Non raccontategli che cos’è la libertà

Francesco Guccini. Credit foto: music.it
Credit foto: music.it

Il mio interminabile incontro con Francesco Guccini è durato circa un minuto, un minuto e mezzo al massimo. Il tempo di bussargli alla porta, scambiarci due battute e vederlo scomparire di nuovo dietro il portone della sua casa di Pavana.

Dopo gli anni del liceo con il Maestrone nelle cuffie, trasferirmi a Bologna per frequentare l’Università mi ha permesso di ripercorrere il grand tour a tappe gucciniane. O meglio, di quel che resta. Organizzando cene e trascorrendo serate alla trattoria Da Vito, fuori porta San Vitale, per poi passare sistematicamente a contemplare quel magico 43 di Via Paolo Fabbri. E ancora, l’Osteria De’ Poeti, le Dame. Dal liceo alle vie bolognesi, una costante: Guccini nelle orecchie.

“Canzone delle osterie di fuori porta”, live nel 1984 e presente nell’album concerto “Fra la via Emilia e il West”

In ogni canzone, in ogni verso, il cantautore modenese ha ritagliato fotografie di realtà tanto nitide da restare abbacinati. Nei suoi brani si ritrova «una specie di elemento fatale, un andamento inevitabile, quella essenzialità che è tipica dei classici», come descritto da Edmondo Berselli. Una schiettezza multiforme, che trasuda ironia e malinconia, onnipresenti nell’opera gucciniana. Nebbie, ricordi, pena, profumo: son tutto questo le mie canzoni, per dirla con le sue stesse parole.

Non a caso, prima di cantare Autogrill all’Anfiteatro romano di Cagliari nel 2004, dice: «Quasi tutte le mie canzoni si riferiscono a fatti o a persone che ho vissuto, che ho incontrato, con le quali sono stato. Questa è una canzone assolutamente inventata, difatti non ha una collocazione precisa. Non si sa bene dove avvenga il fatto, quale cosa sia. È una fantasia». Il risultato? Uno degli spaccati, seppur in questo caso solo immaginato, più efficaci, pregnanti ed evocativi mai racchiusi in un brano, diventato, neanche a dirlo, un classico. Giocato fra il sole che si staglia sulla vetrina di un autogrill, i tir che rombano, un indù in latta picchiettato, un disco nel juke-box terminato in un cigolio, uno sgocciolio dell’aria al neon e l’acciottolio delle stoviglie.

“Autogrill”, in concerto all’Anfiteatro romano di Cagliari nel 2004

Un secondo fil rouge guida la discografia di Guccini: la libertà. La libertà di cantare sé stesso, i suoi vizi e le sue virtù, da un lato, e di raccontare le idee pure, dall’altro. Senza rendere conto a nessuno. Riuscendo ad essere un cantautore di ideali, liberi, appunto, che ha sempre incarnato con furore. Come solo sanno fare i grandi sognatori. Ma senza mai voler rendere le sue canzoni inni delle applicazioni politiche di quegli ideali, che pure hanno di certo rappresentato, per un osservatore del suo calibro, suggestioni a cui è impossibile rimanere immuni o lontani. E non ci si stupisca dunque del «non sono mai stato comunista» in termini elettorali, che sia vero o no. Ci si soffermi invece sul perché della risposta, in quella stessa intervista.

“Odysseus”, presente nell’album “Ritratti”, pubblicato nel 2004

Ah, non ho rivelato com’è andato il nostro lunghissimo incontro. Semplicemente perché c’è ben poco da dire. Nell’imbarazzo generale di trovarmi davanti quel gigante a cui devo così tanto, le uniche parole che mi sono uscite di bocca, oltre a una presentazione striminzita, sono state: «La volevo ringraziare». E, non c’è neanche bisogno di dirlo: la parte più interessante è stata la motivazione del suo congedo, dopo avermi stretto la mano. «Devo tornare a scrivere».

Auguri Francesco, ti volevo ringraziare.

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