Se questa è l’America

Mercoledì 6 gennaio migliaia di sostenitori di Trump hanno dato l’assalto al Congresso di Washington. In queste ore non si parla d’altro e in molti lo considerano un tentativo di colpo di stato. Ma cos’è successo esattamente? Come si è arrivati a tanto? E soprattutto: perchè?

assalto al Congresso
Capitol Hill, Washington. Immagine di Leah Mills, Reuters.

Per poter capire il grande l’assalto al Congresso e il grande caos di queste ore dobbiamo partire da lontano, dalle elezioni dello scorso 3 novembre 2020. Era il primo martedì del mese e, come ogni 4 anni, gli americani erano chiamati ad eleggere il proprio presidente, a rinnovare la Camera dei deputati e parte del Senato.

Dal principio

L’eccezionalità del contesto in cui milioni di americani si trovano oggi ha radici molto profonde, l’intera presidenza Trump ha rotto con le più accettate consuetudini politiche statunitensi. In occasione del voto dello scorso novembre la semina di questi quattro anni di presidenza ha dato i suoi frutti.

I ritardi nello spoglio delle cartelle elettorali hanno rappresentato, per una piccola (ma rumorosissima) parte dell’elettorato repubblicano, un sospetto di frode. Alimentati dalla massiccia macchina d’informazione repubblicana e dallo stesso presidente, questi sospetti si sono tramutati in certezze infondate.

In passato Trump aveva già utilizzato le accuse di frodi per superare i suoi insuccessi. Già 4 anni fa, in occasione della sconfitta contro Ted Cruz nelle primarie repubblicane in Iowa, disse che le elezioni erano state rubate. Pochi mesi dopo ripeté la stessa cosa quando emerse come Hilary Clinton avesse vinto il voto popolare nell’elezione presidenziale che rese Trump presidente degli Stati Uniti.

Il ritornello delle frodi elettorali non ha però mai trovato seguito e appoggio tra i suoi sostenitori. Non è facile individuare il motivo per cui durante questo ultimo tentativo la scusa delle elezioni truccate abbia funzionato. La pandemia, l’impennata della disoccupazione e la marcata polarizzazione della società hanno sicuramente contribuito.

I ritardi nello spoglio erano stati ampiamente previsti, ed erano legati alla grande quantità di voti espressi per posta. A causa della pandemia di Covid-19 la maggior parte degli stati ha permesso ai propri elettori di votare a distanza. Molti di questi stati non erano pronti, né tantomeno abituati ai procedimenti richiesti per la convalidazione di questi voti. Da qui i diffusi ritardi.

La politicizzazione del Coronavirus

Nei mesi precedenti alle elezioni del 3 novembre 2020, Trump e l’intero partito repubblicano hanno trasformato la lotta alla pandemia in una lotta politica.

Il presidente ha sottostimato e liquidato la pandemia più volte. Ha costretto i singoli stati ad affrontare in ordine sparso, ognuno con le proprie risorse, migliaia (oggi milioni) di malati. L’utilizzo o meno della mascherina è diventato un simbolo di appartenenza politica.

obbligo mascherine
L’obbligo di indossare la mascherine varia da stato a stato. Immagine del NYT.

Questa politicizzazione ha fatto passare il messaggio che non fosse necessario votare per posta. Per tanti repubblicani le lunghe file ai seggi non rappresentavano una possibilità di contagio. I democratici così hanno dominato il voto per posta, mentre i repubblicani quello di persona.

Stop the Count!

Le regole elettorali di molti Stati hanno imposto la precedenza di spoglio ai voti espressi di persona. Come da consuetudine, man mano che i network raccoglievano e pubblicavano i risultati (ancora parziali) dell’elezione, una vittoria repubblicana sembrava alla portata di Trump. Nel momento in cui gli stati iniziarono a conteggiare i voti per posta, il risultato è stato tuttavia “ribaltato”.

Uno dopo l’altro, diversi swing states hanno registrato nei giorni successivi la vittoria finale di Joe Biden.

Nelle ore che precedevano la fine dello spoglio, mentre cioè i democratici stavano “recuperando” voti, il presidente Trump ha coniato la ormai famosa espressione: Stop the Count! (fermate il conteggio).

I ricorsi

Nei giorni scorsi il comitato elettorale di Trump ha tentato in tutti i modi di ribaltare l’elezione di Joe Biden e Kamala Harris. L’entourage del presidente ha intentato oltre 60 cause legali, tra cui una presentata direttamente alla Corte Suprema (a solida maggioranza conservatrice). La massiccia operazione legale, accompagnata da una feroce campagna mediatica, però non ha dato i suoi frutti: tutte le cause sono state rigettate dai tribunali, e dalla Corte Suprema.

