Luglio, agosto, settembre neri. L’estate sprecata dal governo

La lunga serie di scelte sbagliate del Presidente del Consiglio e del Commissario straordinario, Domenico Arcuri, durante la tregua estiva dall’emergenza Covid. E ora la situazione è critica

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Foto: Twitter Giuseppe Conte

A fine luglio il New York Times scriveva del modello italiano nel contenere l’emergenza del Coronavirus. Il primo Paese europeo a essere investito dalla furia del Covid-19 era stato anche uno dei primi a uscirne, regalando ai suoi cittadini un’estate tutto sommato tranquilla. Tuttavia, da agosto in poi, la crescita dei contagi è ritornata costante sui bollettini della Protezione Civile. Con un andamento che, nelle ultime settimane, è diventato vicino all’esponenziale. E, sebbene di seconda ondata si parli da mesi, il governo non ha rispettato le disposizioni necessarie per arginare l’aumento delle infezioni, che ora inizia a ripercuotersi pesantemente su ricoveri e decessi.

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Le terapie intensive non sono raddoppiate, Conte mente

Le terapie intensive sono più che raddoppiate” annuncia in pompa magna il Presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, in occasione della conferenza stampa per il varo del DPCM dello scorso 18 ottobre. Conte mente apertamente, senza che nessuno dei giornalisti presenti glielo faccia notare durante le domande. I posti letto in terapia intensiva sono stati infatti aumentati soltanto del 30% rispetto all’incremento previsto cinque mesi fa nel Decreto Rilancio. Al 9 ottobre, su un totale pre-Covid di 5.179 posti in terapia intensiva, ne erano stati aggiunti 1.259, un terzo rispetto ai 3.500 previsti dal governo. E soltanto tre regioni, Veneto, Valle D’Aosta e Friuli, soddisfano ad oggi lo standard di 14 TI per 100mila abitanti. Il 19 ottobre, Alessandro Vergallo, presidente di Aaroi-Emac, il sindacato degli anestesisti e rianimatori, dichiara che “sono circa 1.500 i nuovi posti in terapia intensiva reali”.

Tant’è che il 2 ottobre, il Commissario straordinario per l’emergenza, Domenico Arcuri, annuncia al Sole 24 Ore il lancio di un bando veloce per aggiungere 3.443 nuovi posti letto nei reparti di terapia intensiva. I lavori per l’implemento, afferma Arcuri nella stessa occasione, “partiranno a fine ottobre”. Nel frattempo, però, la crescita quotidiana dei ricoverati in terapia intensiva negli ospedali italiani si è fatta esponenziale, sforando, al 25 ottobre, quota 1.200. Un dato analogo a quello del 12 marzo scorso, un giorno dopo essere l’inizio del lockdown nazionale. All’epoca, con il Paese in quarantena, la curva dei ricoverati gravi aveva continuato a salire per circa 25 giorni.

Mancano i medici

“Al 9 ottobre risultano assunti 33.857, quasi tutti con contratti a termine”, dichiara Filippo Anelli, presidente dell’Ordine dei Medici, a ilfattoquotidiano.it. Lo stesso Anelli chiede di sbloccare subito il concorso per 14.500 specializzandi, fra cui circa mille anestesisti. Anche qui, i numeri non tornano. Delle 9.300 nuove assunzioni previste nei reparti di terapia intensiva, il 20 ottobre ne risultavano realizzate solamente 6.628. Mancano soprattutto anestesisti e rianimatori. Ma non basta. I medici e personale ‘reclutato’ in questi mesi, sono andati “perlopiù a rimpiazzare il personale andato in pensione“, sottolinea il segretario nazionale dell’Anaao, Carlo Palermo.

La legge di bilancio per il 2021 stanzia 4 miliardi di euro per la sanità e prevede ulteriore 30mila assunzioni. Il problema sono però, ancora una volta, i tempi: i medici servono ora. Un ritardo cronico, confermato anche dal bando per l’assunzione di 1.500 medici e 500 amministrativi, lanciato dal governo il 24 ottobre. Lo stesso giorno arriva la notizia che la Regione Lazio ha deciso di richiamare anestesisti e rianimatori in pensione, a partire da lunedì 26 ottobre.

I mezzi pubblici non bastano

Sulle defezioni in tema Covid, il governo è in buona compagnia. Il caos riguardante il Tpltrasporto pubblico locale -, è infatti la prova dell’inadeguatezza anche delle gestioni locali, dai sindaci alle regioni. Il limite di riempimento per i mezzi pubblici fissato dal governo è dell’80%. Questo significa che, con il rientro dei fuori sede in città e l’inizio dell’anno scolastico, occorreva necessariamente implementare le corse, per evitare resse e affollamenti. Oltre a prevedere ingressi e uscite scaglionati nelle scuole, previsti già dal 26 giugno scorso, con l’approvazione del Piano scuola.

