La cultura dell’immagine e i disturbi alimentari

Sempre più persone soffrono di disturbi alimentari e in questi ultimi anni sembra che stia cadendo il tabù che impediva di parlarne, come se fosse qualcosa di vergognoso o troppo privato. Nonostante questo, c’è ancora tanta confusione in merito e troppo facilmente si tende a generalizzare e banalizzare situazioni che possono essere molto diverse tra di loro.

disturbi alimentari

Avere un disturbo alimentare significa avere un rapporto malsano con la nostra fonte di energia e di vita. C’è qualcosa che improvvisamente turba questo istinto semplice, basilare, primitivo e miracoloso e fa perdere la spontaneità e la gioiosità nell’atto del nutrirsi, un meccanismo che scatta nel cervello di una persona e che ha solo in parte a che fare con la percezione che si ha del proprio aspetto fisico.

Alla base di un disturbo dell’alimentazione c’è sofferenza. C’è una molteplicità di cause strettamente intrecciate tra di loro, tanto da sembrare impossibili da sbrogliare. È necessario però fare un passo indietro e leggere questi disturbi come piccole manifestazioni di uno scenario più ampio.

Viviamo immersi in un mondo dominato dalle immagini. Oggi più che mai l’immagine ha acquisito un ruolo centrale nelle nostre esistenze, tutto è immagine e tutto è comunicabile visualmente, anche la nostra vita. Ogni giorno ci impegniamo più o meno consciamente a costruire un’immagine di noi, compriamo vestiti e oggetti che ci identifichino e ci diano identità, ci mostriamo agli altri nei lati che desideriamo. Vogliamo che la nostra vita appaia in una certa maniera e non sopportiamo quando gli altri percepiscono un quadro di noi diverso da quello su cui avevamo lavorato. Al tempo stesso però lottiamo per ricordare agli altri e a noi stessi che ciò che conta non è l’apparenza, ma la sostanza, ciò che siamo e non ciò che sembriamo.

È un po’ come se fossimo diventati noi stessi merci da sfoggiare e da vendere, ultima frontiera del capitalismo, e attendiamo conferme dagli altri in merito. Il nostro corpo, fedele compagno delle nostre vite, ce lo ritroviamo davanti, estraneo, come un oggetto con cui avere per forza a che fare, perché ci è stato dato così, senza un motivo, a rappresentarci, come un biglietto da visita verso il mondo intero. E «che pena doversi portare a spasso un brutto naso per tutta la vita» diceva Pirandello nell’Umorismo, «fortuna che a lungo andare non ce ne accorgiamo più».

Ci siamo convinti di poter modificare il nostro aspetto a piacimento, fino a renderlo il contenitore perfetto di noi stessi, nell’idea che un corpo sano, in forma, tonico e asciutto sia sinonimo di forza e padronanza della vita. Chi appare in una determinata maniera non può che avere quel controllo che a noi sembra mancare. Ci sfugge invece il piccolo dettaglio che la vita non si può controllare. Non pensiamo quindi ai disturbi alimentari come a un qualcosa distante da noi e incomprensibile perché, estremizzando, potremmo dire che siamo tutti a un passo da essi, respirando la stessa cultura che li ha generati.

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Certo qualcosa è cambiato. Se fino a qualche anno fa era percepibile un tentativo di omologazione più o meno violento nei confronti del diverso, oggi non è più così. Sui nuovi media circolano immagini di corpi “non convenzionali” e frasi positive e ottimistiche sulla bellezza e sul sentirsi belli che sui media tradizionali stentano ancora ad arrivare.

La sensazione però è quella di trovarsi di fronte a un nuovo canone che, così come include tante espressioni dell’umano, ne esclude altre. Anche in seguito all’appropriazione a fini di marketing da parte di brand e aziende della body positivity, un movimento che nasce per l’accettazione di tutti i tipi di corpo, a prescindere da taglia, razza, genere o abilità fisica, la diversità è sempre più spesso imposta come un valore che è doveroso accettare e rispettare, senza che venga prima metabolizzato. Il tutto nell’ottica di un politicamente corretto che bolla come sbagliato tutto ciò che non rientra nella sua visione del mondo, con l’unico risultato di farci sembrare, ancora una volta, tutto troppo stridente, tutto troppo apparente. In parole povere: vediamo l’immagine del diverso e non la capiamo. Non la riteniamo “bella”, la riteniamo, ancora, irriducibilmente diversa.

A dicembre Vice titolava un articolo «Non dobbiamo parlare diversamente di bellezza, dobbiamo parlarne meno». Diffondere immagini di corpi unici, vari, naturali e “imperfetti” contribuisce sicuramente a modificare l’immaginario collettivo, per ora ancora saturo da anni di circonferenze misurate al millimetro, ma non risolve il fondamentale problema che siamo noi stessi, senza accorgercene, a perpetuare un’idea di bellezza e di salute che ormai abbiamo interiorizzato. Ogni volta che giudichiamo un corpo perpetuiamo quell’idea. Ogni volta che facciamo i complimenti a una persona per essere dimagrita, che confrontiamo i nostri tratti con quelli degli altri, che commentiamo malignamente l’aspetto esteriore o addirittura il pasto di un influencer qualunque perpetuiamo quell’idea. Ogni volta che innalziamo la bellezza a valore supremo e obiettivo di vita perpetuiamo quell’idea. E l’idea è che per essere felici e parte del mondo dobbiamo essere “belli” e che il nostro valore di esseri umani dipenda dalla bellezza.

L’abbiamo a tal punto interiorizzata da ritenerla nostra e probabilmente è anche normale che sia così: nessuno è immune dal contesto in cui si trova a vivere. Sarebbe bello allora riuscire a cambiarlo, quel contesto, partendo da sé, pensiero dopo pensiero, ponendoci silenziosamente qualche domanda in più su ciò che vediamo. Non è solo il contesto a determinare il sorgere di disturbi alimentari, perché il rapporto con il cibo arriva a caricarsi di significati e valori che derivano dal vissuto unico e personale di ogni persona, indipendentemente dalla sua cosciente volontà. Non è, insomma, solo il desiderio di dimagrire o di assomigliare a qualcuno a determinarli e possono per questo colpire individui di ogni sesso, età e estrazione sociale. Al di là di tutto il caos mediatico e di tutti i dibattiti sulla bellezza e sulla diversità, rimane sempre e solo la silenziosa sofferenza individuale.

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