Nel frattempo i migranti nel Mediterraneo continuano a morire

Molte parole a terra, poche braccia in mare: il governo della discontinuità si è dimenticato ancora una volta dei morti in mare.

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Joseph aveva sei mesi, ed è morto mercoledì 11 Novembre durante il naufragio del suo barcone, nel tentativo di attraversare quel tragico mare che è il Mediterraneo con sua madre Johanna, una donna originaria della Guinea Conakry, uno dei paesi più poveri dell’Africa Occidentale. L’open Arms, già in missione nel Mediterraneo, ha ricevuto una richiesta di intervento da Frontex, l’agenzia europea che si occupa di controllare e gestire le frontiere esterne, e si è recata in loco in circa un’ora. Nel frattempo però il fondo del barcone sul quale viaggiavano più di cento migranti ha ceduto e Joseph è scivolato in acqua dalle braccia della madre. 

Una volta recuperato dai soccorritori, le sue condizioni appaiono fin da subito critiche. Joseph, nonostante le cure, muore a soli sei mesi, per un arresto cardiaco. Insieme a lui nel naufragio perdono la vita altre 5 persone. Il giorno successivo un secondo barcone affonda al largo di Khums, in Libia, causando la morte di altri 74 migranti. Poche ore dopo Medici senza frontiere certifica la morte di almeno altri venti naufraghi a Sorman, dove sopravvivono solo tre donne soccorse da pescatori libici.

Quattro anni fa, a inizio 2016, c’erano 12 navi Ong che salvavano vite in mare; ad oggi, novembre 2020, Open Arms è l’unica imbarcazione di ricerca e salvataggio presente nel Mediterraneo.

Viene dunque da chiedersi: dove sono oggi quelle navi che il ministro degli esteri italiano Luigi Di Maio ha denominato taxi di mare? Proviamo a rintracciarle.

La Sea-Watch 4 è bloccata a Palermo da settembre per un fermo amministrativo. Tale fermo è dovuto a due motivazioni: la presenza di un numero troppo elevato di giubbotti di salvataggio” e “l’aver trasportato un numero di persone superiore rispetto a quello per cui la nave è certificata”. Motivazioni ambigue dato che si tratta di operazioni di emergenza. Il diritto internazionale impone di soccorrere chiunque si trovi in pericolo in mare e il salvataggio di vite è un obbligo morale che a volte sorvola sulle norme regolatrizzatrici più stringenti. 

La Sea-Watch 3 subisce da luglio l’obbligo di fermo da parte del governo italiano nel porto spagnolo di Burriana. Stessa sorte per la Ocean Viking bloccata lo stesso mese a Porto Empodocle, in Sicilia, perché «ha trasportato un numero di persone superiore a quello riportato nel “Certificato di Sicurezza Dotazioni per nave da carico”».

Alan Kurdi, la Ong tedesca che prende il nome del bambino curdo annegato nel 2015 in Turchia, è ad Olbia dal 25 settembre scorso, sottoposta anch’essa a fermo amministrativo dalla Guardia Costiera italiana. La nave Mare Ionio si trova invece bloccata nel porto di Pozzallo, impossibilitata a ripartire alla volta del Mediterraneo Centrale, a causa del mancato riconoscimento dello status di imbarcazione per il salvataggio in mare.

Complessivamente tra la fine del 2019 e il 2020 il governo Conte 2 ha bloccato 6 navi e un aereo della flotta civile. Ora non si chiudono più i porti, almeno non alle organizzazioni italiane, ma in maniera più precisa, studiata e sistematica il governo italiano blocca i soccorsi in mare adducendo a futili motivi perlopiù di carattere amministrativo.

Come possiamo pensare dunque, anche solo per un istante, che i decessi di Joseph e dei 900 migranti morti in mare da inizio 2020 ad oggi siano solo delle tragiche fatalità? Il soccorso in mare è divenuto uno stigma, le ONG sono criminalizzate da una comunicazione politica satura e ridondante, mentre l’Europa è imbrigliata da anni in negoziazioni sulle operazioni di soccorso congiunte che si risolvono in un nulla di fatto.

Nel caso prettamente italiano poi, è giusto ricordare qualche lungimirante decisione. Le politiche migratorie promosse dal nostro paese, ad esempio da questo governo, che non ha nei fatti cambiato rotta rispetto alla fase in cui Salvini dettava legge in materia d’immigrazione. Gli accordi con la Libia intrapresi a partire dal 2017 con il Memorandum d’Intesa firmato dal governo Gentiloni, con il quale l’Italia si è impegnata «a fornire supporto tecnico e tecnologico agli organismi libici incaricati della lotta contro l’immigrazione clandestina» rafforzati proprio a luglio di quest’anno con ulteriori finanziamenti a una Guardia Costiera Libica che l’Onu ha sanzionato per traffico di esseri umani.

Ma ancora, l’idea di Minniti, mai ritrattata, di trasformare una questione umanitaria in un problema di sicurezza. Le pressioni italiane nei confronti di stati terzi per richiedere il ritiro della bandiera alle navi di soccorso. L’introduzione del divieto di accesso alle acque territoriali e ai porti italiani per i mezzi delle Ong con relative sanzioni economiche. Il ricorso sproporzionato ad attività di controllo ispettivo e il frequente sequestro delle imbarcazioni. Infine, ma non per importanza, la continua campagna di delegittimazione che rischia di assimilare l’attività di soccorso a un’attività illegale.

Questo mix fatale condanna alla morte migliaia di vite umane e contribuisce da anni a rendere il Mediterraneo un cimitero di innocenti.