Quali risultati sono stati raggiunti a riguardo? Ben pochi. Il Tpl registra carenze diffuse in tutte le maggiori città italiane: basti pensare che a Roma, stando ai dati citati da Repubblica, a ottobre di quest’anno hanno viaggiato 1.429 vetture, 29 in meno delle 1.458 presenti a ottobre del 2019. A Firenze, Milano, Napoli, Genova e altre metropoli, rispettare i distanziamenti nelle ore di punta è utopia.

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Sul lato scuola, invece, dati non ce ne sono. L’ANP, associazione che riunisce i presidi italiani, e il Ministero dell’Istruzione non hanno numeri precisi di quanti istituti abbiano adottato orari scaglionati. Ma c’è da pensare che non siano molti i casi di scuole che, fin dalla riapertura, hanno organizzato ingressi e uscite diversificate per evitare assembramenti. Un esempio in tal senso? La Regione Lombardia, la più colpita dalla pandemia, ha dichiarato di valutarel’opzione il 14 ottobre, un mese dopo l’inizio dell’anno scolastico.

Foto: Facebook Atac

Il sistema di testing e tracing è saltato

A proposito di scuola, persistono grandi incognite riguardo all’incidenza del ritorno degli studenti in aula e l’aumento dei contagi. Anche in questo caso, il governo e il Ministero competente hanno commesso il grave errore di non avviare il monitoraggio dei contagi sin dal primo giorno di scuola. Lo hanno fatto, in modo autonomo e gratuitamente, Lorenzo Ruffino, studente universitario a Torino, rivelatosi una delle fonti più attendibili in termini di dati relativi alla pandemia, e Vittorio Nicoletta.

In assenza di statistiche a conferma o a smentita, la scelta di chiudere le scuole non può essere considerata né una decisione giusta né sbagliata. È plausibile che un effetto amplificatore dei contagi si sia verificato, a seguito del ritorno degli alunni in classe. Dall’ultimo monitoraggio ufficiale del Ministero dell’Istruzione, i contagi nelle scuole sono il 3,5% del totale nell’ultima settimana. In diminuzione rispetto a quella precedente, molto probabilmente proprio per le difficolta riscontrate nel sistema di tracciamento.

Stando così le cose, ha dichiarato il virologo Andrea Crisanti a StartupItalia lo scorso 16 ottobre, la didattica a distanza “è un provvedimento alla cieca”. Secondo il professore dell’Università di Padova, infatti, l’unico modo per essere certi dei contagi nelle aule era effettuare test rapidi e decidere in base ai risultati.

Scuole a parte, il sistema di testing e tracing italiano è ormai saltato. Nelle ultime quattro settimane, i tamponi effettuati sono cresciuti del 43%, mentre l’incremento dei casi è stato del 284%, sei volte e mezzo più veloce. Non è un caso che a Milano l’ATS abbia comunicato di non riuscire più a tracciare tutti i contagi. Invitando quindi chi sospetta di avere avuto un contatto a rischio di restare a casa.

È l’ennesimo fallimento dell’accoppiata governo Conte Arcuri. Potenziare il sistema di test e tracciamento, unico modo di individuare in tempo i focolai e circoscriverli, era infatti una delle promesse del governo, che ad agosto aveva chiesto proprio a Crisanti di formulare un “Piano nazionale di sorveglianza“. Piano, che avrebbe consentito di quadruplicare il numero di tamponi, effettuandone fino a 400mila al giorno, attraverso la realizzazione di 20 laboratori capaci di effettuare quotidianamente 10mila test e altri 20 laboratori mobili con capacità di 2000 tamponi ogni giorno. Un progetto finito presto nel dimenticatoio.

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Nella giornata del 25 ottobre, il tasso di positività fra i positivi e i tamponi effettuati ha raggiunto il 13%, segno che la capacità di tracciare e testare è fuori controllo, come già sottolineato dal presidente della Fondazione Gimbe, Nino Cartabellotta. Inoltre, la quota di 160/180mila tamponi quotidiani complessivi sembra essersi stabilizzata da un paio di settimane, a testimonianza della saturazione del sistema adibito all’effettuazione e analisi dei tamponi. Per non far mancare l’immancabile pezza, qualche giorno fa lo stesso Arcuri ha quindi dichiarato che l’Italia raddoppierà i tamponi entro due mesi.

