«Io, americano vi spiego quanto pesa l’eredità di Trump»

Il mandato di Trump è agli sgoccioli, che sia destituito con una procedura di impeachment dell’ultimo minuto o meno. Il mondo occidentale si è quindi cominciato a chiedere quale fosse la più grande eredità lasciata dal quasi-ex-tycoon. Scelta ardua, lo scrigno è pieno. Il 45esimo presidente degli Stati Uniti ha collezionato decisioni discutibili una dietro l’altra negli ultimi anni. L’ultima è stata l’istigazione all‘insurrezione avvenuta il 6 gennaio a Capitol Hill.

Capitol Hill il 6 gennaio 2020

Il Paese spaccato

Ma dovendo scegliere – pistola alla tempia – quale sarebbe il lascito più significativo di cui Trump avrebbe omaggiato gli Stati Uniti d’America? Lo abbiamo chiesto a Cavan, cittadino statunitense che vive nel Maryland, che ha visto con i suoi occhi come questo presidente abbia cambiato il suo Paese.

«Trump lascerà un Paese arrabbiato, spaccato al 50%», risponde. «Si sente tanto parlare di polarizzazione, ma forse non si capisce come questa si traduca in termini di vita reale. Le persone hanno smesso di parlarsi. In alcune famiglie i vari componenti hanno troncato i rapporti tra loro perché uno è democratico e l’altro è repubblicano. Ho conoscenti che non parlano più con amici intimi per queste ragioni. Perché non si può avere un dialogo con una persona che ha un sistema di valori diametralmente opposto al tuo».

Giovane donna a Manhattan che protesta. In mano un cartello che recita: “Mi rifiuto di accettare un’America fascista” (foto di David Cliff)

Un Paese quindi dove le madri non parlano più con i figli e viceversa. Dove gli amici d’infanzia si odiano. Viene da domandarsi quanto sia insopportabile vivere in una realtà del genere. «Ci sono vari livelli di sofferenza. Gli Stati Uniti sono divisi ma anche a livello geografico. La costa est, dove vivo io, è a prevalenza democratica. Per intendersi, fuori di casa il 90% delle persone porta la mascherina, che non è proprio un tratto distintivo dei repubblicani», scherza Cavan. «Quindi per me che sono democratico non è un trauma così grande, come può essere invece per un liberal che vive al sud. Di contro mi metto nei panni di un repubblicano qui, circondato da persone che hanno idee completamente estranee alle tue, che sai che potrebbero odiarti. Se sei in una di queste situazioni non ti senti al sicuro, sei un pesce fuori dall’acqua».

Risanare si può?

L’America è diventata quindi una polveriera dove l’incapacità di convivere pacificamente con l’altro la fa da padrone. Uno Stato dove ieri, 14 gennaio, la guarda nazionale ha dovuto dispiegarsi, pronta a contrattaccare, in caso di disordine, visto che si votava per l’impeachment. Ma lo sguardo adesso è volto con preoccupazione al 20 di gennaio, quando ci sarà l’insediamento di Biden.

«Sono tutti abbastanza ansiosi, anche tra i repubblicani moderati. L’invasione del Campidoglio è successa una volta e può ricapitare, si pensa da queste parti. Tutti seguono le notizie, per capire cosa succederà nelle prossime settimane. Dopo Capitol Hill hanno rafforzato la sicurezza, ma l’FBI ha comunicato possibili pericoli. Per quanto mi riguarda sono preoccupato per mia sorella. Sta a Washington DC e l’aria che tira non promette niente di buono».

Mancano pochi giorni all’insediamento di Biden, dovrebbe simboleggiare una svolta, il cambio di un capitolo. Ma questo non tranquillizza gli americani, ci spiega il nostro intervistato. «Un nuovo presidente non ci farà lasciare Trump alle spalle come per magia». Molti repubblicani, parlamentari compresi, gli hanno voltato le spalle, ma The Donald è riuscito a personalizzare il consenso dei conservatori, lo ha capitalizzato. La dimostrazione è quanto è successo al parlamento: sono solo 10 i repubblicani che hanno deciso di votare per l’impeachment, contro Trump. Dopo il 6 gennaio ci si aspettava una defezione maggiore.

Un amore incondizionato

«Forse all’estero si sottovaluta il consenso politico che Trump è riuscito a costruirsi in questi anni. I pro Trump non lo appoggiano semplicemente, ma lo amano! C’è un 20% della popolazione che è ossessionata da lui. Non si definiscono repubblicani ma trumpiani». E queste persone non smetteranno di esserlo dal 20 di gennaio. È lo zoccolo duro del suo consenso che non lo tradirà mai, ci racconta l’americano del Maryland.

“I pro Trump non lo appoggiano semplicemente, ma lo amano!”, dice Cavan

Trump li ha sedotti con il suo machismo e il suo modo di parlare poco sofisticato, vicino alla gente comune. Conta tanti sostenitori soprattutto tra i blue-collar workers, dice Cavan, cioè gli operai. «Si sentono capiti, una cosa che trovo assurda perché non c’è una politica di Trump, tra quelle attuate, che sia a loro favore».

Le parole sono quelle di un americano ferito da quattro anni di politica divisoria e amareggiato nel vedere il proprio Paese spezzato in due. «Sono un’ottimista, non credo, come alcuni, che ci sarà una guerra civile. Però non riesco a fingere di non vedere quello che mi accade intorno. Trump ha normalizzato il razzismo e il sessismo, galvanizzando il suprematismo bianco. E so che per anni gli Stati uniti si porteranno addosso le cicatrici di questo percorso».

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