Oltre SanPa

SanPa – Luci e tenebre di San Patrignano è la prima docu-serie italiana realizzata da Netflix di cui tutti stanno parlando. Prodotta e sviluppata da Gianluca Neri per 42, scritta da Carlo Gabardini e Paolo Bernardelli e diretta dall’italo-britannica Cosima Spender, la serie documentario in cinque episodi narra, attraverso testimonianze e immagini di repertorio, la storia della Comunità di recupero di San Patrignano, fondata da Vincenzo Muccioli nel 1978, a Coriano, in provincia di Rimini.

Nell’Italia eternamente divisa per fazioni però, non si riesce mai a discutere su un argomento specifico senza essere etichettati come di parte e il dibattito attuale, sterile e come spesso capita troppo schierato, rischia di svilire l’opera della comunità. Posso affermare che il maggior rimpianto che ho, forse tramutatosi anche nel difetto cardine della serie, è dato dall’interruzione della narrazione al 1995, anno della morte dello stesso fondatore Vincenzo Muccioli. Da allora è passato un quarto di secolo e SanPa è sempre lì. Il fatto stesso che la comunità esista ancora oggi e che molti ex tossicodipendenti siano vivi e si siano costruiti una nuova vita, mi pare di per sé una luce enorme e clamorosa, forse non concepita a pieno dagli spettatori.

Non mi stupisce che alla fine di questa “impresa titanica” – così come è stata definita dal suo autore Carlo Gabardini – i primi a risultarne delusi siano stati proprio quelli di SanPa. Non solo chi lavora ogni giorno accanto ai ragazzi, ma anche le migliaia di famiglie che ci sono passate negli ultimi decenni e gli altrettanti amici, noti e meno noti, della comunità. Insomma chi il dramma della droga e l’esperienza del recupero l’ha vissuta da vicino.

SanPa è ad oggi una cittadella moderna di 200 ettari, ospitante attualmente 1200 ragazzi e ben organizzata attorno al concetto di recupero. Una comunità che si fa fatica a riconoscere in confronto a quella vista in TV. E non è solo questione di paesaggio.

San Patrignano

Si può e si deve andare oltre a Vincenzo Muccioli

Vincenzo Muccioli è stato un uomo complesso, coinvolgente, contraddittorio e allo stesso tempo estremamente umano. Un uomo che attorno a un piccolo podere ricevuto in dono dal suocero, costruisce una sorta di città stato. Un uomo che si identifica come il prototipo umano tipico della sua terra, la Romagna: intraprendente e folle, geniale e rozzo, maschio ruspante il cui operato è dettato dall’istinto più che dalla pianificazione. Vincenzo Muccioli, se siamo in grado di prendere le distanza da schemi ideologici e politici a riguardo e andando oltre ai personali giudizi sulla persona, ha rappresentato, e ahimè continua a rappresentare l’Italia e la sua anima divisiva, spartita tra chi santifica e chi condanna, e dove a fatica emerge chi vuole analizzare nel nome della verità.

San Patrignano è nata grazie a Vincenzo Muccioli nel 1978 però oggi, 2021, va avanti anche se Vincenzo non c’è più. Bisogna tenere presente, cosa che la serie tv evita di fare, che nemmeno durante il “Processo delle catene” c’era solo Vincenzo Muccioli: quando infatti dopo il verdetto del tribunale di Rimini il fondatore di San Patrignano finì in carcere, la comunità non si fermò, continuando a reggersi in piedi grazie sì, ad un sistema che aveva ideato lui – un ragazzo che è qui da più tempo può seguire un ragazzo che è qui da meno tempo (sistema fondante ancora oggi) – ma progredendo autonomamente.

“Non so neanche se tutti i ragazzi attualmente dentro la comunità siano coscienti di chi sia Vincenzo Muccioli” mi confessa Giovanni Boschini, figlio del responsabile del centro medico di San Patrignano Antonio Boschini.

La forza di SanPa è stata proprio la sua capacità di evolversi e probabilmente non so neanche se tutti i ragazzi attualmente dentro la comunità siano coscienti di chi sia Vincenzo Muccioli. Tutto è partito da una persona con un’idea, che è stata gradualmente diffusa e che oggi continua ad essere trasmessa da tantissime persone ai ragazzi come una solida catena, un passamano del testimone costante e progressivo. Soffermarsi sul giudizio di una sola persona non risulta né costruttivo né tanto meno utile a qualsiasi forma di dialogo, alimentando unicamente la guerra da stadio, per la quale in Italia siamo campioni indiscussi. Andare invece oltre ai giudizi sul singolo uomo, senza nascondere gli errori che indubbiamente vi sono stati, è invece la maniera più proficua per analizzare integralmente una storia tanto complessa.