Oltre al fatto che ora è probabilmente troppo tardi per rimediare alle falle avute finora nel sistema, è tutt’altro che scontato che questo ‘raddoppio’ dei test sarà possibile. Secondo Federlab Italia, una delle principali associazioni di categoria dei laboratori di analisi cliniche, gli impedimenti sono diversi. Scarseggiano i reagenti, spiega il presidente Gennaro Lamberti, e i centri analisi non sono organizzati a sufficienza. Disorganizzazione che si presenta anche nelle fasi di accettazione e refertazione, impedendo risposte veloci e rapidi ai sospetti contagiati.

No al MES, scelta politica e incapacità

“I soldi del Mes sono prestiti, non possono finanziare spese aggiuntive, si possono coprire spese già fatte in cambio di un risparmio d’interessi. Va a incrementare il debito e quindi va coperto. C’e’ un rischio, lo ‘stigma’, non quantificabile: SURE l’hanno preso una decina di Paesi, il MES nessuno“. Con queste parole, lo scorso 18 ottobre il premier, Giuseppe Conte, liquida la questione MES. È la stessa conferenza stampa in cui afferma impudentemente che i posti in terapia intensiva sono stati più che raddoppiati. Cambia l’argomento, ma la sostanza è la stessa: una bugia.

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Che all’Italia i soldi del MES convengano lo sa bene anche Conte: con le nuove disposizioni, il Fondo salva stati può arrivare a finanziamenti pari al 2% del PIL, ovvero i famosi 36 miliardi. L’unico obbligo è impiegarli in spese legate all’emergenza Covid. Sono fondi che all’Italia, per tutti i motivi discussi sopra, servono, eccome. E raccoglierli attraverso il MES costerebbe all’Italia meno che andarli a cercare da sola sul mercato. Come riportato dal Foglio, il prestito del Fondo salva Stati sarebbe erogato a un tasso pari quasi allo zero. L’alternativa sarebbe emettere titoli di Stato della stessa somma complessiva, con durata decennale. Stando alle ultime aste, il tasso di interesse si aggira all’1,8%. Risultato? Una spesa annua aggiuntiva di circa 600 milioni, per un totale di 6 miliardi.

In più, il motivo di chi rifiuta l’utilizzo del MES – fra cui lo stesso Conte -, ossia “se non lo vuole nessuno, un motivo ci sarà”, cade di fronte ai numeri. Legato a questo argomento, c’è la motivazione dello “stigma”. Secondo la quale, accettare il Fondo equivale a mettersi in cattiva luce sui mercati. Tuttavia, questa considerazione non tiene conto delle singole situazioni dei vari Paesi. L’Italia è la nazione che, più di chiunque altra, gioverebbe dal ricevere i finanziamenti. Poiché, sia per l’entità del finanziamento, legata al PIL prodotto, sia per il differenziale fra i tassi di interesse, riceverebbe dal Fondo salva Stati il guadagno più alto. La Grecia, avendo un PIL molto più basso di quello italiano, ne trarrebbe un finanziamento molto minore. Dal canto loro, Francia, Germania e Spagna sono invece in grado di raccogliere risorse a un tasso di interesse simile o inferiore a quello del MES.

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Foto: Twitter Alfonso Bonafede

Allora, la vera motivazione dietro il rifiuto di un vantaggio evidentemente conveniente è di natura politico-ideologica. Il “no” al Fondo salva Stati è uno degli ultimi baluardi pentastellati ancora in piedi. Il Movimento, sperimentato il fallimento di quasi tutti i propri vessilli politici, si aggrappa all’opposizione al MES come l’estremo tentativo di richiamare la sua identità. Per Conte, forzare la mano su questo tema potrebbe quindi voler mettere a rischio l’esistenza stessa dell’esecutivo, che oggi si regge su una maggioranza risicata.

Sorge, infine, un’ultima ragione sulla decisione di non adottare i finanziamenti del Fondo. Vale a dire una diffusa incompetenza del governo nel riallocare le risorse finanziarie nei posti giusti. Siamo sicuri che, soldi in mano, il governo sappia come utilizzarli? In attesa di una risposta, a metà fra il pleonastico e l’impossibilità di averla, l’Italia è finita di nuovo nell’occhio del ciclone dell’emergenza sanitaria da Coronavirus. E, causa la mancanza di prevenzione, l’inadeguatezza delle risposte messe in campo e l’aumento vertiginoso dei contagi, ora la situazione è seria. E quasi certamente richiederà misure stringenti molto simili a quelle già viste.

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