Il motorsport è pericoloso

Pierre Gasly ricorda il suo amico Anthoine Hubert, scomparso un anno fa alla curva del Radillon a Spa, durante una gara di Formula 2.

Il motorsport è pericoloso. Per gli spettatori più distratti magari una novità, una sorpresa. Abituati al dogma della sicurezza che ha fatto tantissimi passi avanti negli ultimi anni. Sì, giustissimo. Ma poi qualcosa di terribile accade e allora si deve scendere a compromessi con l’ineluttabilità del destino. I piloti sono i fatalisti per eccellenza, lo hanno sempre dimostrato. E non c’entra nulla l’epoca in cui si corre, che siano gli anni ’50 o gli anni ’20 del XXI Secolo. La pasta del corridore è sempre quella. Lottare fino alla fine e dimenticarsi che tra la vita e la morte a volte passa una linea sottilissima.

Juan Manuel Correa ricorda Hubert. Anche lui ha lottato tra la vita e la morte dopo l’incidente dell’anno scorso. Lui ce l’ha fatta, ma combatte per ristabilire la sua gamba sinistra.

Ce lo ha ricordato Anthoine Hubert, ultimo caduto sul campo dello sport a quattro ruote scoperte. Ce lo hanno ricordato Pierre Gasly, suo grande amico, e Juan Manuel Correa che ancora lotta per uscire da quel tremendo incidente con entrambe le gambe. Per continuare a inseguire quel sogno che si è portato via il giovane francese pieno di speranze. Così come lo era il suo connazionale Jules Bianchi che non ha avuto tempo di conquistare i risultati che adesso sta cercando di raggiungere Charles Leclerc. Il suo figliastro sportivo. Il suo erede naturale.

I disperati soccorsi a Jules Bianchi. Era il GP del Giappone 2014. Il francese morirà il 17 luglio del 2015.

Bianchi vent’anni dopo Ayrton Senna. Quella del campionissimo brasiliano aveva rappresentato l’ultima morte in Formula 1. Molti azzardavano l’ipotesi che quello sarebbe stato l’ultimo evento luttuoso dello sport. Ingenuamente. La sicurezza dei circuiti e, soprattutto, delle monoposto, è sicuramente migliorata ma non sarà mai abbastanza. E’ triste ammetterlo ma è così. E forse serve anche a trasmettere un ulteriore senso di epicità a questo sport, e al lavoro che fanno questi piloti. Sempre e comunque cavalieri del rischio. Ieri come oggi.

La paurosa caduta di Maverick Viñales senza freni nel Gran Premio di Stiria di MotoGP

Per non parlare del mondo a due ruote. I rischi sono giganteschi. I motociclisti possono sembrare incoscienti, ma alla morte nessuno ci pensa. Tutti sono d’accordo che se si comincia a pensare di poter morire allora quello è il momento di cambiare mestiere. Lucida follia. Certo è che Maverick Viñales sarà stato attraversato da questo pensiero. Fosse solo per una frazione di secondo. Quella in cui ha deciso di buttarsi dalla sua Yamaha priva di freni per evitare il peggio. Una freddezza da applausi.

Una frazione di secondo che ha salvato lui e Valentino Rossi da una carneficina solamente una settimana prima. Quando le moto di Zarco e Morbidelli hanno sfiorato le due Yamaha ufficiali a 200 all’ora. Sarebbe stato un disastro allucinante che la sorte ha evitato. E’ andata bene. Ma si può dire solo “per fortuna“. Non c’è altro. La fortuna di essere in un posto e non in un altro. Si può risolvere aumentando la sicurezza, ma solo dopo che si è sbattuta la testa su un fatto. Ed è quasi sempre troppo tardi.

Così ci si rende spettatori non più di uno spettacolo sportivo ma del destino che fa il suo corso, seppur triste e macabro. E agli altri non rimane altro che ricordarsi che il Motorsport è pericoloso. Stagliarsi nella mente questo ritornello per un po’, finché fa male. Poi sotterrare tutto. Ricominciare come se non fosse successo nulla. Con un cinismo grezzo e freddo che però serve a proteggersi dalle tragedie.

Piloti, che gente…

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