San Patrignano
Vincenzo Muccioli con i ragazzi

SanPa oggi: gestione, auto-sostenibilità economica, rapporti con gli esterni

San Patrignano oggi, esattamente come nel 1978 quando è nata, è gratuita per tutti i suoi ospiti. La comunità si divide in settori, una ventina di luoghi dentro lo stesso San Patrignano, ognuno dei quali si occupa di un lavoro differente: il caseificio, la macelleria, il forno, il reparto grafiche, il canile, la cucina o l’ospedale, solo per citarne alcuni. I ragazzi sono distribuiti all’interno di questi settori e lavorano le stesse ore di un qualunque lavoratore, radunandosi per il pranzo comune – dove ad alternanza c’è chi offre un servizio agli altri: camerieri o cuochi, che mangiano dopo -, e tornando nei luoghi di lavoro, dopo una breve pausa (siesta). Alla fine della giornata lavorativa c’è la possibilità, per chi vuole, di praticare lo sport che preferisce.

Oltre all’attività lavorativa, considerata di capitale importanza dalla comunità per consentire ad ogni ragazzo di crescere nell’autostima, nei rapporti interpersonali e per preparare il reinserimento a pieno titolo nella società, San Patrignano parallelamente consente ad ogni ragazzo di riprendere gli studi abbandonati in passato ad ogni livello e grado scolastico.

Economicamente parlando, seppur la comunità lavora con negozi e aziende esterne, non è ancora completamente autonoma: SanPa continua ad esserci anche grazie a una fondazione che supporta economicamente, per circa il 50%, le attività di recupero svolte sulla collina riminese. Nessun ragazzo è retribuito; poi vi sono i responsabili di settore, ovvero persone che hanno un passato nella comunità, un bagaglio culturale elevato che gli permette di farsi carico di un intero settore, delle persone e dei problemi al suo interno. Quest’ultimi sono invece retribuiti.

San Patrignano
Natale 2020 a San Patrignano

Come entrare in comunità e metodi di recupero

Ogni città di provenienza dispone di una propria associazione referente. Prima di entrare a San Patrignano è obbligatorio fare un primo percorso in associazione, che comprende anche, clinicamente parlando, una disintossicazione vera e propria, al fine che in comunità ci entri chi ha veramente la volontà di salvarsi, di intraprendere questo percorso. A SanPa non vengono più accettate persone che si trovano a gestire la fase di astinenza, e il compito viene affidato direttamente ai SerT (Servizi per le tossicodipendenze) stessi in contatto con le associazioni referenti.

Da questo punto di vista oggi tutto appare estremamente diverso rispetto al passato.
Metto un letto a castello in più e ci arrangiamo” diceva Vincenzo Muccioli di fronte alle centinaia di persone accampate fuori dal cancello. Non vi era nessuna selezione, in comunità entravano ragazzi provenienti da prigioni, spediti dai giudici dopo aver commesso reati, o altri che si erano probabilmente fatti dieci minuti prima di entrare: l’accoglienza incondizionata ha sempre un alto prezzo da pagare e aprire troppo rispetto alle capacità organizzative della struttura è stato anche la causa di alcuni problemi verificatosi nel passato. Errori che nessuno, probabilmente nemmeno la comunità stessa, vuole negare.

La tossicodipendenza di oggi: tra prevenzione e metodi di recupero

Credo che non si possa ignorare che le droghe siano oggi integrate nel nostro sistema sociale: non hanno più il significato di rottura del patto sociale che avevano nel 1978 né tantomeno sono più un problema degli ultimi, degli sfigati, dei falliti. O almeno non solo. Nelle moderne società occidentali coloro che fanno uso di droga, per lo più cocaina (che nel breve accresce le performance cognitive, stimolando anche le attività cerebrali), sono in grado di mantenere posizioni di rilievo e responsabilità, ruoli lavorativi e dirigenziali di primo livello.
Farsi è diventato un atto conforme, accettato dalla macchina consumista.

Un atto invisibile di duplice pericolosità: da un lato perché per farti non hai più bisogno di rubare, scippare o rapinare, data la facile accessibilità, soprattutto economica, delle droghe di oggi, dall’altro perché i tossicodipendenti danno sempre meno fastidio a chiunque.
Negli anni ’80 si moriva in mezzo alla strada, oggi in casa, silenziosamente.

Per dare qualche statistica aggiornata, nel 2020 in Italia sono stati registrati 202 decessi complessivi per overdose, di cui 178 maschi, 152 persone con cittadinanza italiana, tra i 130 e i 150 avvenuti mentre si era soli, e tra i 150 e i 170 al chiuso.

Nella “lotta alla droga” non c’è stata evoluzione proprio perché non c’è stata comprensione. A distanza di quarant’anni dal diffondersi della droga come fenomeno di massa, affrontiamo ancora la questione con i parametri degli anni Ottanta. Consideriamo la droga figlia solo del disagio sociale o dei traumi familiari e senza tenere presente che gli stupefacenti, nel 2021, sono perfettamente compatibili con la società e i suoi stili di vita.

