Se siete donne e mostrate i capezzoli andrà tutto malissimo

Troppo spesso, l’atto di mostrare il capezzolo femminile finisce con l’essere considerato osceno. Il risultato di un retaggio figlio di un bigottismo radicato e condiviso dalle piattaforme social, ma non solo. La questione ha coinvolto anche il gruppo musicale Måneskin. Per il lancio del loro nuovo album “Vent’anni”, la band decide di mostrarsi senza veli, facendosi fotografare nudi dal celebre fotografo Oliviero Toscani. Il loro messaggio di libertà, condivisibile o meno, ha destato da subito scalpore sul web, tanto da ottenere immediatamente la censura della foto su Instagram a causa del seno appena visibile dell’unica componente femminile del gruppo, Victoria.

La foto di Oliviero Toscani alla band Måneskin, che ha suscitato scalpore ed è stata rimossa da Instagram

All’apparenza, la differenza che divide un capezzolo femminile da quello maschile potrebbe sembrare minima. Ma, agli occhi delle norme di Instagram o Facebook, fra i due c’è un intero abisso. Lo stesso preciso abisso che separa un’immagine che puoi postare da una inappropriata che sicuramente verrà rimossa.

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Già nell’aprile del 2015 scoppiava la polemica sui social network, che avrebbe portato alla diffusione di una campagna “FreetheNipple” (la libertà di mostrare il seno). Lanciata in Svezia e sostenuta da donne provenienti da tutto il mondo, l’iniziativa rivendica la libertà di mostrare il seno femminile senza che sia necessariamente associato alla sessualità. Soltanto dopo mesi la polemica sarebbe stata presa in considerazione dall’amministratore delegato di Instagram, Kevin Systrom, il quale decise di chiarire le cause che spingono la rete web alla censura di un’immagine di parziale nudo femminile.

Systrom sostenne che Instagram sottopone le immagini a uno stretto controllo, per continuare a diffondere la propria applicazione sui dispositivi Apple. Sarebbe, dunque, l’azienda statunitense fondata da Steve Jobs la vera responsabile della censura, dal momento che detiene regole precise sulla diffusione di nudità di donne, al fine di garantire un servizio adatto ai minori di 18 anni. Se un’azienda di applicazioni, com’è Instagram, intende continuare la collaborazione con Apple, dovrà rispettare le sue ferree norme e censurare i suoi utenti.

L’affermazione di una società alimentata da un bigottismo imperante porta ad accettare la nudità solo in due momenti:

  • La sopravvivenza e dunque l’allattamento. Anche in questo caso, comunque, non sempre un seno nudo viene tollerato.
  • La soddisfazione. E parliamo in tal caso dei nudi da copertina o il porno.

Ci troviamo, ancora una volta, di fronte a una policy aziendale sessista che si è uniformata alla cultura patriarcale prevalente per ottenere consensi e sopravvivere. Assurda, svilente idiozia, che riporta il calendario pericolosamente indietro di decenni. Il nudo, di per sé, non è riconducibile al solo settore erotico, può esprimere metafore e idee artistiche che il più delle volte superano l’idea stessa di spoglio.

La nascita di Venere di Botticelli. Foto: Wikipedia

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Mostrare i capezzoli femminili è inteso come esecrabile, inenarrabile atto, in quanto potrebbe stimolare il desiderio sessuale maschile. Assistiamo, quindi, a un sistema di oggettivazione sessuale della donna da parte dell’uomo. Un sistema capace di innescare, nella maggior parte dei casi, problemi di sicurezza inerenti all’aspetto fisico e che possono portare, nei casi peggiori, a disturbi alimentari e disfunzioni sessuali.

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Ecco che diventa ancor più necessario scardinare l’idea di nudo femminile da una anormalità percepita di fondo, tanto malsana quanto dura a morire. Un individuo controlla il proprio corpo, non le reazioni altrui: queste vengono controllate solo da chi reagisce. Assecondare un sistema in cui la figura delle donne viene intesa come semplice oggetto di desiderio comporta una condizione di subalternità in cui a prevalere sarà il passivo, l’insufficienza.

L’intento è quello di affermare la differenza femminile, intesa come ricerca di valori nuovi e come assunzione storica da parte delle donne delle proprie identità di genere, per una totale trasformazione sociale. Se prima la parola chiave era emancipazione, a questo punto diventa liberazione. Fondamentale diviene allora il consenso. Solo quando esso sarà conquistato, potremmo insegnare la continuità, l’eredità di sapere cosa siamo oggi attraverso il “come ci siamo arrivati”.

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