Hong Kong e USA: la violenza al servizio del potere costituito

Manganelli e lacrimogeni contro i manifestanti, a Hong Kong come negli Stati Uniti. Contesti e scenari molto diversi, con un punto comune: il potere si difende con la repressione dalle richieste di cambiamento

Diversi Paesi, stessi metodi. A sinistra: la polizia spara gas lacrimogeni contro i manifestanti a Hong Kong, 12 novembre 2019 (foto: AFP via Getty Images).
A destra: la polizia spara gas lacrimogeni contro i manifestanti a Raleigh, North Carolina, USA, 30 maggio 2020 (foto: Travis Long/The News & Observer).

Da mesi si assiste a continui scontri tra polizia e manifestanti nella provincia autonoma di Hong Kong (Cina). Da qualche settimana dall’altra parte del mondo, negli Stati Uniti, si assiste ad uno scenario simile a causa delle proteste contro la police brutality.

Cos’hanno in comune questi due contesti? E perché debbono farci riflettere sulla complessità delle dinamiche politiche che investono la vita di uno Stato?

È necessario fare una premessa, presentando le sostanziali differenze alla base dei due contesti politici: quello cinese e quello americano. I quali tuttavia, tirate le somme, propongono uno scenario finale ricco di similitudini.

Per i più la Cina è una democrazia solo sulla carta in quanto il suo governo, retto da un partito unico (quello comunista cinese), non accetta di buon occhio le critiche. E se difficilmente il Partito è disposto ad accettare critiche da parte della platea internazionale, gli sono completamente indigeste quelle provenienti dall’interno dei propri confini nazionali.

Una totale esasperazione dell’opposizione interna verso il potere costituito ha dato vita alle proteste di Hong Kong. La Cina, oggigiorno pronta ad affacciarsi al mondo come potenza dominante del XXI secolo, deve prima sconfiggere le sacche di dissidenza interna che si oppongono a questa trasformazione, per poter raggiungere l’auspicata supremazia internazionale. Per far ciò, si è dato vita ad un’accelerazione legislativa che porterebbe ad una riduzione nell’autonomia della provincia, a favore della madrepatria.

Hong Kong e USA: la violenza al servizio del potere costituito / Scontri tra manifestanti e polizia a Hong Kong (foto: BBC)
Scontri tra manifestanti e polizia a Hong Kong (foto: BBC)

A questa contrazione dell’autonomia legislativa Davide ha risposto scendendo nelle piazze e nelle strade della Città asiatica, paralizzandole per svariate giornate. Golia è rimasto a guardare, inizialmente in silenzio: ciò per non alterare ulteriormente lo status quo, causa degli scontri. Tuttavia a seguito della ripresa delle proteste, dopo il lockdown imposto dalla pandemia di COVID-19, il colosso ha deciso di inserirsi direttamente all’interno della contesa.

Hong Kong: l’overcome legislativo

Il Partito Comunista Centrale, con sede a Pechino, ha votato all’unanimità una legge che permetterebbe alla madre patria l’intromissione legislativa, anche per mezzo della forza, negli affari della città. Bypassando il sistema legislativo autonomo, e dichiarandosi pronto ad intervenire militarmente qualora la pace non venisse riportata in fretta per le strade dell’ex colonia britannica.

Fino ad oggi l’uso della forza, e del mantenimento dell’ordine pubblico, è rimasta prerogativa esclusiva della polizia locale. Che nonostante il deteriorarsi delle proteste imperversanti da mesi è riuscita a mantenere egregiamente la calma tra le sue fila. Nonostante il degenerare delle proteste, che mettono in scacco uno dei più importanti hub dell’economia internazionale asiatica – e che hanno portato alla devastazione della città – “solamente” tre manifestanti sono stati uccisi dalla polizia durante gli scontri. Mentre alcuni giornalisti stranieri sono stati allontanati dalla città, e dall’intero Paese, con accuse di spionaggio.

USA: Libertà sì, ma non di manifestare

Dall’altra parte del mondo, nella patria della democrazia, le cose non vanno altrettanto bene, e le proteste stanno degenerando esponenzialmente. La morte di George Floyd ha portato nelle strade americane frotte di cittadini che si ribellano all’imperio, troppe volte con caratteristiche razziste, messo in piedi dalla polizia.

La folla ha peccato di ira, abbandonandosi a saccheggi e devastazione in una moltitudine di città americane. La tensione è cresciuta in pochi giorni e il comandante in capo Donald Trump ha chiesto ai governatori di chiamare la guardia nazionale, per riportare l’ordine per le strade e porre fine alla devastazione.

L’inquilino della Casa Bianca ha inoltre manifestato interesse nello schierare l’esercito per le strade, qualora l’ordine non fosse stato ristabilito in fretta e furia. Suggerendo inoltre che gli operativi sul campo sarebbero liberi di sparare qualora ce ne fosse il bisogno. Nello stesso nome della democrazia, i più alti vertici militari del Paese si sarebbero rifiutati dichiarando che l’esercito è nato per proteggere il popolo, e non per attaccarlo.

Da un punto di vista democratico il fatto più increscioso è dato dall’arresto ingiustificato di addetti stampa statunitensi. Si è infatti assistito al fermo di svariati giornalisti accreditati, anche in diretta video, senza un valido motivo. Innumerevoli reporter sono stati feriti dall’utilizzo di spray al peperoncino, da proiettili di gomma, manganellate, percosse.

Hong Kong e USA: la violenza al servizio del potere costituito / L'arresto di Omar Jimenez, inviato della CNN a Minneapolis che documentava gli scontri tra polizia e manifestanti. (Fermo immagine da CNN Live)
L’arresto di Omar Jimenez, inviato della CNN a Minneapolis che documentava gli scontri tra polizia e manifestanti. L’arresto dell’intera troupe è avvenuto nonostante stesse rispettando le disposizioni della polizia sul posto. (Fermo immagine da CNN Live)

Il potere e la violenza

È ora necessario considerare che la violenza è un mezzo per il potere. Per il suo ottenimento, mantenimento e accrescimento. Pertanto non deve stupire quando l’ordine costituito utilizza questo mezzo per arrivare ad un fine. Tuttavia siamo abituati all’uso della forza nel campo internazionale, in quanto si tende a proiettare la violenza all’esterno. Ma non lo siamo più quando questa viene utilizzata per la coercizione del popolo stesso.

Come ci è dato vedere, la violenza è un tratto caratteristico di ogni sistema di potere quando si sente minacciato. Sia esso di natura democratica, come negli USA, o autoritaria come in Cina. Quando le fondamenta del potere vengono minate, questo si difende con le unghie e con i denti per sopravvivere ed impedire un cambiamento dello status quo che gli è favorevole.

La differenza cognitiva risiede nei soggetti propositivi di questa forza. Se nelle nazioni autoritarie essa è facilmente individuabile nello Stato stesso, nelle democrazie odierne sono le lobbies ad esercitare influenza verso gli indirizzi del potere. Questi agglomerati di potere sono evanescenti e si muovono tramite canali nascosti: considerando il caso americano si può parlare di lobby delle armi, del suprematismo bianco, o delle carceri.

Certo è che queste dinamiche non sono di facile interpretazione, con il popolo e la società che sempre più spesso chiedono cambiamenti. Ed i governi difficilmente riescono a farsi promotori di questi fenomeni, specialmente quando vanno a scontrarsi con i loro stessi interessi.

Commenta