Ritardatari o puntuali: tre casi a confronto

Non sopporto chi arriva in ritardo, non sopporto chi mi fa aspettare. 

Tra le varie cose che ci hanno infastidito durante questi mesi di lockdown e di conferenze stampa serali ci sono stati sicuramente i ritardi del presidente del Consiglio Giuseppe Conte.
Un ritardatario cronico, potremmo dire, a volte mezz’ora, a volte un’ora e a volte dirette Facebook spostate dalle 20 alle 2 di notte. Non piacciono quasi a nessuno le persone che arrivano in ritardo, figuriamoci se lo fa il capo del governo nel momento più difficile per il nostro Paese dal secondo dopoguerra. Dal punto di vista politico non stiamo parlando di un elemento così fondamentale ma lo è dal punto di vista comunicativo. Non essere puntuale trasmette un messaggio ai cittadini, soprattutto durante delle settimane in cui tutti aspettavano delle risposte. Quando su Twitter, uno dei fondatori di YouTrend Lorenzo Pregliasco annunciava i ritardi di Conte i commenti erano tantissimi e tutti si dimostravano spazientiti e scocciati. 
E ammetto che questa cosa indisponeva anche me. Aspettavamo tutti notizie, novità, aggiornamenti su sviluppi riguardanti un lockdown che ci ha privato per settimane delle nostre libertà.

Il premier Giuseppe Conte in una delle sue dirette Facebook

L’agonia delle dirette lombarde

Anche Regione Lombardia non si è dimostrata quasi mai puntuale con i punti stampa pomeridiani. 10-15 minuti di ritardo di media e bollettini che venivano comunicati al termine delle conferenze per tenere incollati i cittadini alla diretta fino all’ultimo e non perdere spettatori. Un meccanismo estenuante che è stato recentemente corretto: i bollettini infatti da qualche giorno vengono diffusi nelle pagine social e nel sito di Lombardia Notizie per non costringere i cittadini a seguire quelle lente e talvolta propagandistiche conferenze stampa di Gallera & Co. Nei primi giorni dell’emergenza alle 17/17.30 mi collegavo su Facebook o su SkyTg24 in attesa del bollettino lombardo e si trattava spesso di un’estenuante e lunga agonia. Parole, parole, parole e pochi dati. Moltissime immagini sui “successi” della Regione Lombardia per spostare l’unica cosa che interessava a cittadini verso la fine della diretta.

L’assessore lombardo al Welfare Giulio Gallera e il Presidente della Regione Lombardia Attilio Fontana durante una conferenza stampa di aggiornamento sulla situazione Coronavirus nel Palazzo Lombardia. ANSA / Marco Ottico

Il Veneto puntuale

Poi la svolta. L’8 marzo, in vista dell’inizio del lockdown, ho deciso di tornare nella mia regione di nascita, il Veneto, e non mi aspettavo ciò a cui poi avrei assistito. Mi dicono: «Zaia parla ogni giorno alle 12.30». Dopo l’esperienza maturata grazie alla coppia Fontana-Gallera e a Conte, penso: «Inizierà a parlare alle 13.15». Una chance a Zaia però ho deciso di darla e alle 12.29 di un giorno di marzo ho deciso di sintonizzarmi sul canale 13 della mia tv. L’edizione del tg improvvisamente si è interrotta. La linea passa alla sede dell’Unità di crisi di Marghera (VE) e alle 12.30 è comparso il governatore Zaia. «Buongiorno a tutti – dice – passiamo subito al bollettino di oggi». Non ci credevo. Puntualità, chiarezza e pochi fronzoli. Un tipo di comunicazione che è piaciuta ai cittadini perché andava nella stessa direzione del lavoro fatto dalla sanità veneta.

Il governatore del Veneto Luca Zaia durante uno dei punti stampa delle 12.30 dalla sede dell’unità di crisi della Protezione Civile di Marghera (VE)

La puntualità infatti, non è solo una questione di orari. È qualcosa di più. È serietà, è rispetto, è un modo di comunicare. Ed è sicuramente soltanto una coincidenza che la regione che ha brillato per rispetto degli orari e chiarezza comunicativa, sia anche quella che ha saputo gestire meglio l’emergenza sanitaria. O forse non è solo un caso?

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