Cina e USA, un nuovo bipolarismo all’orizzonte

Da sempre il mondo conosciuto si trova sotto una determinata sfera d’influenza, molti segnali indicano come quella attuale sia in forte mutamento rispetto ai decenni passati

Scatto con il Presidente americano Donald Trump ed il corrispettivo cinese Xi Jinping, foto: © BRENDAN SMIALOWSKI / AFP

Correva il 1946, la Seconda Guerra Mondiale era appena terminata. Dalle sue ceneri sarebbe sorto un nuovo ordine mondiale che avrebbe dominato le relazioni politiche del globo per il trentennio a venire. Un bipolarismo era calato sul mondo. Oggi a causa dello sconvolgimento socio-economico causato dalla pandemia da COVID-19 si rafforzano le basi per la creazione di una nuovo ordine globale. In discussione sono le relazioni esistenti ed i rapporti futuri tra il dragone asiatico, la Cina, e l’alfiere occidentale rappresentato dagli Stati Uniti d’America.

Questa contrapposizione non è nuova: dall’insediamento della presidenza Trump, nel 2016, si assiste ad una guerra di natura economica tra i due. Il Taycoon newyorkese ha iniziato una battaglia a colpi di dazi doganali sulle merci asiatiche, al fine di rallentarne l’importazione e favorire il mercato interno americano, ancora in forte depressione a causa della crisi dei titoli sub-prime del 2008.

Escalation

In queste settimane assistiamo ad un’escalation di natura politica nelle relazioni diplomatiche. Il Presidente americano, ostinatosi ad affibbiare la natura ed il propagarsi della pandemia odierna alla cultura e alla politica cinese ha posto di fatto un nuovo punto di svolta diplomatico con il dragone asiatico.

Il 21 Giugno 2020 è stato fissato un’ultimatum di chiusura all’Ambasciata cinese di Houston, Texas, in quanto sospettata di essere un hub per le spie cinesi nel paese. I funzionari dell’ambasciata cinese sono stati visti bruciare documenti sul retro dell’edificio, intenti a distruggere qualsiasi prova del loro operato. Ciò avviene dopo che da svariati mesi l’FBI pone sotto torchio ricercatori universitari cinesi in America. Sospettati di essere membri del People’s Liberation Army, l’apparato delle forze armate della Repubblica Popolare Cinese. In tutta risposta alla chiusura della sede diplomatica è stato posto un’ordine di chiusura nei riguardi della Missione americana a Chengdu (capoluogo della provincia sud-occidentale di Sichuan).

Un nuovo smacco a Washington

La contro-risposta americana, messa in atto dai vertici della Casa Bianca, è stata ancora più significativa ed ha segnato un nuovo smacco nelle relazioni tra i due paesi. Il Segretario di Stato Mike Pompeo ha tenuto un discorso all’interno della Nixon Library a Yorba Linda, in California. Questo ambiente non è considerato una semplice biblioteca, ma il luogo ove il Presidente Nixon aprì le porte alla diplomazia cinese nel 1972.

Le parole utilizzate dal Segretario di Stato, unitamente al luogo prescelto per la conferenza stampa, sanciscono il pieno fallimento dei piani politici proposti dall’allora presidente Nixon.

Citando: “the free world must Triumph over this tyranny”; ed ancora “combatting the grip of the Chinese Comunist Party in the mission of our time”. Il discorso di Pompeo sancisce ufficialmente quale sia l’interesse futuro della politica estera americana, o per lo meno gli interessi di questo Gabinetto. Con toni che ricordano quelli del maccartismo degli anni ’50, gli Stati Uniti si stanno preparando ad una guerra su più fronti con la Cina.

A favore di questa tesi gli USA si apprestano, dopo oltre quarant’anni, ad inviare un esponente governativo a Taiwan. Il fatto è sorprendente, ed inclinerà ulteriormente le relazioni tra i due paesi. L’isola di Taiwan si dichiara indipendente, e tale viene considerata dagli USA, tuttavia la Cina rivendica supremazia su di essa; ciò fa sì che gli esponenti internazionali si tengano alla larga da questa disputa al fine di non irritare il dragone. Di fatto assistiamo ad uno scontro che non presenta la probabilità di degenerare in scenari di guerra. Ciononostante il conflitto del XXI sec. conosce decine di altri modi per svilupparsi.

Nuovi scenari: Medio Oriente e Africa

Gli scenari di scontro sono diventati molteplici rispetto al 1974, anno dell’ingresso cinese nella sfera delle relazioni diplomatiche occidentali. Ciò grazie ad un balzo in avanti a livello economico e di un incremento di potere che ha avuto ricadute su scala globale. La Cina si è creata una stabile e crescente zona d’influenza. Non basata sulla guerra ma sul denaro, che muovendosi in modo meno esplicito e più subdolo è riuscito a garantire al paese costanti incrementi di potere, ricchezza ed influenza.

Primo fra tutti si assiste ad un crescente disinteressamento da parte americana per le questioni mediterranee nonché per quelle Africane; a partire dalla ritirata statunitense dal territorio siriano nel 2019; al disimpegno di truppe in Afghanistan ed in Germania. Seppur vero che l’influenza americana rimane salda nel continente europeo, non si potrà dire altrettanto per i continenti adiacenti.

