ItalRugby: storia di un fallimento

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Sabato 6 febbraio 2021, stadio Olimpico di Roma. L’Italia del Rugby viene sconfitta dalla Francia nella prima giornata del 6 Nazioni. Il risultato? 10 a 50. Un altro score negativo, un’altra figuraccia. La cosa che maggiormente preoccupa, però, è che la figuraccia non fa più eco. Come se tutti, a partire dai tifosi fino ai media, si siano abituati a registrare sonore batoste in campo internazionale. Ma se torniamo indietro nel tempo tutto ciò non era scontato. L’entusiasmo, la speranza e la consapevolezza di poter solo migliorare erano nell’aria. La voglia di giocarsela alla pari con le migliori nazionali del mondo. Prima sembrava possibile. Adesso il sogno è più lontano che mai.

Tante sono le cause del caos. A partire da una pianificazione dei giovani assente. C’è pochissima collaborazione tra i club e la nazionale e quindi il ricambio generazionale tentenna. Quando va bene. Altrimenti non c’è. I ragazzi di prospettiva internazionale sono pochi, purtroppo pochissimi. Possiamo contare il classe 2000 Paolo Garbisi, mediano d’apertura, e Jake Polledri, la punta di diamante della Nazionale, anche se tuttora infortunato. E poi? Il nulla.

Secondo capitolo. La presidenza FIR di Alfredo Gavazzi. La più criticata della storia. Ce ne sarebbero di validi motivi per un passo indietro da parte sua, ma niente. Dopo ogni sconfitta, anche dopo la più umiliante, il presidente continua a cercare giustificazioni, a volte ridicole, pur di non fare mea culpa. Dal 2012, anno della sua carica, il Rugby italiano è solo peggiorato, negli uomini e nella sua organizzazione. Eppure Gavazzi non molla il suo posto…

L’ultima vittoria degli Azzurri nel 6 Nazioni: 28 febbraio 2015, Edinburgo. L’Italia batte la Scozia per 19 a 22. Da non sottovalutare la telecronaca del simpaticissimo duo Antonio Raimondi-Vittorio Munari.

Ma non illudiamoci. Il problema è molto più sistemico e l’uscita di scena di una singola persona non salverà la situazione. Ci vuole una rivoluzione. Altrimenti l’ItalRugby continuerà a rimanere in un limbo pericoloso. Tra la Tier 1, il gruppo delle migliori squadre del mondo di cui gli Azzurri fanno ancora parte, e il Tier 2, quella delle Nazionali meno forti. Gli inglesi dicono “too good but too bad”. Troppo forti per stare con le deboli ma troppo deboli per stare con le forti. Però attenzione. La retrocessione non è più un miraggio. La Georgia cresce, al contrario nostro, e si ricomincia a parlare dell’Italia fuori dal 6 Nazioni.

Sì, l’orgoglio nazionale per difendere il posto. Tutto bello. Ma la realtà dei fatti è questa. Accettarla è il primo passo per risalire la china. Una salita che sembra ripida e impervia ma inevitabilmente da affrontare. Evitando un fallimento su tutta la linea. Specie se si considerano le premesse maturate dopo un incontro vittorioso, guarda caso, con la Francia nel 1997. La vittoria della consapevolezza. Quella che ci ha fatto entrare nel 6 Nazioni, tre anni più tardi. E ora? Tornati al punto di partenza, anche peggio.

Gli italiani continuano a seguire la Nazionale. Lo dicono le presenze all’Olimpico, togliendo ovviamente le partite a porte chiuse causa Covid. Prima del 2020, infatti, gli spettatori erano sì diminuiti rispetto al periodo d’oro 2006-2013, ma spesso superavano le 50.000 unità. Non male per uno sport che, a livello di club, non ha alcuna eco nazionale. Probabilmente si vive ancora di rendita grazie alle soddisfazioni degli anni passati. Sicuramente la pazienza degli italiani è tanta. Ma prima o poi la rendita finirà, così come la pazienza. E resteranno le briciole. Per questo serve un cambio di rotta immediato e radicale. Il 2021 sarà un anno di transizione, l’ennesimo. Ma poi si dovrà ricostruire. Il prima possibile. Trasformando il fallimento in una rinascita.

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