Dalla Sardegna a Bologna attraversando il mondo: i 60 anni di Paolo Fresu

In occasione del suo compleanno, l’artista ha registrato un concerto speciale nella storica biblioteca dell’Archiginnasio di Bologna: “ho sentito doveroso omaggiare la mia città adottiva, così come ho fatto in Sardegna dieci anni fa”

Paolo_Fresu_vignette
Paolo Fresu nell’illustrazione di Federica Ulivieri

Non poteva festeggiarli in altro modo i suoi 60 anni Paolo Fresu, fra i più importanti musicisti jazz italiani e internazionali. Il 10 febbriaio, giorno del compleanno, l’artista sardo ha pubblicato, per la sua etichetta Tǔk Music, il cofanetto P6OLO FR3SU, contenente due nuovi dischi e la ristampa dell’album Heartland, prodotto in Francia nel 2001 insieme a David Linx e Diederik Wissels. Il secondo regalo che Fresu ha deciso di fare al pubblico è stato il concertoMusica da lettura”. Un live speciale, registrato il 30 e 31 gennaio a porte chiuse nelle sale più importanti dell’Archiginnasio, celebre biblioteca bolognese e trasmesso proprio il 10 gennaio in streaming e su Rai 5.

Ad accompagnare il flicorno e la tromba di Fresu, il quartetto d’archi Alborada, il pianista Dino Rubino, il bandoneonista Daniele di Bonaventura, storico compagno di palco, e il contrabbassista Marco Bardoscia. Con la voce narrante dell’autore e attore teatrale Alessandro Bergonzoni. «Dalla metà degli anni ’80 Bologna è la mia città adottiva. È giusto e doveroso che tenessi questo evento concerto qui», sottolinea il musicista. «Ci tenevo a suonare in una biblioteca antica, che incarna il mio percorso in questi sessant’anni, fatto di amore per la conoscenza e il sapere. Tuttavia, mai aspiravo a poter entrare in luogo straordinario come l’Archiginnasio, luogo cardine della prima università del mondo».

Leggi anche: Francesco Savoretti, alla scoperta della musica del mondo

Com’è nata l’idea di festeggiare il sessantesimo compleanno a Bologna?

«Nel 2011, per festeggiare i 50 anni, organizzai un grande evento in Sardegna, i “50 anni suonati”. Allora fu il mio modo per rendere alla Sardegna quello che mi era stato dato. Dieci anni dopo, ho voluto fare lo stesso con Bologna: lo dovevo a questa città. Ne è risultata la possibilità di suonare negli spazi della biblioteca dell’Archiginnasio, fra cui la sala Stabat Mater e il Teatro Anatomico. Volevo festeggiare così i miei sessant’anni, celebrando le mie passioni, tributando il mio riconoscimento alla città e costruendo un racconto che fotografasse questo particolare momento dal mio punto di vista».

Paolo_Fresu_1
“Musica da lettura”, Paolo Fresu e Daniele di Bonaventura in concerto all’Archiginnasio di Bologna

In un periodo in cui teatri e luoghi di cultura sono chiusi, ha affermato di ispirarsi alla “musica per ambienti” di Brian Eno: cosa cambia per il pubblico?

«Viviamo un momento di riflessione sul senso della musica in rete. Io stesso ho realizzato alcuni eventi online, di qualità tecnica molto elevata. Credo che l’aspetto tecnico sia fondamentale per gli eventi sul web, che possono avvicinarsi a un buon risultato soltanto se impiegano mezzi tecnici importanti. Oltre a questo, il migliore dei modi per rendere un live di questo tipo sia ciò che abbiamo fatto a Bologna: il concerto diventa paritario alla pregnanza del luogo. Musica, luogo e racconto sono parte di un viaggio».

Leggi anche: Marco Martellini, una strada tracciata fra il pop e il jazz

L’altro modo per festeggiare con il pubblico è l’uscita di un cofanetto, al cui interno si trova la ristampa di un suo album e due nuovi dischi: tre scelte molto diverse fra loro.

«Avevamo in mente di realizzare qualcosa di speciale che rappresentasse questi miei 60 anni. Il cofanetto offre l’opportunità di raccontarmi in modi diversi, come la raccolta fotografica di Roberto Cifarelli, e 60 parole, tradotte anche in sardo e in inglese, ognuna delle quali racconta i tanti mondi del percorso compiuto finora e delle aspirazioni future. Musicalmente, invece, l’idea è quella dell’apertura e della complessità: ho tanti progetti diversi e amo ascoltare e suonare musica differente. Il primo disco, Heartland, è un lavoro di vent’anni fa, a cui sono molto legato e che ho ripubblicato.

Ci sono poi due dischi nuovi, The sun on the sea, registrato durante la pandemia e da varie parti del mondo: Daniele di Bonaventura ed io in Italia, mentre Jacques Morelenbaum ha registrato a Rio De Janeiro dopo la mezzanotte, a causa della situazione critica del Covid. Infine, Heroes, tributo a David Bowie, un progetto recente dal punto di vista esecutivo, seppure sia suo fan da sempre. Tre album differenti, che però convergono nella mia idea di musica a 360 gradi».