La certificazione del voto e la manifestazione di Trump

La legge statunitense impone alcune procedure burocratiche e formali per certificare il voto. Come da tradizione, quindi, il 6 gennaio il Congresso, riunito in seduta comune, avrebbe dovuto certificare il risultato elettorale.

Secondo molti opinionisti questo è in realtà solo l’ultimo passaggio formale prima che il nuovo presidente possa entrare in carica. L’esito della corsa presidenziale era ormai chiaro a tutti e un ribaltamento in extremis era considerato alquanto improbabile.

Alla vigilia della ratifica del voto, 11 senatori repubblicani hanno fatto sapere alla stampa che avrebbero presentato un’ultima mozione per mettere in dubbio l’esito di alcuni stati chiave come Arizona, Pennsylvania e Georgia, per annullare quindi l’elezione dei grandi elettori legati a questi stati.

Donald Trump, tramite il suo comitato elettorale, ha invece fatto organizzare una grossa manifestazione davanti alla Casa Bianca, a pochi passi dal Congresso.

assalto al Congresso
A sinistra la Casa Bianca, qui è nata la manifestazione che poi si è diretta verso il Congresso, sulla destra dell’immagine. Immagine del NYT.

Trump, recatosi alla manifestazione, ha poi tenuto un discorso di incoraggiamento per i propri sostenitori.

All of us here today do not want to see our election victory stolen by emboldened radical left Democrats, which is what they’re doing and stolen by the fake news media. That’s what they’ve done and what they’re doing. We will never give up. We will never concede, it doesn’t happen. You don’t concede when there’s theft involved.

Ci hanno rubato le elezioni, è il messaggio che il presidente lancia alla folla. Poi rilancia: «non accetteremo la sconfitta».

Mentre l’ormai ex presidente infiammava i presenti a pochi metri di distanza il Congresso si riuniva per avviare i lavori di certificazione elettorale del voto, che tuttavia verranno interrotti quasi subito.

L’assalto al Congresso

Poco dopo il discorso di Donald Trump la folla si dirige verso Capitol Hill, la sede del Parlamento americano. Inizia l’assalto al Congresso.

assalto al Congresso
Immagine dall’intero del Congresso, poco prima che i manifestanti rompano il cordone di polizia. Immagine di Reuters.

Data la netta superiorità numerica i manifestanti aggrediscono le forze dell’ordine e queste, per evitare bagni di sangue, retrocedono e si affidano ai gas lacrimogeni.

assalto al Congresso
Immagine di Reuters.

I supporter di Trump riescono comunque ad entrare al Congresso. I Senatori e i Deputati vengono scortati dagli agenti di sicurezza, mentre dilaga la confusione più totale tra gli uffici del palazzo.

I manifestanti, golpisti a questo punto, tentano l’ingresso nell’aula del Senato. Presidiata dalle forze dell’ordine, l’aula viene blindata. Nel tentativo di sfondare le rudimentali barriere improvvisate dagli agenti, una donna viene colpita al collo da un colpo di pistola. La ferita le sarà fatale.

ATTENZIONE:
IL VIDEO QUI SOTTO MOSTRA IMMAGINI CRUDE E VIOLENTE. SI SCONSIGLIA LA VISIONE AD UN PUBBLICO FACILMENTE IMPRESSIONABILE
ATTENZIONE IMMAGINI FORTI.
Il video del ferimento al collo della donna che dopo poche ora morirà.

Il discorso di Biden

Mentre a Washington la polizia cade preda dei manifestanti, Biden tiene un discorso alla nazione.

L’intervento di Biden

Il presidente-eletto non usa mezzi termini. È Trump il responsabile dei disordini e sta a lui frenare la furia dei suoi sostenitori.

Le bombe

Nell’intrecciarsi di notizie e eventi difficili da confermare le autorità riportano la presenza di due ordigni esplosivi nei pressi del Comitato Nazionale Repubblicano. Due edifici vengono evacuati, lì affianco sorge anche il Comitato Nazionale dei democratici. Dopo pochi minuti il New York Times conferma la notizia: gli agenti di polizia hanno rinvenuto due bombe rudimentali, due pipe bomb. Subito neutralizzate da una squadra di specialisti.

Torna l’ordine

L’arrivo dei rinforzi disperde ed allontana la folla dalle aule del potere. Significativo è l’intervento della Guardia Nazionale inviata dal governatore della Virginia Ralph Northam.