Sono sempre stato convinto che il fallimento delle campagne antidroga risieda proprio nell’essere state pensate e sviluppate da chi non ha mai avuto a che fare con le droghe: parlano un’altra lingua, toccano corde sbagliate, a volte risultano ridicole. Vincenzo Muccioli questo l’aveva intuito in tempi non sospetti: solo chi è stato un tossico può capire, guidare e rappresentare una vera terapia per un altro tossico. A tal proposito, durante il primo SanPa (possiamo delineare con questo termine i primi 17 anni della comunità, dalla sua nascita nel ’78, alla morte del suo fondatore nel ’95), l’approccio alla  tossicodipendenza non prevedeva – anzi letteralmente escludeva – qualsiasi assunzione di psicofarmaci o di trattamenti farmacologici. Se da un lato questo potrebbe apparire oggi, come un limite, grazie ai miglioramenti scientifici e di ricerca a riguardo, non era così nel 1978.

A tal riguardo cito testualmente alcune dichiarazioni rilasciate durante un’intervista da Fabio Cantelli, ex ospite della comunità per oltre dieci anni, capace durante la serie Netflix di appassionare milioni di spettatori:

“Posso dire che se in comunità mi fossi trovato a tu per tu con degli psicologi, avrei detto “ciao e grazie”. Avevo già avuto in precedenza esperienze con psicologi, e avevo capito che è gente che vive in un altro mondo rispetto a quello della tossicodipendenza: un conto è conoscerla attraverso i libri o magari anche i tossici, ma sempre dietro a una scrivania, un conto è viverci notte e giorno. E un conto è essere stati tossici”

Nel 2021 San Patrignano si basa ancora su un percorso psico-relazionale. Il percorso terapeutico è essenzialmente educativo e riabilitativo, trovando nel confronto con gli altri il suo punto cardine. La persona non viene considerata affetta da una “malattia” e non vengono quindi utilizzati trattamenti farmacologici per la dipendenza. Nonostante oggi all’interno della comunità si dia importanza, clinicamente parlando, anche ad aspetti psicologici, psichiatri e psicologi non vivono quotidianamente a contatto con gli ospiti: sono i ragazzi e le ragazze, che hanno vissuto le medesime esperienze, con gli stessi problemi e insicurezze che qui vivono costantemente al tuo fianco. Ad ogni ragazzo, durante il percorso, sono progressivamente affidate maggiori responsabilità, sia nella vita del suo settore di appartenenza che nelle numerose attività che svolgono in comunità (sportive, artistiche, culturali). Col passare del tempo, dopo circa un anno dall’entrata in comunità, egli stesso diviene tutor di un’altra persona bisognosa di aiuto.

Tiriamo le somme (o almeno proviamoci)

L’idea di una serie tv incentrata sulla storia della più grande comunità di recupero per tossicodipendenti in Europa è in sé geniale. Raccontare per la prima volta una storia così grande, attraverso repertori iconici come i filmati dell’epoca (ricavati grazie a ore e ore di documentazione e montaggio), le interviste di ex ospiti della comunità e altre personalità coinvolte nella storia di San Patrignano, far arrivare un contenuto così importante a milioni di spettatori che magari di SanPa non ne sapevano nulla e attraverso una piattaforma enorme come Netflix, è in sé geniale.

Nonostante riconosca l’accurato lavoro giornalistico alle spalle del progetto, non sono convinto che un’opportunità tanto grande sia stata a pieno sfruttata. Viene da chiedermi: a me, ragazzo ventenne che nel 1995 manco era nato, cosa rimane di San Patrignano, oltre agli errori del passato?

La Sanpa di oggi è cresciuta anche sugli errori di un tempo. È strutturata e solare, lavora con quello Stato e con quelle istituzioni che all’inizio dimostrarono diffidenza e ostilità. Se un tempo appariva arroccata sulla sua collina, inespugnabile alle idee che venivano dall’esterno, oggi San Patrignano collabora attivamente con operatori del settore e con i SerT locali, comprendendo tra i suoi collaboratori anche personale scientifico e psichiatrico.

Ogni anno oltre 6000 studenti di scuole medie e superiori visitano la comunità. Incontrano e si confrontano con alcuni dei ragazzi a fine percorso in modo diretto, senza filtri: i giovani scoprono il problema della droga dall’esperienza di chi questo problema lo ha vissuto in prima persona. Oltre ad aprire le sue porte all’esterno, San Patrignano porta in tutta Italia le sue iniziative di prevenzione, attraverso diversi format teatrali, dove a salire sul palco sono ragazzi della comunità che raccontano la loro storia: sono 400 le rappresentazioni teatrali realizzate dal 2005 ad oggi, per un totale di 230 mila studenti raggiunti, a cui si uniscono gli incontri durante le assemblee scolastiche e le attività di formazione per i docenti e genitori, che spesso si trovano spiazzati e impotenti di fronte al problema delle droghe.

Alla luce di ciò, mi trovo personalmente in accordo con ciò che David Foster Wallace affermava con convinzione: ricercare complessità, risposte, e prospettive in prodotti di consumo e intrattenimento rimane la più grande trappola postmoderna a cui siamo sottoposti.

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