Paolo_Fresu_2
Il cofanetto P6OLO FR3SU
Leggi anche: Fenomeno Pilato, l’allenatore Vito D’Onghia: “A Tokyo ce la giocheremo alla grande”

Un’idea di musica che, attraverso la contaminazione, le ha permesso di toccare le culture di tante parti del mondo. Quanto tutto questo le ha regalato a livello umano, oltre che musicale?

«Tanto deriva dai nostri viaggi fisici, reali, che oggi purtroppo mancano e che permettono di toccare e ascoltare tante tradizioni diverse. C’è poi un secondo tipo di viaggio che si può effettuare direttamente da casa, attraverso i sistemi di comunicazione e informazione oggi disponibili. La chiave di tutto resta l’ascolto, e per ascoltare occorre essere curiosi. Ecco che poi molti elementi si possono riportare nella propria musica, tanto più nel jazz, la musica spuria e del meticcio. Ma, a prescindere dal genere, è fondamentale ciò che si fa e farlo con interlocutori di un certo livello. Come diceva Ellington, esistono due tipi di musica, quella buona e l’altra».

Leggi anche: La musica è tutto quel che ho

Uno dei brani che più ama suonare, dice, è Sì dolce è ‘l tormento di Claudio Monteverdi, che tante volte ha suonato live in duo con il pianista Uri Caine. Una formazione con cui spesso si esibisce.

«Suonare in due è come una coppia: al ristorante tante coppie non dicono una parola o ne dicono troppe. In entrambi i casi, c’è qualcosa che non torna. Sia in duo, sia in trio parliamo poco di musica, poiché quando la musica funziona non c’è bisogno di discuterne. Nelle situazioni di duo e trio, a volte anche senza batteria, è molto interessante avere e sperimentare più libertà nella ricerca sonora, dettata dal fatto che c’è più spazio, più silenzio. Si instaura un profondo rapporto di fiducia e rispetto e allora non bisogna avere paura dei momenti di vuoto. Quando questo si verifica, accadono dei piccoli miracoli, come nel caso del brano di Monteverdi: se due musicisti respirano la musica allo stesso modo, allora può succedere che un brano già bello diventi bellissimo».

Leggi anche: Essere tagliati fuori

Qualche mese fa ha difeso Tiziano Ferro dalle critiche che gli sono state rivolte, nel farsi portavoce delle istanze dei lavoratori dello spettacolo. Da osservatore interno e presidente della Federazione Nazionale Il Jazz Italiano, qual è la situazione?

«Dal mese di marzo abbiamo creato una petizione, Ve le suoniamo, firmata da 75mila persone, che ha dato vita al Forum Arte e Spettacolo e che rappresenta le diverse categorie che lavorano nel mondo dello spettacolo. Uno degli obiettivi principale era produrre dei documenti che potessero arrivare al governo: l’abbiamo fatto e in questo momento c’è un tavolo permanente del governo sul tema della cultura.

Oggi però c’è un doppio problema. Da una parte ottenere ristori che siano più adeguati per la categoria, dall’altro un tema ancora più profondo: bisognerebbe riscrivere lo statuto dei lavoratori dello spettacolo. I problemi che il Covid ha portato a galla sono infatti questioni pregresse. Categorie di lavoratori che già prima della pandemia erano in difficoltà e non ricevevano alcun tipo di paracadute e di aiuti, nonostante contribuiscano allo Stato sociale, con il Coronavirus sono diventati un problema. E soprattutto, abbiamo bisogno di sapere quando si potrà ripartire con i concerti».

Paolo_Fresu_4
Facebook Paolo Fresu
Leggi anche: Black Friday? No grazie, meglio il Green Friday

A patirne le conseguenze peggiori sono i giovani. In questo senso, la sua etichetta musicale dà spazio a tanti talenti, che devono confrontarsi con un mondo dominato dalle logiche spesso insostenibili delle piattaforme streaming. Qual è la soluzione?

«Con Tǔk Music continuiamo ostinati a stampare dischi curati ed ecosostenibili, che costano più del normale ma che vendiamo allo stesso prezzo degli altri. Il disco continua a essere un oggetto unico nel suo valore, ma il corso del mercato è pressoché irreversibile verso il digitale e la quasi scomparsa del cd fisico. Detto questo, il digitale è una possibilità straordinaria, che permette di far arrivare la musica in ogni parte del mondo, ma bisogna saperla sfruttare.

Anche nell’epoca del digitale, però, resta una questione: la musica bisogna farla. Occorre scriverla, arrangiarla, registrarla in uno studio: c’è un percorso che ha dei costi. Per sostenersi, gli artisti hanno bisogno dei concerti, l’attività discografica è solo una piccola parte dei ricavi. Tanto più oggi, dove non basta mettere un disco in rete, ma è necessario promozionarlo e trovare le formule giuste per farlo. A tutto questo si aggiungono due aspetti: legislativo e culturale. Da una parte i problemi di regolamentazione della rete, ancora incompleta sotto il punto di vista dei diritti e dei copyright, dall’altre una forma di rispetto verso l’artista: così come paghiamo per gli acquisti online, così si devono pagare le produzioni musicali».

Commenta