La musica è tutto quel che ho

L’eredità di Pino Daniele è nei suoi dischi e nella ricerca artistica, che possono (e dovrebbero) rappresentare uno stimolo per i ragazzi che suonano e per il pubblico più giovane

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Pino Daniele ed Eric Clapton live a Cava De’ Tirreni nel 2011

Da Napoli verso gli Stati Uniti, passando per l’America latina, un salto in Africa e di nuovo in Europa. Le tappe della musica di Pinotto hanno toccato mezzo mondo, pur mantenendo intatta e ben chiara l’origine partenopea. Certo, stiamo parlando di un genio. Uno che, come racconta il maestro e compagno di palco Tullio De Piscopo, per scrivere un capolavoro di canzone come Viento ‘e Terra, ha impiegato una o due ore al massimo, dopo che i discografici gli avevano fatto notare che l’album, Vai mo’, era troppo corto per essere registrato e mancava di un brano. Il tutto in sede di registrazione.

La musica di Pino, con le sue mille influenze, è stata una formula vincente, diventando la colonna sonora di milioni di persone. Perché? Perché, innanzitutto, a milioni di persone i suoi dischi sono piaciuti e risultano di piacevole ascolto. Eppure, riprendendo ancora De Piscopo “la nostra musica non era di difficile ascolto, ma era istruttiva, poiché veniva da tanto studio“. Riuscendo ad arrivare a un pubblico vasto e, contemporaneamente, a educarlo.

E allora?

E allora oggi questo non succede quasi più. È raro trovare, nella maggior parte dei casi, ascolti che per i ragazzi possano essere uno stimolo ad appassionarsi alla musica. Approfondendo le origini culturali e artistiche di quello che sentono e, banalmente, mettendosi a studiare storia relativa a quel periodo. Aprendosi a nuovi stili, perché, magari, la canzone x dell’artista y ha influenze rock, blues, funk, soul, R’n’B, jazz, etniche, a cui iniziare a dare un orecchio. “Non c’è più la musica e noi vogliamo la musica”, afferma sempre De Piscopo.

Il fatto è che la musica c’è e i musicisti anche. E sono fenomenali. In diversi casi – spesso bellissimi -, la loro musica può non essere destinata a tutti e quindi si tratta semplicemente di scelte artistiche. Ma, e qui stanno i numeri e dunque il problema, una vasta parte dei più sentiti su Spotify negli ultimi anni non sanno cantare e non sanno suonare. Un fatto che esula – non sempre – dal tipo di musica che si fa, dagli strumenti utilizzati, eccetera. E soprattutto, è una questione non associata ai risultati ottenuti, ossia gli ascolti fatti, anzi, spesso è il contrario. Insomma, mancano le condizioni per la musica.

La musica c’è e i musicisti anche

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La domanda, più che chiedersi come si sia arrivati ad ascoltare chi non sa cantare, è: da dove iniziare per invertire la tendenza. Chi ha risposte certe alzi la mano. Forse, una promozione culturale locale, in grado di coinvolgere pubblico e musicisti giovani e bravi, aiuterebbe. Forse, sfruttare la condizione in cui basta un secondo per mettersi in cuffia gli album della maggior parte degli artisti di questo pianeta, anche. Forse, iniziare a valutare la possibilità che non tutti debbano e siano in grado di fare qualsiasi mestiere, fra cui il musicista, pure. Di certo, occorre curiosità e un po’ di impegno, ma ne vale la pena.

P.S.: diffidate dalle cover band.

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