del 22%.

Gli USA fanno quindi i conti con uno stato che incarcera i propri cittadini oltre ogni ragionevole considerazione. I due motivi principali che secondo gli esperti hanno causato questa piaga sono la privatizzazione del sistema carcerario e l’eccessivo budget a disposizione dei dipartimenti di polizia.

Nel corso degli anni molte prigioni e tutto ciò che gira intorno ad esse è stato privatizzato. «Lo stato non è la soluzione, ma è il problema», così diceva Ronald Reagan negli anni ’80. La carcerazione è diventata quindi un’industria a tutti gli effetti in cui i detenuti sono fonte di ricchezza.

I crescenti fondi destinati ai dipartimenti sono andati di pari passo con l’aumento di attrezzature militari. I vari corpi di polizia, distribuiti su vari livelli statali a causa della forma federale degli Stati Uniti, sono stati nel tempo sempre più militarizzati. Fu infatti il National Defense Authorization Act del 1997 voluto da Bill Clinton a dare maggior vigore al 1033 Program. Questo programma permetteva (e permette tuttora) di trasferire il «materiale militare in eccesso» alle forze di polizia e di sicurezza (le Law Enforcement Agencies).

L’aumento dei fondi, la militarizzazione e la privatizzazione delle prigioni si sono unite e hanno dato forma all’incarcerazione di massa. Sono addirittura noti casi di arresto per aver attraversato la strada fuori dalle strisce pedonali, i cosiddetti casi di «jaywalking». I «felony arrests» ovvero l’arresto di criminali (esclusi gli arresti per crimini comuni) sono una rarità per i singoli agenti.

La morte di George Floyd è solo l’ultimo episodio figlio di un sistema controverso, in tanti se ne sono accorti e chiedono una riforma radicale della giustizia americana.

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