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Migranti attendono di essere soccorsi dalla Ong Open Arms nel Mediterraneo

Il senso di sorpresa e fatalità che le testate giornalistiche hanno trasmesso con le narrazioni del naufragio dell’11 novembre sono in contrasto con una realtà tutt’altro che sconosciuta alle forze politiche e a buona parte dell’opinione pubblica italiana e europea. La criminalizzazione delle organizzazioni non governative in Italia, ancor prima che su un piano pratico avviene su quello linguistico. Ne sono un esempio le storie sui migranti muscolosi e ben nutriti che ci rubano il lavoro, che guadagnano 35 euro al giorno. Le Ong colluse con i trafficanti o finanziate da ricchi ebrei allo scopo di destabilizzare gli equilibri europei. La lista potrebbe essere noiosamente infinita.

Il tutto divulgato attraverso slogan e un ultra-semplificata, ma evidentemente efficace, comunicazione. Se al giorno d’oggi un qualsiasi cittadino italiano riproducesse una di queste narrazioni, magari al supermercato o sul posto di lavoro, riceverebbe approvazione. Per sua natura il linguaggio determina sempre un certo comportamento sociale: queste idee sono ormai parte integrale del nostro tessuto sociale e l’abitudine alle stesse frasi ha cambiato il nostro pensiero.

Ma come può essere rilevante il problema migratorio oggi, quando l’Italia sta affrontando una pandemia globale da ormai 10 mesi? La diffusione del coronavirus ha contribuito a rendere le nostre società ancora più chiuse e impermeabili al rispetto dei diritti umani e all’accoglienza. Non solo, ha anche offerto un assist invidiabile a un certo tipo di propaganda per suonar nuovamente la carica a discapito delle Ong e delle loro attività.

Emblematico è l’appello lanciato in queste settimane da alcune amministrazioni regionali di centro-destra. La richiesta è diretta a medici e paramedici italiani impegnati nelle azioni di cooperazione sanitaria all’estero, quelli delle Ong per intenderci, affinché facciano ritorno in patria per aiutare i connazionali nell’emergenza pandemica. Sulla stessa scia si trovano le forti critiche che a febbraio sono state mosse da una consistente parte dell’opinione pubblica italiana e da Bruno Vespa in un video su Facebook alle Ong italiane, accusate di essere scomparse dai radar con l’emergenza Coronavirus in atto, mentre ai tempi delle “invasioni” dei migranti erano sempre in prima linea. 

A tal proposito è opportuno puntualizzare l’ennesimo errore di prospettiva politica, che evidenzia non solo la colpevole ignoranza dei fatti, ma una visione più che miope della stessa situazione epidemiologica. Fin dallo scoppio della prima ondata pandemica a febbraio 2020 i medici e paramedici delle Ong si sono messi per primi a disposizione del Sistema Sanitario Nazionale. A Codogno, a Milano, a Bergamo, a Foggia, o per strada, a dare una mano agli ultimi. Inoltre molte Ong, anche ad oggi, novembre 2020, sono impegnate quotidianamente a gestire gli effetti collaterali della pandemia: esclusione sociale, analfabetismo digitale e povertà educativa, problemi non meno gravi di quelli legati alla salute. 

Ci sono poi anche le dichiarazioni di Nello Musumeci, presidente della Sicilia, che ad agosto chiuse gli hot-spot di accoglienza migranti e impose il divieto di ingresso, transito e sosta nel territorio della Sicilia da parte di ogni migrante che raggiunga le coste siciliane con imbarcazioni di grandi e piccole dimensioni, comprese quelle delle Ong. Nel momento esatto in cui imponeva divieti ai migranti, tuttavia, venivano accolti nella stessa regione decine di migliaia di turisti provenienti dal Nord Italia e da tanti paesi esteri. 

L’Unione Europea è stata costituita sull’assunto di superare le differenze culturali tra francesi, tedeschi, spagnoli e greci. Oggi, quasi per paradosso, potrebbe crollare a causa della sua incapacità di gestire le differenze culturali tra europei e migranti provenienti dall’Africa e dal Medio Oriente. Ironia della sorte è stato proprio il successo dell’Europa nel realizzare un fiorente sistema multiculturale che ha attirato così tanti migranti. 

Ancor prima che essere risolto, il problema migratorio deve essere compreso. E affinché si possa capire il dramma dell’immigrazione è necessario che esso venga raccontato, non attraverso i filtri della retorica partitica che rende la tragedia solo lo spunto per dichiarazioni da campagna elettorale, ma in un modo completo, continuo e non ideologico. Per farlo è imprescindibile uscire dalla bolle di sapone in cui la cultura del benessere ci ha portati a vivere, rendendoci insensibili alle grida degli altri. Viviamo in un mondo globale, e volenti o nolenti le nostre vite sono intrecciate con quelle di persone che abitano dall’altro lato del pianeta. 

Non è affatto chiaro se l’Europa possa trovare un percorso intermedio che le consenta di mantenere le porte aperte agli stranieri senza farsi destabilizzare da coloro che non condividono i suoi valori. Se l’Europa riuscisse a trovare questo percorso, forse la formula potrebbe essere replicata a livello globale. Ma se greci e tedeschi non possono concordare su un destino comune, e se cinquecento milioni di ricchi europei non possono assimilare pochi milioni di miserabili rifugiati, quali possibilità abbiamo di superare i conflitti di gran lunga più seri che affliggono la nostra civiltà globale?

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