Ipotizzo che la delega della sicurezza potrà essere affidata allo stato di Israele, come favore di cambio dopo la proposta di pace, presentata dal presidente americano Trump, riguardo la questione palestinese. Progetto di pace che trova negli Stati Uniti gli unici sostenitori all’interno dell’ONU.
In Africa la presenza americana é ininfluente rispetto alla forza del capitale cinese che fluisce nel continente. Forbes stima che siano stati già investiti 300 miliardi di dollari.

Diplomazia e denaro

La pandemia globale ha inoltre rivelato definitivamente quanto i tentacoli asiatici siano presenti nelle stanze dei bottoni delle Organizzazioni Internazionali, e quanto mirino ad influenzarne le decisioni.
Entrambe le superpotenze fanno parte del Consiglio di Sicurezza dell’ONU. Ciò permette all’una o all’altra di impedire una qualsiasi risoluzione proposta dal Parlamento delle Nazioni Unite, o da un’altro stato membro del Consiglio di Sicurezza. Creando una generale situazione di stallo sulle questioni conflittuali.

Inoltre, a seguito delle risposte date dall’attuale Presidente della World Health Organization, di nazionalità etiope Tedros Adhanom, riguardo gli interrogativi sull’indagine della propagazione del virus e le tipologie di risposte per fronteggiarlo, sono sorti dubbi riguardo la sua imparzialità. Infatti Adhanom è stato restio nel criticare la Cina riguardo al silenzio imposto dalla catena di comando sulla presenza di una nuova malattia infettiva. Ciò deriva probabilmente, come riportato anche da Politico, dalla sempre maggiore dipendenza economica dell’Etiopia dalla Cina. Il Dragone negli ultimi anni ha pagato gran parte del debito della nazione africana e finanziato progetti e prestiti per miliardi di dollari.

World Health Organization (WHO) Director-General Tedros Adhanom Ghebreyesus . (Foto di FABRICE COFFRINI / AFP via Getty Images)

Cambio di obiettivi

L’abdicazione degli Stati Uniti dal trattato sul nucleare iraniano, il ritiro dall’accordo di Parigi sulla riduzione delle emissioni di gas inquinanti, il ridimensionamento della spesa militare destinato alla NATO. Sono tutti fattori che alleggeriscono la presa diplomatica statunitense nell’arena internazionale. Gli Stati Uniti abbandonano le relazioni che non sono più utili alla sua politica estera, rendendo sempre più chiaro che gli interessi d’oltre oceano non si trovano più così radicati nel vecchio continente. Puntano piuttosto ad oriente.

Negli ultimi anni abbiamo assistito ad un incremento dell’azione militare nei mari orientali. A partire dalle varie minacce lanciate dalla Corea del Nord con test missilistici non autorizzati e spostamenti di truppe dal nord al sud del paese. Fino alla distruzione del palazzo per la diplomazia tra la Corea del Nord e quella del Sud. Seppur la Corea del Nord non sia la Cina, i forti legami politici tra le due nazioni sono indiscutibili. Ed è persino ipotizzabile che le mosse nordcoreane siano state architettate di concerto con la Cina, come un test per sondare il comportamento degli americani ed alleati nei mari orientali.

Il Mar cinese

Nel frattempo la United States Seventh Fleet, stanziata nell’Oceano Pacifico pattuglia con progressivo interesse il Mar Cinese, dove risiede il seme della discordia tra le due potenze. E’ infatti da alcuni anni che la Cina tenta di trasformare atolli inabitabili in vere e proprie isole che possano fungere da basi navali per la flotta militare cinese, di supporto a quella mercantile. Ciò crea seria preoccupazione alla Casa Bianca. Il dragone si appresta a rivendicare la supremazia su questi nuovi territori al fine di costituirvi una Zona Economia Esclusiva. Tutto ciò genera un forte contenzioso internazionale sulle acque territoriali dei paesi affacciati su questo mare.

Attuale contesa delle acque internazionali nel Mar cinese, foto: Analisidifesa.it

Seppure la Corte internazionale di arbitrato dell’Aia nel 2016 abbia definito «senza basi» le rivendicazioni cinesi su quasi il 90% del Mar Cinese meridionale, la Cina non sembra rallentare nei suoi intenti. Gli Stati Uniti nel frattempo, grazie alla paura condivisa con Filippine e Indonesia, sembrano migliorare le relazioni con questi due paesi.

Tuttavia la situazione è dicotomica, questi paesi asiatici hanno necessità di entrambe le superpotenze per sopravvivere ed accrescersi. La Cina garantisce un costante afflusso di capitali, mentre gli USA pongono un freno all’ingerenze cinese nell’area.

Una guerra molto fredda e molto silenziosa

Al momento, anche a causa della Pandemia da COVID-19, la situazione sembra abbastanza stabile. E’ pressoché sicuro che essa non troverà modo di evolversi in uno scontro armato tra le due superpotenze per il controllo dell’area, o più in generale per la supremazia ed influenza globale. Questo processo sarà lento, basato su fondamenta che sono in lento divenire. Di certo la presidenza Trump non ha fatto altro che rendere più difficoltose le relazioni internazionali degli Stati Uniti d’America, incrementando la sfiducia globale. Mentre la Cina, qualora riuscisse a mettere in cantiere il progetto della Belt and Road initiative, si troverebbe ad possedere una rilevanza economica significativa fin dentro i confini europei, senza troppe difficoltà.

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