Washington D.C. è un distretto molto particolare a causa dei limitati poteri in materia di sicurezza. La Guardia Nazionale della capitale dipende infatti direttamente dal Governo centrale degli Stati Uniti e non dall’amministrazione locale. Una differenza unica rispetto al resto degli Stati federati.

Solo Trump avrebbe quindi potuto schierare l’esercito per disperdere i riottosi. Diversi quotidiani riportano come nel corso della notte il suo vice, Mike Pence, abbia scavalcato lo stesso presidente per ordinare all’esercito di intervenire.

I social e Trump

Prima che la serata volga al termine Trump pubblica un controverso video su Twitter (che potete recuperare qui). Velocemente rimosso dalla piattaforma, il presidente parte con l’intento di calmare le acque, ma non fa altro che ribadire le assurde teorie sul furto elettorale. Il minuto di discorso gli costa il ban da Facebook e Instagram, il suo account Twitter viene invece silenziato per 12 ore.

The shocking events of the last 24 hours clearly demonstrate that President Donald Trump intends to use his remaining…

Pubblicato da Mark Zuckerberg su Giovedì 7 gennaio 2021

Back to Work

Nella notte tra martedì 6 e mercoledì 7 gennaio i parlamentari tornano in Aula e riprendono la ratifica del voto. La sindaca di Washington, Muriel Bowser, proclama il coprifuoco notturno. Ormai sono poche centinaia i manifestanti rimasti per le strade della capitale.

Al Senato prendono la parola in tanti, la condanna a ciò che è appena successo è quasi unanime. Tra gli interventi più significativi si annoverano quello di Mike Pence, Mitch McConnell, leader al senato dei repubblicani, e Chuck Schumer, leader di minoranza dei democratici.

Nel giro di qualche ora, quando ormai in Italia è mattina, il Parlamento degli Stati Uniti conferma la vittoria di Joe Biden, una volta per tutte. Il presidente-eletto entrerà in carica il 20 gennaio.

Malgrado tutto

Malgrado tutto ciò che sia successo in questi due giorni: violenze, un tentativo di colpo di stato, arresti (53 finora) e morti (5), alcuni deputati e senatori non hanno desistito. Attraverso svariate mozioni circa 130 parlamentari repubblicani hanno tentato di rimettere in dubbio l’esito elettorale. Un numero notevole, ma non sufficiente a far tremare la maggioranza, che ha preferito salvaguardare la democrazia americana.

voto dopo assalto al Congresso

La squadra di Trump cade a pezzi

Gli eventi di queste ore lasciano spazio a poche dietrologie. Il presidente viene indicato un po’ da tutti come il vero responsabile del triste epilogo di Washington. Tra i suoi fedelissimi rassegnano le dimissioni Stephanie Grisham, responsabile capo dello staff di Melania Trump; Rickie Niceta, responsabile sociale della Casa Bianca; Sarah Matthews, vice-segretario stampa; il vice-consigliere per la sicurezza nazionale Matthew Pottinger; e tanti altri ancora. Molti dei quali abbandoneranno i propri incarichi nelle prossime ore.

Il 25o emendamento

Al momento diverse figure politiche e di spicco stanno invocando la rimozione del presidente Trump. Oltre al classico impeachment sta emergendo la volontà di appellarsi al XXV emendamento della Costituzione americana.

Nancy Pelosi, speaker della camera e leader ormai storica dei democratici ha apertamente chiesto a Mike Pence di tentare questa particolare strada.

Inserito nella carta nel 1967, il 25o emendamento permette di trasferire i poteri presidenziali in casi eccezionali, come malattia o la temporanea impossibilità, da parte del presidente, di adempiere alle sue funzioni.

L’emendamento è composto da diversi articoli, quello che in queste ore ha assunto grande rilievo è però il quarto:

Nel caso in cui il vicepresidente e la maggioranza dei funzionari dell’esecutivo […] trasmettano al presidente pro tempore del Senato e al presidente della Camera una dichiarazione scritta in cui spiegano che il presidente non è in grado di adempiere ai poteri e ai doveri della sua carica, il vicepresidente dovrà assumere immediatamente la carica di presidente pro tempore.

Attraverso una votazione interna al governo, tra segretari (i nostri ministri) e il vice-presidente, Trump potrebbe essere privato delle proprie funzioni. Il presidente potrebbe tuttavia opporsi a questa scelta. In quel caso la palla passerebbe a Camera e Senato. Per confermare il passaggio di poteri servirebbero 2/3 dei voti, in entrambe le camere. Come per l’impeachment.

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